Book title in original: Clement Hal. Luce di stelle

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Hal Clement

Luce di stelle

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1

Fermata di routine

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Beetchermarlf sentì le vibrazioni smorzarsi quando il veicolo si fermò e istintivamente lanciò un’occhiata fuori prima di lasciare il timone della Kwembly. Fatica inutile, naturalmente. Il sole, o meglio il corpo celeste che cercava di concepire come il sole, era tramontato da appena venti ore. Il cielo era ancora troppo chiaro per vedere le stelle, ma non abbastanza chiaro da mostrare i particolari dell’anonima pianura coperta di neve polverosa che si estendeva intorno a loro. Dietro, cioè nell’unica direzione che risultava invisibile dal centro del ponte, la traccia lasciata dal grosso veicolo forniva almeno un punto di riferimento visivo, ma purtroppo non c’era nulla da fare: al timoniere la piccola sicurezza di un qualche punto di riferimento era negata.

Il capitano, stiracchiato sulla sua piattaforma situata sopra e dietro il timoniere, interpretò correttamente il significato della testa rialzata di quest’ultimo. Ne fu divertito, ma lo nascose benissimo. Nonostante gli anni trascorsi sugli imprevedibili oceani di Mesklin, un periodo pari a quasi due vite umane, non aveva ancora imparato ad amare l’incertezza ma semplicemente a conviverci. Comandare un mezzo che non conosceva a fondo, viaggiare sulla terraferma piuttosto che sugli oceani e sapere che la sua casa si trovava a più di tre parsec di distanza non intaccava minimamente la sicurezza che provava per sé stesso, anche se capiva perfettamente la mancanza di fiducia dei più giovani.

— Siamo fermi, timoniere. Possiamo dare il via alle cento ore di manutenzione ordinaria. Rimarremo qui per dieci ore.

— Agli ordini, signore — rispose Beetchermarlf assicurando il timone al piolo di fermo. Un’occhiata all’orologio gli rivelò che rimaneva poco più di un’ora di servizio, e così iniziò a controllare le funi che trasferivano i movimenti del timone alle ruote anteriori della Kwembly.

Le funi erano perfettamente visibili, dato che il disegno dei grossi e pesanti ricognitori di terra non concedeva nulla all’estetica. I progettisti dell’imponente veicolo e delle sue undici unità gemelle avevano badato esclusivamente alla robustezza e alla funzionalità. Bastò qualche secondo per sincerarsi che i pochi centimetri di fune che passavano per il ponte non mostrassero il minimo segno di usura. Il timoniere indicò a gesti al capitano che tutto andava bene, bussò sul ponte per indicare che stava arrivando, attese la risposta da sotto e sollevò la botola per discendere la rampa e continuare la sua ispezione.

Dondragmer lo osservò sparire al livello sottostante senza particolare apprensione. Le sue preoccupazioni andavano a ben altro, e il timoniere era solo un marinaio ai suoi ordini. Scacciò dalla mente la seccatura dei problemi al timone e si sollevò con tutti i suoi quarantacinque centimetri di statura fino a raggiungere i tubi acustici. Un lamento simile a una sirena, forse più forte del fischio del vento dei tifoni di Mesklin e comunque ridicolo nel silenzio dei campi ovattati di Dhrawn, catturò immediatamente l’attenzione dell’equipaggio.

— Parla il capitano Dondragmer. Stiamo iniziando una sosta di dieci ore per la manutenzione ordinaria. Turni di guardia: pronti per il servizio. Personale di ricerca: programma normale. Ricordatevi di lasciare il vostro nome sul ponte prima di uscire. I volatori rimarranno a terra fino a nuovo ordine. Controllo energia: a rapporto.

— Qui controllo energia, signore — rispose una voce poco più profonda di quella di Dondragmer.

— Biorigenerazione: a rapporto.

— Qui biorigenerazione. Tutto bene.

— Sala radio: a rapporto.

— Qui sala radio.

— Laboratorio: a rapporto.

— Qui laboratorio.

— Kervenser sul ponte a sostituirmi. Esco anch’io stavolta. Laboratorio, datemi le condizioni atmosferiche esterne.

— Un momento, signore — disse una voce giovane, riprendendo dopo brevissimo tempo. — Temperatura: settantasette. Pressione: ventisei virgola uno. Vento da ore nove a duecento corde l’ora. Percentuale di ossigeno: zero zero centoventidue, cioè standard.

— Neanche troppo male, dopotutto.

— Sì, in effetti può andar peggio. Col suo permesso, signore, vorrei uscire anch’io. Possiamo installare la trivella: prelevare campioni dal sottosuolo richiederà senz’altro meno di dieci ore.

— Va bene. Si dia da fare allora. Scenda con qualcuno a prendere la trivella e gli attrezzi, ed esca non appena può. Io vado adesso. Ci vediamo fuori. Ah, ricordi di riferire a Kervenser il suo numero di squadra… sa, per il giornale di bordo.

— Senz’altro capitano. Ci vediamo in dieci minuti.

Dondragmer si rilassò al suo posto. Anche a motori spenti non aveva intenzione di abbandonare la sua posizione prima che Kervenser arrivasse a sostituirlo. Sapeva però che il cambio avrebbe tardato qualche minuto, perché anche il suo secondo doveva trovare un sostituto. In ogni caso, l’attesa non lo annoiava: aveva molte cose a cui pensare. Anche se non poteva preoccuparsi, perché il sistema nervoso dei mescliniti non reagiva all’incertezza allo stesso modo di quello umano, gli piaceva esaminare a fondo le mille sfaccettature di certe situazioni, soprattutto se era destinato a viverle.

Il fatto che ben quindicimila chilometri li dividessero da qualsiasi forma di aiuto se la Kwembly si fosse guastata non lo preoccupava più di tanto e rappresentava nulla più di un pensiero alquanto fastidioso. Nella sua vita era sempre stato così, fin dai tempi in cui percorreva gli immensi oceani di Mesklin. Il senso di fastidio che corrodeva la sua placida e costante sicurezza era più che altro dovuto al mezzo che si trovava a comandare. Non assomigliava per nulla al flessibile insieme di travi di cui erano composte le navi del suo pianeta. Pareva che la Kwembly fosse in grado di galleggiare in caso di necessità e in effetti aveva galleggiato durante le prove su Mesklin, dove era stata costruita. Ma poi era stata smontata, caricata su una navetta, portata in orbita attorno al pianeta e infine trasferita nel capace vano merci di un’astronave interstellare per venir trasferita nuovamente su una navetta dopo un balzo nell’iperspazio di tre parsec che li aveva portati nelle vicinanze di Dhrawn. Dondragmer aveva seguito passo dopo passo lo smontaggio e il riassemblaggio della Kwembly e delle sue undici unità gemelle, ma molti passaggi erano stati per forza di cose eseguiti senza il suo controllo. Questo costituiva la ragione principale che lo spingeva a uscire. Nonostante l’ottima opinione che nutriva per Beetchermarlf e il resto dell’equipaggio preferiva rendersi conto di persona di come stavano le cose. Naturalmente si guardò bene dal menzionare qualcosa a Kervenser quando questi venne a rilevarlo sui ponte. Erano impressioni di cui non valeva la pena di discutere; e comunque, molto probabilmente il suo secondo pensava esattamente le stesse cose.

— I controlli di routine procedono. La squadra di ricerca sta uscendo con la trivella per prelevare campioni, e io intendo unirmi a loro per vedere come vanno le cose — spiegò Dondragmer cedendogli il posto. — In caso di necessità, utilizzi il solito segnale ottico. Bene, la Kwembly è tutta sua.

Kervenser serrò frivolamente due delle sue chele. — Ci penso io, capitano. Vada pure, e buon divertimento — rispose, e Dondragmer si avviò verso la botola ancora aperta da cui era entrato il suo sostituto, pensando che Kervenser non suonava per nulla spontaneo come voleva far sembrare.

Il portello stagno principale si trovava quattro livelli più sotto e una ventina di metri a poppa rispetto al ponte. Dondragmer si fermò parecchie volte prima di arrivarvi, per discutere con i membri dell’equipaggio che lavoravano tra le funi, le travature e le tubazioni che riempivano l’interno della Kwembly. Quando arrivò all’uscita trovò ad aspettarlo quattro scienziati che si stavano infilando le tute spaziali. Anche la trivella era già là. Il capitano li osservò con sguardo critico mentre avvolgevano il corpo allungato dalle molte zampe nei drappi trasparenti e verificò di persona la tenuta di ciascuna tuta, oltre a controllare le riserve di argon e idrogeno. Soddisfatto, fece loro cenno di oltrepassare l’uscita stagna e cominciò a vestirsi a sua volta. Quando uscì, gli altri avevano già iniziato a montare la trivella.

Diede loro solo una veloce occhiata fermandosi un attimo sulla rampa che conduceva a terra. Sapeva cosa stavano facendo e poteva fidarsi di loro ciecamente; solo gli sbalzi di umore del tempo rimanevano per lui totalmente inaffidabili. Anche quando chiuse il portello stagno esterno dietro di sé contemplò il cielo con tutta la dignità che derivava dal comando.

L’oscurità avanzava molto, molto lentamente man mano che la rotazione bimensile di Dhrawn allontanava il suo pallido sole dalla linea dell’orizzonte. Anche qui, come a casa, l’orizzonte sembrava elevarsi dolcemente man mano che lo sguardo si allontanava. Accadeva su tutti i pianeti a elevata gravità dotati di atmosfera, che addensandosi sulla superficie era responsabile di questo e altri insoliti effetti quali il violento tremolare delle stelle non appena diventavano visibili. Dondragmer rivolse lo sguardo verso sud, ma le due stelle gemelle a guardia del polo meridionale, Fomalhaut e Sol, non erano ancora sorte. Parte del cielo era coperta da bizzarre nubi cirriformi, in rapido movimento verso ovest. Evidentemente i venti ad alta quota soffiavano in direzione quasi opposta a quelli di terra, come sempre durante il periodo di luce. Ma i venti sarebbero presto cambiati, si disse Dondragmer. Qualche migliaio di chilometri più a ovest l’oscurità era già molto più intensa e questo avrebbe provocato dei cambiamenti di temperatura intensi e incredibilmente repentini, con effetti secondari che li avrebbero raggiunti forse in meno di una dozzina di ore. Quali potevano essere questi effetti nessun mesclinita, neanche i più anziani ed esperti, poteva prevederlo nonostante l’aiuto di tecnologia e scienze aliene. Al momento, comunque, tutto sembrava andare per il meglio. Discese la rampa fino in fondo e si allontanò dalla Kwembly di un’ottantina di metri verso est, dato che il portello si trovava a tribordo, in parte per assicurarsi delle condizioni del cielo e in parte per ottenere una panoramica completa della Kwembly e dell’equipaggio prima di iniziare l’ispezione.

Il cielo a occidente era rassicurante quanto quello sulle loro teste, e non rimase a osservarlo per più di qualche istante.

Tutto sembrava andare come al solito. Davanti a sé vedeva la Kwembly, che a un umano avrebbe ricordato probabilmente un grosso sigaro vagamente schiacciato tipo una forma di pasta lasciata troppo a lungo sull’asse da forno. Era lunga più di trenta metri, larga da sei a otto e il suo punto più alto si innalzava sul terreno gelato per cinque o sei metri. Si notavano due di questi punti: la curva superiore dello scafo, più spostata verso la coda del veicolo, e il ponte. Quest’ultimo era largo quasi sei metri e le sue linee quadrate sembravano fatte apposta per rompere l’armonia dell’insieme. Si trovava completamente a poppa, e consentiva al capitano, al timoniere e al personale di ricognizione di osservare bene il terreno davanti a loro man mano che la loro marcia procedeva.

La pancia del veicolo era piatta e si trovava a circa un metro di distanza dal suolo. Poggiava su diversi insiemi di larghe e robuste ruote dotate di pneumatici con spesso battistrada, collegate al timone da un’incredibile serie di funi che consentivano alla Kwembly un controllo praticamente completo in un raggio relativamente ristretto. Un materasso pneumatico isolava infine il fondo dello scafo dalle ruote, distribuendo la trazione e ammortizzando i sobbalzi dovuti alle piccole asperità del terreno.

Una sottile figura a forma di bruco avanzò lentamente lungo il lato visibile della Kwembly. Doveva trattarsi di Beetchermarlf intento a ispezionare l’esterno dello scafo. A una ventina di metri si ergeva la torre di trivellazione, ormai completamente montata. Altre figure, aggrappate alle maniglie di sostegno esterne invisibili dal suo punto di osservazione per via della distanza, stavano ispezionando il fasciame e controllando la tenuta delle travature. Di tutti i lavori quello era il più difficoltoso per i mescliniti. La paura morbosa delle grandi altezze era uno stato psicologico normale per una creatura proveniente da un pianeta con una gravità polare pari a seicento volte quella della Terra e una gravità “domestica” pari a un terzo. La gravità di Dhrawn, relativamente debole per i loro standard, toglieva un po’ di tensione all’operazione ma risultava facile comunque capire l’avversione che i marinai provavano per quella mansione. Dondragmer si avviò strisciando verso la grande mole del veicolo, attraversando nuovamente la ruvida distesa gelata la cui monotonia veniva interrotta di quando in quando da piccoli e stentati arbusti spinosi.

Il fasciame delle grandi sezioni ricurve era composto di fibra di boro legata a polimeri di ossigeno e fluoruri. Proveniva da un pianeta che nessun mesclinita aveva mai visto, nonostante i contatti con la razza che vi dominava fossero praticamente all’ordine del giorno. L’ingegneria chimica umana aveva sviluppato quel materiale proprio per la sua grande resistenza a qualsiasi agente corrosivo conosciuto. Gli umani sapevano che Dhrawn era uno dei pochi pianeti dell’universo con condizioni meteorologiche addirittura peggiori di quelle del loro pianeta tutto acqua e ossigeno. Conoscevano anche i mille problemi in cui ci si poteva imbattere nell’esplorazione di un pianeta con elevata gravità. Tutto questo aveva giocato un ruolo predominante nella concezione dei componenti dello scafo e dell’adesivo che li teneva insieme, sia l’adesivo temporaneo utilizzato per le prove su Mesklin sia quello permanente applicato su Dhrawn per l’assemblaggio definitivo. Dondragmer sentiva di potersi fidare ciecamente dell’abilità degli uomini e del loro impegno, ma non riusciva a dimenticare che non avevano mai affrontato direttamente, né contavano di farlo, le condizioni per cui i loro prodotti erano stati sviluppati. In breve, avevano costruito un paracadute senza esser mai saltati, anche se un simile paradosso risultava difficile per la mente di un mesclinita.

E così il capitano non disdegnava di dare di tanto in tanto un’occhiata al fasciame per vedere se l’adesivo stava cedendo in qualche punto. Certo, nutriva un profondo rispetto per la scienza degli alieni, ma sapeva che talvolta tra teoria e pratica corre una differenza enorme.

Quando si sentì di poter affermare che l’adesivo teneva bene e che nulla pareva fuori posto il cielo appariva notevolmente più scuro. Rispondendo alle sue segnalazioni, Kervenser aveva acceso parte delle luci esterne. I mescliniti arrampicati sulla Kwembly avevano quasi terminato il loro lavoro e a uno a uno iniziarono a scendere lasciando le loro caratteristiche impronte sulla neve gelata.

Beetchermarlf comparve da sotto lo scafo e riferì che tutti i pneumatici parevano in condizioni perfette. Gli addetti alla trivella continuavano il loro lavoro. Avevano già estratto parecchi chili di campioni, subito riposti al sicuro per evitare che lo sbalzo di temperatura li danneggiasse. La neve che copriva il terreno sembrava composta soprattutto di acqua, e quindi la temperatura dell’aria era molto inferiore al suo punto di fusione. Meglio però non fidarsi troppo: nessuno poteva sapere quanto profondo poteva essere lo strato di acqua gelata.

Le luci artificiali rendevano il cielo meno presente. La prima avvisaglia di un cambiamento del tempo fu un soffio di vento improvviso. La Kwembly oscillò leggermente sulle molte ruote con la ragnatela di funi che vibrava mentre il densissimo vento l’attraversava. Ma i mescliniti non vi prestarono molta attenzione. Con la gravità di Dhrawn, sarebbe stato necessario un uragano per soffiarli via. Su quel pianeta pesavano mediamente quanto una grande statua d’oro massiccio sulla Terra. Dondragmer non provò il minimo disturbo per quell’improvviso soffio di vento, ma istintivamente affondò le zampe nella neve polverosa. Gli seccava più che altro di non aver notato prima le nubi minacciose che il vento portava con sé. I cirri lanosi a più di tremila metri erano scomparsi, e al loro posto si imponevano minacciosi dei nuvoloni scuri bassi sull’orizzonte. Ancora non vi era traccia di precipitazioni, ma nessuno dei presenti dubitava che sarebbero presto arrivate. Non potevano sapere, comunque, che forma potessero assumere né con quanta violenza la tempesta si sarebbe sfogata. La maggior parte di loro si trovava su Dhrawn da un anno e mezzo in termini umani, ma questo non bastava per apprendere tutte le caratteristiche di un pianeta tanto più grande del loro. Ma anche se fossero rimasti per una rivoluzione completa del pianeta, invece del quarto di rivoluzione attuale, non sarebbe bastato; l’equipaggio ne era perfettamente cosciente.

La voce del capitano risuonò più forte del sibilo del vento. — Rientro immediato! Forza, tutti dentro. Stakendee, Reffel e Berjendee, aiutatemi a smontare la trivella. Il primo che entra avvisi Kervenser di tenersi pronto con i motori per dare la prua al vento — ordinò Dondragmer, realizzando però subito dopo che quest’ultima parte dell’ordine sarebbe stata impossibile da eseguire. I controlli di routine erano in pieno svolgimento, e probabilmente la squadra di manutenzione stava lavorando proprio sui motori. Ma visto che l’ordine era stato dato non ci pensò oltre. Sarebbe stato eseguito se possibile; ora la sua attenzione doveva andare ad altro. La trivella era priorità assoluta: le ricerche si svolgevano soprattutto tramite campionamento del sottosuolo. In pratica, quell’arnese rappresentava la sola ragione della loro presenza su Dhrawn. E anche se si sentiva libero da sospetti e pregiudizi nei confronti degli umani e delle loro intenzioni, al contrario di molti suoi consimili, sospettava che gli scienziati umani con cui collaboravano avrebbero preferito la morte di metà dell’equipaggio alla perdita della trivella.

La squadra di ricerca aveva già ritirato e smontato l’asta di guida e si stava dirigendo verso la Kwembly quando lui la raggiunse. Seguivano l’argano e la scatola degli ingranaggi del dispositivo, il cui funzionamento era totalmente manuale. Bisognava ancora smontare la struttura di supporto e la torre vera e propria. Salvarli era meno importante, in quanto avrebbero potuto venir sostituiti senza bisogno dell’assistenza umana, ma visto che il vento non sembrava voler aumentare il capitano e i tre sottoposti rimasero per vedere di smontarli e portarli in salvo nella stiva. Quando finalmente terminarono, gli altri erano già entrati da tempo e Kervenser li stava aspettando sul ponte con impazienza.

Finalmente, Dondragmer guidò il suo gruppo lungo la rampa di accesso e al di là del portello stagno, che chiuse dietro di loro. Si trovavano su un’asse larga circa un metro e lunga praticamente quanto il portello stagno, oltre la quale si estendeva una vasca altrettanto lunga piena di ammoniaca liquida che occupava la rimanente metà dello scompartimento. I più carichi del gruppo si calarono nella vasca afferrando delle maniglie simili a quelle che si trovavano sulla parte esterna dello scafo; gli altri, compreso Dondragmer, saltarono semplicemente dentro. La parete interna dello scompartimento si estendeva per circa un metro e mezzo sotto la superficie, e terminava a novanta centimetri dal fondo della vasca. Tutti si immersero e passarono sotto di essa, risalendo dall’altra parte su un’asse simile a quella da cui si erano appena tuffati. Un successivo portello dava direttamente sulla sezione centrale della Kwembly.

Avevano ancora addosso un leggero odore di ossigeno; qualche bolla di atmosfera esterna accompagnava in genere qualsiasi cosa passasse attraverso il portello, ma gli onnipresenti vapori di ammoniaca e i catalizzatori installati in parecchi punti dei molti livelli del veicolo si erano già da tempo dimostrati capaci di mantenere questo fastidio sotto controllo. La maggior parte dell’equipaggio aveva imparato a non prestare troppa attenzione all’odore penetrante dell’ossigeno, in particolar modo da quando era stato dimostrato che dosi minime del gas non potevano arrecare alcun disturbo.

I membri della squadra di ricerca si tolsero le tute e si avviarono con la loro apparecchiatura e i campioni prelevati, al sicuro in speciali contenitori per proteggerli dall’immersione nell’ammoniaca liquida. Dondragmer congedò gli altri e si diresse verso il ponte. Kervenser fece per abbandonare la consolle del capitano non appena lo vide entrare dal portello, ma lui gli fece cenno di restare dov’era e si diresse verso la sezione più a tribordo della sovrastruttura. Qua e là il pavimento era trasparente. Gli ingegneri umani avevano inizialmente concepito pavimenti trasparenti dappertutto, ma non avevano preso in considerazione la psicologia dei mescliniti. Strisciare tutto il giorno in un ambiente chiuso era già abbastanza seccante, ma farlo su un pavimento trasparente a cinque metri dal suolo era al di là di ogni concezione. Il capitano si fermò nei pressi di una di queste sezioni trasparenti e lanciò una timorosa occhiata allo spazio vuoto sottostante.

La superficie grigia che circondava il veicolo pareva immutata; il vento che lo scuoteva non provocava evidentemente alcun cambiamento nella neve compressa da chissà quanto tempo da una gravità pari a quaranta volte quella terrestre. Persino i vortici originati dalla presenza della Kwembly non lasciavano alcun segno sul terreno, ma Dondragmer sapeva che una grossa buca impiegava solo pochi secondi ad aprirsi, soprattutto nei pressi della parte posteriore dello scafo. Più oltre, fin dove le luci riuscivano ad arrivare, si vedevano oltre alle buche solo pochi cespugli con i rami che frustavano il vento. Osservò attento per qualche minuto, aspettandosi qualche esibizione di quell’autentica forza della natura, poi deluso rivolse la sua attenzione al cielo.

Tra gli ammassi nuvolosi cominciavano a distinguersi le stelle, ma per i guardiani del polo era ancora troppo presto. Sorgevano infatti a pochi gradi dall’orizzonte meridionale, anche per via della forte rifrazione, e le nuvole coprivano spesso il loro percorso obliquo. Ancora non si vedeva segno di pioggia o neve, né qualche segno che indicasse quale delle due aspettarsi. La temperatura esterna era di poco inferiore al punto di fusione dell’ammoniaca pura e molto inferiore a quella dell’acqua, ma una precipitazione mista era più che probabile. Cosa sarebbe successo allo strato di ghiaccio d’acqua su cui poggiavano era impossibile prevederlo, e Dondragmer non tentò neppure di trovare una risposta. Conosceva la reciproca solubilità di acqua e ammoniaca, ma non aveva mai mostrato interesse per i diagrammi e le tabelle di possibili reazioni studiate al corso d’istruzione. Se la neve si fosse sciolta avrebbero avuto occasione di vedere se la Kwembly galleggiava oppure no. La prova, comunque, non lo entusiasmava affatto.

Kervenser interruppe i suoi pensieri.

— Capitano, potremo muoverci in quattro o cinque minuti. Diamo potenza ai motori?

— Non ancora. Temevo che il vento potesse soffiarci via la neve da sotto e rovesciarci come una vecchia nave spiaggiata in balìa della risacca; volevo quindi dispormi a prua per affrontare meglio il pericolo. Ma si direbbe che la tempesta non sia così violenta. Continuiamo pure i controlli di routine, pronti però ad avviare i motori nel giro di cinque minuti.

— Con il suo permesso, è quello che stiamo già facendo. Ho pensato bene di adattare il suo ordine alla situazione, capitano.

— Molto bene. Allora, luci esterne accese e teniamo la situazione sotto controllo fino a quando il vento non smette di soffiare.

— Mi secca molto non sapere quando questo avverrà.

— Anche a me. A casa, una tempesta dura raramente più di un giorno e quasi sempre termina nel giro di un’ora. Ma questo pianeta ruota così lentamente che i campi di bassa pressione possono essere grandi quanto un continente e le precipitazioni durare per centinaia di ore. Ma non possiamo fare altro che aspettare che finisca.

— Intende dire che non possiamo muoverci finché la tempesta non cessa?

— Non saprei. Un’esplorazione aerea sarebbe rischiosa, e senza di essa non potremmo mai avanzare abbastanza velocemente da fare in modo che valga la pena muoversi per i nostri principali umani.

— Non mi piace comunque avanzare così velocemente. Non si può conoscere veramente un posto se non ci si ferma per un po’. Stiamo tralasciando tante cose che persino gli umani, con tutte le loro stranezze, troverebbero interessanti.

— A me è sembrato che sappiano perfettamente quello che vogliono: una prova per decidere se Dhrawn è un pianeta o una stella e sono disposti a pagarci per saperlo. Ammetto comunque che il lavoro può diventare noioso per chi può solo passare il tempo con questa routine.

Kervenser lasciò che quest’ultimo commento si spegnesse senza ribattere, se non addirittura senza farci caso. Sapeva che il capitano non nutriva alcun intento offensivo, nonostante il suo commento di prima sulla sanità mentale dei loro datori di lavoro. Su questo punto l’opinione di Dondragmer differiva radicalmente da quella degli altri mesciutiti, convinti che gli alieni cercassero sempre e solo di guadagnarci il più possibile da buoni commercianti. Ma Dondragmer aveva passato molto tempo in stretto contatto con scienziati umani, Drommiani e di Paneshk, forse più tempo di qualsiasi altro mesclinita. La sua personalità aperta e accomodante lo aveva poi aiutato a diventare quello che molti definivano troppo vicino agli alieni.

Le discussioni su questo argomento erano comunque rare, e l’arrivo di Beetchermarlf diede a entrambi una buona occasione per evitarne una. Il timoniere annunciò il completamento dei controlli. Dondragmer lo dismise, gli ordinò di mandare il nuovo timoniere sul ponte e rimase in silenzio fino a quando quest’ultimo non arrivò. Takoorch però non era il tipo da rimanere in silenzio per molto, e ben presto avviò quella che considerava indubbiamente una conversazione brillante. Kervenser, sempre divertito dall’inventiva e dall’umorismo del compagno, gli diede corda mentre Dondragmer rimase in silenzio intervenendo solo qualche volta su qualche argomento specifico. Si sentiva più interessato alle condizioni del tempo là fuori, per quanto non fossero nulla di speciale.

Decise di spegnere tutte le luci esterne e sul ponte, con l’eccezione di quelle del livello inferiore, per poter osservare meglio il cielo senza però perdere di vista il terreno su cui poggiavano. Parte delle nuvole si erano dissolte e le altre non sembravano più così gonfie. Anche le correnti in quota non parevano più intense di prima. Il fischio del vento rimaneva però identico. Lentamente, cominciavano ad apparire anche altre stelle. Una volta riuscì a intravedere per qualche istante uno dei guardiani, come venivano definiti dai marinai di Mesklin, basso sull’orizzonte meridionale. Non avrebbe però saputo dire quale dei due poteva essere: Sol e Fomalhaut apparivano ugualmente brillanti su Dhrawn, e il violento tremolare dovuto alla spessa atmosfera dell’enorme pianeta rendeva i colori totalmente inaffidabili. L’apparizione fu in ogni caso molto breve, in quanto le nuvole non si erano completamente dissolte.

— …L’intero gruppo di travi a tribordo si è staccato, con tutti eccetto me sul corpo centrale…

Ancora nessuna traccia di precipitazioni, e il cielo che si stava schiarendo le rendeva sempre meno probabili con gran sollievo del capitano. Un controllo al laboratorio eseguito tramite uno dei tubi acustici lo informò che la temperatura stava scendendo: attualmente vi erano settantacinque gradi all’esterno, tre gradi in meno del punto di fusione dell’ammoniaca. Ancora abbastanza vicina al punto in cui qualche problema con i composti poteva sorgere, ma decisamente le cose procedevano bene.

— …Delle isole a sud e a ovest di Dingbar. Siamo stati sospinti a terra dalla coda di una bufera, e ci trovavamo in alto e all’asciutto con una buona metà dei timoni direzionali a pezzi. Io…

Le stelle sopra di loro erano ormai tutte visibili e le nuvole quasi completamente scomparse. Naturalmente, le costellazioni gli risultavano familiari. La maggior parte delle stelle che brillavano in quel settore risentivano poco del balzo di tre parsec. Dondragmer aveva avuto tutto il tempo di abituarsi alle piccole differenze e ormai non vi faceva più caso. Di nuovo, cercò con lo sguardo i guardiani del polo ma anche stavolta senza fortuna. Forse a sud le nubi non si erano dissolte. Ormai era troppo buio per potersene accertare. Anche disattivare le luci a terra non serviva a nulla. Servì, comunque, ad attirare l’attenzione degli altri due; il flusso di aneddoti cessò bruscamente.

— Qualcosa non va, capitano? — domandò subito Kervenser, perdendo immediatamente la voglia di scherzare davanti alla possibilità di un po’ di azione.

— Forse. Sopra di noi si vedono le stelle, ma non a sud.


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In effetti si direbbe che a sud non esista neppure la linea dell’orizzonte. Cerchiamo di scoprire perché.

Il primo ufficiale ubbidì, e un raggio di luce venne proiettato verso l’alto non appena sfiorò uno dei pochi comandi elettrici. Dondragmer si diede da fare con alcuni cavi e la sottile lama di luce venne orientata verso l’orizzonte meridionale. Un gemito, l’equivalente mesclinita di un grugnito di sorpresa umano, ruppe il silenzio quando il raggio arrivò più o meno a livello del suolo.

— Nebbia! — esclamò Kervenser. — Non è molto spessa, ma abbastanza da nascondere la linea dell’orizzonte — aggiunse. Dondragmer espresse il suo accordo con un gesto e arretrò fino a raggiungere un tubo acustico.

— Laboratorio — chiamò. — Pericolo di precipitazioni. Verificate di cosa si tratta e quali possono esserne gli effetti sullo strato di ghiaccio.

— Ci vorrà un po’ per raccogliere dei campioni, signore — rispose qualcuno. — Cercheremo di muoverci più velocemente possibile. Possiamo operare esternamente o dobbiamo raccoglierli rimanendo all’interno?

Il capitano rimase silenzioso per un attimo, ascoltando il vento e ricordando l’impressione che gli aveva fatto.

— Uscite pure, ma cercate di fare in fretta.

— Ci muoviamo subito, capitano.

Con un gesto, Dondragmer ordinò al suo secondo di spegnere il riflettore e di seguirlo a tribordo per tenere sotto controllo la spedizione esterna. Il timoniere si unì a loro.

Si erano mossi velocemente, ma una foschia densa fece la sua comparsa proprio quando aprirono il portello stagno. Una sagoma scura, vagamente a forma di bruco, emerse dalla Kwembly portando con sé un contenitore di forma cilindrica. Subito un’altra sagoma la seguì. I due mescliniti si allontanarono un po’ dallo scafo e una volta raggiunto un punto idoneo, praticamente sotto i tre spettatori, iniziarono a montare il loro equipaggiamento composto essenzialmente da un grosso imbuto con la parte più larga esposta al vento e un filtro sulla parte opposta. Passarono parecchi minuti prima che si convincessero di aver raccolto un campione sufficiente ma finalmente iniziarono a smontare l’apparecchio, sigillando il filtro in un contenitore per evitare di contaminarlo con il bagno nell’ammoniaca liquida e dirigendosi poi verso il portello.

— Immagino che adesso ci vorrà almeno un giorno prima di sapere che cosa hanno raccolto — borbottò Kervenser.

— Forse no — replicò il capitano. — Si sono allenati non poco con i test pronti per le soluzioni di ammoniaca e acqua. Credo di aver visto Borndender dire agli altri qualcosa sulla densità, forse che era sufficiente per un esame ben fatto.

— In tal caso, perché ci mettono tanto?

— Immagino che si stiano ancora sfilando le tute spaziali — rispose con pazienza il capitano.

— Ma perché dovrebbero farlo prima di aver consegnato il campione al laboratorio? Perché non hanno…

Un suono proveniente dal tubo acustico interruppe la conversazione. Dondragmer rispose.

— Si tratta di pura ammoniaca, signore. Minuscole goccioline di ammoniaca ghiacciata. Nel filtro ha assunto l’aspetto di una schiuma, intrappolando anche parecchia aria che ha rilasciato non appena abbiamo aperto il filtro nell’atmosfera climatizzata della Kwembly. Pertanto, se sentite odore di ossigeno in giro non preoccupatevi. Gli effetti di questo fenomeno non dovrebbero risultare molto fastidiosi… esiste il pericolo che la Kwembly venga ricoperta da uno strato di ghiaccio, e se quanto successo nel filtro dovesse ripetersi sulle vetrate del ponte la visibilità verrebbe resa difficile. Ma altri guai non ce ne dovrebbero essere.

Poteva esserci dell’altro, invece, e Dondragmer lo sapeva bene, ma per il momento accettò senza commenti la relazione degli scienziati.

— Non avevo ancora assistito a un fenomeno di questo genere — commentò — e mi chiedo se si debba a qualche tipo di cambiamento stagionale sconosciuto. L’orbita del pianeta si sta avvicinando al sole. Qualche volta rimpiango che gli umani non abbiano svolto maggiori ricerche prima di proporci di esplorare questo pianeta per loro. Sarebbe piacevole sapere cosa ci aspetta. Kervenser, dia ordine di avviare i motori. Non appena pronti, ci disporremo con la prua al vento e muoveremo prudentemente avanti fino a quando vi sarà un minimo di visibilità. Se la nebbia dovesse diventare ancora più spessa ci muoveremo in tondo per rimanere in un’area conosciuta. Teniamo d’occhio le ruote, naturalmente in modo figurato perché non possiamo certo vederle senza uscire; mi riferisca subito se presentano delle incrostazioni di ghiaccio. Mandi qualcuno a poppa, e gli spieghi quanto importante è osservare attentamente cosa succede alle tracce che ci lasciamo dietro. Mi ha capito?

— Ho capito solo gli ordini, signore, ma non quello che dobbiamo temere.

— Forse mi sto sbagliando, e in ogni caso non c’è nulla che possiamo fare. Non mi piace l’idea di uscire e liberare a mano le ruote dal ghiaccio. Quindi, mi limito a sperare.

— Agli ordini, signore — disse Kervenser, trasmettendo immediatamente gli ordini all’equipaggio. Pochi minuti dopo, i motori a fusione della Kwembly tornavano alla vita. Il capitano si girò verso un vicino parallelepipedo di plastica alto una decina di centimetri, spesso altrettanto e largo forse due spanne, inserì una delle sue chele in una fessura su un lato, manipolò un comando e iniziò a parlare.

2

Tribuna d’onore

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La sua voce viaggiò veloce, ma il punto di arrivo era distante. Le onde radio che la trasportavano attraverso la spessa atmosfera subito rarefatta di Dhrawn raggiunsero finalmente lo spazio esterno, accelerando la loro fuga secondo dopo secondo. Viaggiando si indebolivano, ma mezzo minuto dopo la loro irradiazione avevano ancora abbastanza energia per venire raccolte da un’antenna parabolica di tre metri di diametro. L’antenna a cui erano dirette si proiettava da un cilindro di circa cento metri di diametro lungo circa la metà: formava un’estremità dell’immensa struttura spaziale a blocchi che ruotava lentamente sul suo asse equilibrata dal peso delle sue sezioni.

La corrente indotta dalle onde radio nell’antenna venne ritrasmessa, in un lasso di tempo molto inferiore, a un cristallo grande quanto una capocchia di spillo che la rettificò e l’avviluppò, utilizzando quanto ottenuto per modulare un flusso di elettroni prodotto da un generatore grande quanto un dito allo scopo di influenzare un cono dinamico di concetto incredibilmente antico sistemato in una stanza di dieci metri quadri più o meno al centro del cilindro. Erano passati solo trentadue secondi dal momento in cui Dondragmer aveva pronunciato le parole al microfono, parole che ora risuonavano chiare per consentire a tre umani sui quindici seduti in un ampio locale di ascoltarle. Dondragmer non sapeva con chi avrebbe parlato questa volta, e quindi si espresse con il linguaggio degli umani come meglio poteva invece di usare il proprio. Questo permise a tutti e tre gli ascoltatori di capirlo perfettamente.

— Questo è un rapporto provvisorio dalla Kwembly. Ci siamo fermati circa due ore e mezzo fa per i controlli di routine e per scopi di ricerca. Il vento era di circa duecento cavi e soffiava da ovest, il cielo parzialmente nuvoloso. Non appena abbiamo installato la torretta di perforazione il vento è balzato a tremila cavi…

Uno degli ascoltatori assunse un’aria interrogativa, e dopo qualche istante fece in modo di catturare l’attenzione degli altri.

— Un “cavo” mesclinita equivale a circa sessanta metri, Boyds. Sta dicendo che il vento è passato all’improvviso da una decina a più di novanta chilometri l’ora.

— Grazie, Easy — rispose l’uomo, e l’attenzione di entrambi tornò al mesclinita.

— Siamo stati completamente avvolti dalla nebbia, che sembra diventare ancora più spessa. Non oso dare l’ordine di avanzare, come pensavo, e così ci limitiamo a muovere in circolo, giusto per evitare che le ruote ghiaccino. Secondo i miei scienziati, la nebbia è composta da minuscole goccioline di ammoniaca gelata, e la superficie è coperta di neve a base di acqua. Sembra che i miei scienziati non ci abbiano pensato, ma con questa temperatura e la nebbia esiste la possibilità che lo strato superficiale di neve si sciolga. So benissimo che la Kwembly dovrebbe galleggiare e immagino che lo strato in dissoluzione non sia molto profondo, ma mi chiedo se qualcuno ha mai preso in considerazione la possibilità che la neve ghiacci nuovamente bloccando le ruote. Debbo ammettere che tempo fa la questione mi è sfuggita, e anche che l’idea di liberare a mano la Kwembly non mi attira affatto. So che non abbiamo nulla a bordo che possa tornare utile in una simile situazione, perché ho assistito al montaggio e al rifornimento della Kwembly personalmente. Quindi vi ho chiamato per annunciarvi che esiste la possibilità che il nostro gruppo rimanga bloccato per un bel po’. Vi terrò informati, e nel caso rimanessimo bloccati vi annuncio che sarei felice di svolgere qualche ricerca per tenere occupati gli scienziati e l’equipaggio. Abbiamo già svolto la maggior parte dei compiti che ci sono stati assegnati.

— Grazie, Dondragmer — replicò Easy. — Rimarremo in attesa di ulteriori notizie. Chiederò ai nostri meteorologi di calcolare l’estensione della zona di nebbia e per quanto tempo ne avrete. Forse potremo dirle qualcosa molto presto, dato che ormai vi trovate nella faccia nascosta del pianeta da più di ventiquattro ore. Forse hanno già scattato qualche fotografia della zona: non saprei dirle ora i limiti dei nostri strumenti. In ogni caso, controllerò e le farò sapere.

La donna fece scattare la levetta del microfono e si rivolse agli altri mentre le sue parole si dirigevano verso Dhrawn.

— Mi piacerebbe poter capire dal tono di voce di Dondragmer se è veramente preoccupato oppure no — disse. — Ogni volta che i mescliniti si imbattono in qualche imprevisto su quell’orribile pianeta mi chiedo come abbiamo avuto il coraggio di mandarli là, e loro come possono aver avuto il coraggio di accettare.

— Certamente non sono stati ingannati o forzati ad andare — puntualizzò uno dei presenti. — Un mesclinita che ha trascorso tutta la sua vita in giro per i mari del suo pianeta e che ha viaggiato mille volte dal polo all’equatore conosce bene i rischi che comporta una simile esplorazione. Non avremmo potuto ingannarli neppure volendo.

— Questo il mio buon senso lo sa, Boyd, ma talvolta il mio stomaco rifiuta di crederlo. Quando la Kwembly sprofondò nella sabbia a solo cinquecento chilometri dalla colonia, masticai amaro fino a quando non seppi che erano riusciti a liberarla. Quando la Smof di Densingeref venne trascinata in una gigantesca fenditura da una improvvisa ondata di fango, fui la sola a dichiararmi d’accordo con la decisione di Barlennan di inviare una missione di soccorso. Quando tutto l’equipaggio della Esket sparì nel nulla, e con esso due miei ottimi amici, litigai sia con Alan sia con Barlennan per la loro decisione di non inviare alcun mezzo di soccorso. E ancora oggi, penso che abbiano sbagliato. So benissimo che c’è una missione da compiere e che i mescliniti hanno accettato il lavoro ben conoscendo i rischi che comportava, ma quando uno dei ricognitori a terra finisce in qualche pasticcio non posso evitare di sentirmi laggiù con l’equipaggio, e di insistere sempre affinché i soccorsi vengano inviati il più rapidamente possibile. Suppongo che un giorno o l’altro perderò addirittura il lavoro per le mie insistenze, ma non posso farci nulla: sono fatta così. Boyd Mersereau ridacchiò. — Non si preoccupi, Easy: lei lavora qui proprio perché è fatta in questo modo. Ricordi comunque che ci troviamo a dieci milioni di chilometri e a quaranta G di potenziale dalla superficie di Dhrawn e quindi in caso di discussione con Barlennan o qualcuno dei suoi decidono comunque loro cosa fare. Quando si arriva a certi punti, è sempre molto utile che lui sappia che qui c’è qualcuno che sta dalla sua parte e da quella della sua gente: quindi, sono io che la prego di non cambiare.

— Umpf! — commentò Easy, il cui vero nome era Elise Hoffman, senza però dare minimamente a vedere se il commento di Boyd l’aveva divertita o fatta infuriare. — Anche Ib dice sempre così, ma io non ascolto i suoi consigli perché penso sia troppo compromesso.

— Posso anche ammettere che lo sia, ma questo non squalifica automaticamente la sua opinione. Qualcosa di buono nelle sue idee c’è senz’altro.

— Grazie Easy — risuonò la risposta di Dondragmer, interrompendo la piccola discussione. Parlava adesso nella sua lingua, che nessuno dei due uomini presenti capiva più di tanto. — Sarei felice di sentire qualcosa di positivo dai vostri scienziati. Non credo comunque sia il caso di avvertire Barlennan, a meno che non vi sia qualche motivo particolare per farlo. Non siamo ancora nei guai, dopotutto, e sono certo che ha già abbastanza a cui pensare senza venir seccato dai rischi potenziali. I risultati delle ricerche possono venir trasmessi sulla ricevente numero due, direttamente al laboratorio. Meglio evitare di ritrasmetterle, per non confondere i dati. Ora interromperò la comunicazione, ma manterrò in funzione tutte e quattro le riceventi. — La trasmissione si interruppe e Aucoin, il terzo ascoltatore, si alzò in piedi osservando Easy per una traduzione. Lei prontamente eseguì.

— Questo significa lavoro — commentò Aucoin. — Avevamo un certo numero di programmi a lungo termine per la Kwembly, ma se Dondragmer si ritrova bloccato per molto in quel punto e meglio darsi da fare per vedere che lavoro affidargli. Se ho capito bene, non crede di riuscire a liberarsi dall’impiccio in cui si trova molto presto. Passerò per prima cosa dalla sezione informazioni e domanderò loro di riprodurre un preciso rapporto basato sulle osservazioni dei satelliti nella zona d’ombra, poi passerò dalla sezione meteorologia per analizzare le formazioni e infine alla sezione di pianificazione.

— Ci vediamo alla sezione meteorologia — replicò Easy. — Ma prima volevo procurarmi le informazioni che ci ha chiesto Dondragmer, sempreché lei voglia rimanere qui di guardia, Boyd.

— Va bene, per un po’. Anch’io ho delle cose piuttosto urgenti da fare, ma farò in modo che il canale con la Kwembly rimanga sempre aperto. Meglio comunque avvisare Dondragmer: non vorrei che inviasse una richiesta di soccorso in stennita, o come diavolo si chiama la lingua dei mescliniti. Trovo sia meglio che sappia con chi dovrà parlare. Sessanta secondi in più o in meno non faranno una gran differenza comunque, considerando il poco che potremo fare per lui.

La donna si strinse nelle spalle, pronunciò nel microfono qualche parola in stennita, fece un cenno a Mersereau e lasciò il salone prima ancora che Dondragmer ebbe ricevuto la sua ultima frase. Alan Aucoin era già andato.

Il laboratorio di meteorologia si trovava all’“ultimo” livello del cilindro, abbastanza vicino al centro di rotazione della stazione spaziale da rendere una persona dieci volte più leggera che nel salone delle comunicazioni. Le strutture per l’esercizio fisico erano limitate, gli ascensori non erano stati previsti nella stazione e l’apparato di comunicazione a circuito chiuso doveva venir utilizzato per motivi strettamente di servizio. Easy Hoffman poteva scegliere tra una scala a chiocciola che avvolgeva a spirale l’asse simmetrico del cilindro o una delle molte e ripide scale a pioli. Dato che non trasportava nulla, non si scomodò fino al punto di salire le scale a chiocciola. Il laboratorio si trovava direttamente al di sopra del salone delle comunicazioni, e lei lo raggiunse in meno di un minuto.

Quello che maggiormente spiccava nel laboratorio erano due mappe emisferiche di Dhrawn, il cui diametro raggiungeva i sei metri. Si trattava di due schermi continuamente aggiornati con dati quali la temperatura, la pressione, il vento e altri ancora, ottenuti grazie ai satelliti orbitanti a bassa quota e ai rapporti degli esploratori mescliniti. Una macchia di luce verde poco a nord dell’equatore indicava la colonia, e nove deboli puntini gialli in ordine sparso entro un certo raggio dalla colonia i ricognitori di terra. Sullo sfondo del gigantesco pianeta, l’area coperta dai ricognitori risultava incredibilmente piccola, estendendosi per non più di tredicimila chilometri da est a ovest e trentamila da nord a sud. Tutti comunque rimanevano a ovest della zona battezzata “Alfa inferiore” dai planetologi.

I puntini gialli, a eccezione di due un po’ spostati verso le fredde regioni occidentali, formavano una specie di arco intorno all’Alfa inferiore. In futuro, quella zona sarebbe stata delimitata da una serie di rivelatori atmosferici, ma fino a quel momento questo riguardava solo diecimila chilometri di perimetro.

I costi erano stati elevatissimi non solo in termini economici, che Easy cercava sempre di considerare come la misura degli sforzi effettuati, ma anche in termini di feriti, morti e dispersi. I suoi occhi cercarono la luce gialla bordata di rosso appena all’interno di Alfa inferiore. La Esket. Sette mesi, o tre giorni e mezzo di Dhrawn, erano passati dall’ultimo messaggio scambiato con il suo equipaggio. La telecamera continuava a inviare immagini del suo interno. Talvolta Easy ricordava con tristezza i suoi amici Kabremm e Destigmet e qualche volta colpiva la coscienza di Dondragmer, anche se lei ne era del tutto ignara, parlando con il capitano mesclinita della triste fine dei suoi amici.

Un “salve Easy”, seguito da un “ciao mamma”, la distolse dai suoi cupi pensieri.

— Salve, signori del tempo — rispose lei. — Un certo mio amico gradirebbe sapere che tempo farà nei prossimi giorni. Potete aiutarmi?

— Ma certo, naturalmente se è un amico che vive qui alla stazione spaziale — rispose Benj.

— Non fare il cinico, figliolo mio. Ormai sei cresciuto abbastanza da intuire la differenza tra non capire nulla e non sapere niente. Il mio amico è Dondragmer, della Kwembly — specificò Easy, indicando una delle luci gialle sul gigantesco schermo e spiegando in breve la situazione. — Alan arriverà tra poco con la loro esatta posizione in caso possa servire.

— Probabilmente non servirà — chiarì subito Seumas McDevitt. — Ma se non le piace il cinismo dovrò misurare attentamente le parole. Tra la posizione a terra dei ricognitori e quella riportata dallo schermo possono esistere differenze anche di un centinaio di chilometri, e io dubito seriamente che le nostre previsioni possano arrivare a un tale grado di precisione da far sì che una simile differenza conti veramente.

— Veramente, non ero neppure certa che i dati vi permettessero di fare una previsione — ribatté Easy. — Ho sentito dire che anche su questo pianeta i cambiamenti del tempo procedono da ovest, e nell’area a ovest della Kwembly la notte è già calata da due giorni e mezzo. Abbiamo abbastanza dati sulle turbolenze a ovest da poter fare una previsione?

— Ma certo — rispose subito Benj, mentre il sarcasmo lo abbandonava e l’entusiasmo per la fisica atmosferica cresceva. — In ogni caso la luce riflessa del sole non conta molto nelle nostre tecniche di rilevamento: quasi tutta l’energia viene irradiata direttamente dalla superficie del pianeta, che ne emette molto più di quanta non ne riceva dal suo sole. Immagino che tu sappia — continuò, rivolto alla madre — della vecchia questione su Dhrawn, cioè se sia un pianeta o una stella. Ormai sappiamo abbastanza da prevedere la temperatura al suolo, fenomeni locali, spostamenti delle masse nuvolose e loro formazione, ma i venti… i venti sono difficili — disse, esitando e sentendo su di lui l’occhio di McDevitt, che lo osservava con espressione da giocatore di poker. Il meteorologo comprese l’imbarazzo del giovane e annuì prima che quest’ultimo perdesse l’impeto mostrato fino allora. McDevitt non aveva mai fatto l’insegnante, ma ne aveva la stoffa.

— I venti sono difficili da prevedere per via delle approssimazioni nel determinare l’altezza delle nuvole e perché le variazioni di temperatura adiabatica, cioè che avvengono senza trasferimento di calore, spesso sono legate alla formazione di nubi più dello spostamento di masse d’aria. Con quella gravità, la densità dell’aria si dimezza ogni cento metri di altitudine e questo provoca dei cambiamenti di temperatura spaventosi — spiegò, lanciando nuovamente un’occhiata a sua madre. — Hai già sentito queste cose o debbo spiegarmi meglio?

— Non vorrei dare l’impressione di voler tagliare corto — replicò Easy — ma credo di aver capito una cosa: non volete rischiare e cercare di prevedere quando si alzerà la nebbia che ha intrappolato Dondragmer. Forse contattare la Kwembly e farsi riferire la pressione e i venti in superficie potrebbe aiutarvi? Anche sulla Kwembly vi è della strumentazione, lo sapete.

— Sì, potrebbe — ammise McDevitt mentre Benj annuiva silenziosamente. — Posso parlare direttamente con Dondragmer? E… mi capirà? Il mio stennita non esiste ancora.

— Tradurrò io, se promette di limitare al minimo i termini tecnici — rispose Easy. — Se ha intenzione di star qui più di un mese, comunque, sarebbe una buona idea imparare qualche parola della lingua dei nostri piccoli amici. Molti di loro parlano la nostra lingua, ma comunque lo apprezzano sempre moltissimo.

— Lo so, ed è mia intenzione imparare. Sarei felice che lei mi aiutasse.

— Non appena potrò, sicuramente. Ma lei si troverà un po’ indietro rispetto a Benj.

— Benj? Ma se siamo arrivati insieme, tre settimane fa! Non può aver avuto più occasioni di imparare una lingua di quante ne abbia avute io. Abbiamo a malapena avuto il tempo di familiarizzarci entrambi con le osservazioni di chi ci ha preceduto e di imparare i programmi dei computer, oltre a conoscere i dettagli del progetto.

Easy sorrise a suo figlio. — In effetti è così. Ma Benj è un genio per le lingue come sua madre e credo proprio che lo troverà utile in futuro, anche se debbo ammettere che ha imparato lo stennita da me e non dai mescliniti. Ha sempre insistito per imparare una lingua che sua sorella non fosse in grado di capire. La consideri una semplice prova di orgoglio familiare ma gli dia una possibilità più tardi; ora dobbiamo cercare di fare qualcosa per Dondragmer. Nel suo rapporto ha detto che il vento soffiava a novanta chilometri orari.

McDevitt ci pensò sopra un attimo.

— Inserirò i dati che abbiamo nel computer e proverò qualche simulazione, considerando anche quest’ultimo elemento — disse infine. — Così avremo qualcosa su cui discutere quando chiameremo Dondragmer. Se poi i dati che lui ci fornirà risulteranno molto diversi da quelli inseriti li reinseriremo e faremo scorrere qualche altra simulazione. Niente di più facile. Aspetti un attimo.

I due meteorologi cominciarono a lavorare sul computer. Per un po’ quello che facevano risultò poco significativo per Easy. Certo, sapeva che stavano inserendo dati nei computer programmati per processarli e ottenerne delle proiezioni, ed era molto compiaciuta di vedere Benj che apparentemente faceva la sua parte senza alcun bisogno di supervisione da parte dello scienziato più anziano. A lei e suo marito era stato detto una volta che le buone capacità matematiche di Benj potevano provarsi insufficienti per delle missioni nello spazio. Naturalmente, quello che i due facevano non era altro che routine che chiunque con una minima infarinatura tecnica sarebbe stato in grado di svolgere, ma non poté fare a meno di sentirsi comunque incoraggiata a quella vista. — Naturalmente — disse McDevitt quando ebbe finito di inserire i dati — le previsioni possono sbagliare. Questo sole non si sente molto sulla superficie di Dhrawn ma il suo effetto non è del tutto trascurabile e il pianeta si sta avvicinando al suo sole da almeno tre anni, cioè da quando siamo arrivati qui. I primi rapporti dalla superficie erano però molto incompleti e venivano inviati da una mezza dozzina di sonde robotizzate. Poi, un anno e mezzo fa, sono arrivati i mescliniti ed è stata costruita la colonia, ma anche così i rilevamenti riguardano a malapena un terzo del pianeta. Quindi, le nostre previsioni si basano su dati puramente empirici e sulle leggi conosciute della fisica senza domandarsi quanto siano affidabili qui. Non abbiamo ancora abbastanza elementi per poter stabilire una serie di regole.

Easy annuì. — Lo so, e immagino lo sappia anche Dondragmer. Tuttavia, voi avete accesso a molte più informazioni di lui e credo proprio che sarebbe contento di qualche notizia, buona o cattiva che sia. Se fossi io al posto suo, bloccato a migliaia di chilometri da qualsiasi possibile aiuto m una macchina ancora in prova e neanche in grado di vedere cosa succede intorno a me, be’… direi che un contatto con il mondo esterno mi solleverebbe un po’ il morale. E non intendo un puro e semplice contatto a scopo di conversazione, anche se questo aiuta, ma informazioni che possano dare un quadro preciso della situazione.

— Non sarà facile vederlo sullo schermo — si intromise Benj. — Anche con un’atmosfera limpida, è difficile per i satelliti trovare un ricognitore in particolare; non parliamo di trovare un ricognitore in un fittissimo banco di nebbia.

— Hai ragione, naturalmente, ma immagino tu abbia capito cosa intendo — disse calma sua madre. Benj si strinse nelle spalle e non aggiunse altro. Un silenzio abbastanza teso cadde nel laboratorio per circa mezzo minuto.

Il silenzio fu interrotto dal computer, che espulse una pagina piena di simboli di fronte a McDevitt. Gli altri due si piegarono sulle sue spalle per vedere meglio, anche se vedere non aiutò affatto Easy. Il ragazzo osservò i simboli stampati in linee ordinate per non più di cinque secondi, ed emise un suono a mezza strada tra un grugnito di disapprovazione e una risata. Il meteorologo alzò lo sguardo verso di lui.

— Parla tu, Benj. Qui puoi sfogare tutto il tuo sarcasmo. Personalmente, sarei contrario a trasmettere questi dati a Dondragmer così come sono.

— Perché? Cosa c’è di sbagliato? — chiese la donna.

— Be’, la maggior parte dei dati proviene senz’altro da satelliti che si trovano sulla faccia nascosta. Ho aggiornato i dati con le sue informazioni sulla velocità del vento, cercando di considerare anche un pizzico di incertezza. Non ho idea della strumentazione di cui sono dotati i ricognitori, né della precisione dei dati trasmessi. Per il vento, lei mi ha dato una velocità di circa novanta chilometri l’ora… la nebbia non l’ho proprio menzionata, dato che sappiamo solo che in effetti copre quell’area senza altre informazioni. La prima linea dello stampato mi dà delle condizioni di visibilità normali, cioè fino a ventotto chilometri, con foschia pari a un grado.

Easy inarcò le sopracciglia. — Questo come lo spiega? Pensavo che con i satelliti non avessero più senso tutti i vecchi scherzi sui soleggiati fine settimana previsti dal metereologo il venerdì.

— In effetti, quegli scherzi sono solo un po’ ammuffiti. Il rapporto me lo spiego con il fatto che non abbiamo e non possiamo avere tutte le informazioni che ci servono: innanzitutto una conoscenza dettagliata della superficie del pianeta; in secondo luogo, una carta topografica della zona in cui si trova la Kwembly e di quella immediatamente confinante verso ovest. Un vento che scende lungo una pendenza del tre per cento a una velocità rispettabile può alterare la temperatura della propria massa d’aria in modo rapido e impressionante, come Benj ha già detto qualche minuto fa. In effetti, le poche mappe che abbiamo sono state realizzate proprio studiando questo effetto ma rimangono sempre abbastanza approssimative. Dondragmer e il suo equipaggio dovranno fornirci maggiori informazioni. Mi diceva che Aucoin sta cercando di stabilire la posizione esatta della Kwembly…

Easy non fece in tempo a rispondere, perché lo stesso Aucoin fece ingresso nella stanza. Non si disturbò a salutare i presenti e andò subito al sodo, convinto che i meteorologi fossero già in grado di fornire a Easy le informazioni richieste.

— Otto virgola quattro cinque cinque gradi a sud dell’equatore e sette virgola nove due tre a est del meridiano della colonia. C’è ancora qualche chilometro di insicurezza per i nostri scienziati, o pensate vi possa andar bene?

— Ma come sono spiritosi oggi tutti quanti — borbottò McDevitt. — Grazie, penso possa andar bene. Easy, perché non scendiamo di sotto e facciamo una chiacchierata con Dondragmer?

— Va bene, ma Benj non potrebbe unirsi a noi? Vorrei fargli conoscere Dondragmer, naturalmente se qui non ha nulla da fare.

— Venire con noi e, naturalmente per caso, dare una dimostrazione delle sue capacità linguistiche. Va bene, Benj, unisciti pure a noi. Viene anche lei, Alan?

— No, ho molto da fare. In ogni caso, riferitemi qualsiasi informazione che secondo voi vale la pena di conoscere. Il blocco di Dondragmer potrebbe avere delle ripercussioni sulla pianificazione delle risorse. Sarò proprio in pianificazione, se mi cercate.

Il meteorologo annuì. Aucoin si avviò e i tre discesero la scala a pioli fino al salone delle comunicazioni. Mersereau era sparito, come aveva annunciato, ma uno degli addetti aveva cambiato posto per seguire gli schermi della Kwembly. Quando vide Easy e gli altri entrare li salutò e tornò al suo posto. Gli altri addetti alle comunicazioni prestarono loro scarsa attenzione. Si erano accorti dell’assenza di Easy e di Mersereau semplicemente perché il regolamento sta


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biliva che non dovessero mai rimanere meno di dieci persone nel salone delle comunicazioni. Le stazioni riceventi non venivano assegnate secondo un programma rigido: si era scoperto che in questo modo le consolle erano tutte ugualmente coperte.

I quattro canali di comunicazione stabiliti con la Kwembly terminavano ognuno su un proprio schermo, che davano su un gruppo di sei poltroncine. Gli schermi erano situati in posizione più elevata dei rispettivi altoparlanti, in modo da risultare visibili anche dalle consolle circostanti. Ogni consolle era dotata di microfono con relativo selettore, che consentiva di mettersi in contatto con una delle quattro riceventi della Kwembly, oppure con tutte le riceventi allo stesso momento.

Easy sedette comoda in una delle poltroncine centrali e posizionò l’interruttore del suo microfono in modo da contattare il ponte, su cui si trovava Dondragmer. Non vi era molto da vedere sullo schermo corrispondente, dato che l’occhio della trasmittente inquadrava la vetrata sulla parte anteriore del ponte e la nebbia era anche più fitta di come descritto dal mesclinita. Il posto del timoniere e i suoi occupanti erano parzialmente visibili in basso a sinistra sullo schermo; il resto risultava avvolto in un’ovattata atmosfera grigia, suddivisa in rettangoli dalla struttura portante della vetrata. Easy notò che le luci sul ponte erano al minimo, ma la nebbia al di là della vetrata era illuminata dalle luci esterne della Kwembly.

— Dondragmer, parla Easy. Si trova sul ponte? — disse, e posizionò l’interruttore in modo da parlare con il laboratorio. — Borndender, o chiunque mi ascolti — chiamò, sempre in stennita. — Non riusciamo a ottenere una previsione affidabile con i dati che abbiamo. Ci siamo messi in contatto con il ponte, ma saremmo felici di sentire da voi la temperatura attuale, la velocità del vento, la pressione esterna e qualsiasi elemento abbiate sulla nebbia, oltre a… — disse, esitando.

— Oltre alle stesse informazioni per le ultime ore — si intromise Benj nella stessa lingua.

— Saremo pronti per ascoltarvi non appena terminata la comunicazione con Dondragmer — concluse la donna.

— Sarebbe utile anche conoscere le vostre considerazioni su aria, nebbia e composizione della neve — aggiunse suo figlio.

— Inoltre, se avete qualche idea che pensate possa tornare utile vorremmo sentirla anche noi — riprese Easy. — Voi siete là e noi no, e dovete esservi fatta un’idea sulle condizioni atmosferiche di Dhrawn.

Il timer emise un suono simile a un tocco di campana. — Stiamo per ricevere la risposta dal ponte. Attendiamo la vostra risposta subito dopo la comunicazione con il capitano.

Le prime parole che l’altoparlante emise si sovrapposero al finale della sua frase. Il timer era programmato su un lasso di tempo pari a quello impiegato dalle onde radio per andare e tornare, e il ponte aveva risposto immediatamente.

— Qui parla Kervenser, signora Hoffman. Il capitano si trova di sotto, in biorigenerazione. Posso chiamarlo, se crede, oppure posso dirottare la comunicazione e metterla in diretto contatto con lui, ma se avete qualche consiglio da darci non mi dispiacerebbe ascoltarlo in prima persona. La visibilità è calata a zero, e non osiamo più muoverci se non in circolo. La situazione è seria. I volatori ci hanno dato un’idea dei dintorni prima che calasse la nebbia e il terreno sembrava abbastanza solido, ma non possiamo certamente correre il rischio di finire in una buca. Avanziamo mortalmente lenti, tracciando un cerchio di venticinque cavi di diametro. Tranne quando prendiamo il vento di prua o di poppa, la Kwembly sembra doversi capovolgere da un momento all’altro. La nebbia gela non appena viene a contatto delle vetrate e questo è il motivo per cui non riusciamo a vedere nulla. Le ruote sembrano pulite, immagino perché ci stiamo muovendo e il ghiaccio si rompe prima di poter far male veramente, ma mi aspetto che i perni comincino a gelare da un momento all’altro e ripulirli poi dal ghiaccio sarà un lavoraccio incredibile. Credo che sia possibile lavorare là fuori, ma debbo confessare che odio l’idea di dover uscire in queste condizioni. Ritrovarsi con la tuta spaziale coperta di ghiaccio mi sembra un’idea terrificante. Bene, ecco tutto. Avete qualche idea?

Easy aspettò pazientemente che Kervenser finisse. L’intervallo di sessantaquattro secondi con cui venivano ricevuti i messaggi sortiva un effetto comune a tutti coloro che si trovavano a comunicare spesso tra stazione spaziale e superficie del pianeta: la tendenza a comprimere al massimo i messaggi, a dire quanto più possibile in una sola volta cercando di indovinare cosa l’altra parte voleva sapere. Quando capì che Kervenser aveva terminato e stava aspettando una risposta, Easy riassunse velocemente le informazioni note agli scienziati della stazione spaziale evitando però di menzionare la simulazione effettuata ai computer che insisteva nel dichiarare che le condizioni del tempo dovevano essere limpide. I mescliniti sapevano benissimo che la scienza umana non era infallibile, e difatti molti di loro ne avevano un’opinione più distaccata e realistica della maggior parte degli umani stessi, ma era inutile fare una figuraccia se poteva essere evitato. Lei non era un meteorologo, naturalmente, ma era un essere umano e Kervenser l’avrebbe probabilmente considerata alla stessa stregua degli altri.

Il gruppo seguì quasi in silenzio la risposta del primo ufficiale. Benj tradusse a bassa voce la conversazione a McDevitt, impiegando solo qualche secondo in più del messaggio stesso. La replica di Easy si limitò a una conferma e alle scuse per non essere in grado di fornire ai mescliniti in difficoltà un aiuto più concreto. Forse si poteva fare qualcosa di più dopo aver sentito gli scienziati del laboratorio.

Easy e suo figlio si prepararono a tradurre il messaggio con i dati richiesti. La donna fece partire un registratore, in caso vi fossero dei termini tecnici difficili da tradurre sul momento, ma il messaggio arrivò nella lingua degli umani. Evidentemente era Borndender che trasmetteva. McDevitt si sorprese solo per un attimo e iniziò a prendere nota di quanto veniva detto, mentre il ragazzo teneva lo sguardo sulla punta della penna e l’attenzione su quanto usciva dall’altoparlante.

Andava bene anche a Easy di non dover tradurre. Per quanto conoscesse bene lo stennita non era molto ferrata in argomenti scientifici e non avrebbe saputo tradurre molte cose perché non le conosceva. Sapeva di non dover provare il minimo imbarazzo per questo, ma non poteva farne a meno. Non riusciva a evitare di considerare i mescliniti come esponenti di una cultura antica come quella di Robin Hood o di Harun al Rashid, anche se sapeva bene che un programma di educazione attivo ormai da cinquant’anni aveva istruito in modo completo molte centinaia di soggetti. La cosa non era stata resa pubblica, perché vi era la tendenza generale a pensare che fosse un male trasmettere troppa conoscenza alle razze “arretrate”… meglio invece regalar loro un complesso di inferiorità e prevenire ulteriori progressi.

Tutto questo a McDevitt importava poco. Quando anche l’ultimo dato venne trascritto, lo scienziato e il suo giovane assistente pronunciarono un veloce “grazie e arrivederci” nel microfono più vicino e si affrettarono verso il laboratorio. Easy, notando che il selettore era posizionato in modo da parlare con il ponte, lo corresse e salutò come dovuto i ricercatori mescliniti prima di congedarli. Poi, ritenendo di non avere nulla da fare nel laboratorio di meteorologia, sedette nuovamente nella poltroncina che le consentiva la vista migliore sui quattro schermi attivi decidendo di aspettare che succedesse qualcosa.

Mersereau ritornò pochi minuti dopo l’uscita dei meteorologi, e dovette venir aggiornato sugli ultimi sviluppi. Per il resto, nulla degno di nota accadde. Di quando in quando una figura dalle molte zampe faceva la sua comparsa nel campo visivo della telecamera, ma senza prestare la minima attenzione al fatto di venire osservato ed evidentemente impegnato in altre faccende.

Easy pensò di avviare di nuovo una conversazione con Kervenser. Conosceva e gradiva quell’ufficiale quasi quanto il suo superiore. In ogni caso, il pensiero dell’intervallo di tempo che divideva un’affermazione dalla successiva la scoraggiò parecchio, come sempre succedeva quando si trattava di comunicazioni non strettamente importanti.

Ma anche senza quell’intervallo, la conversazione languiva. Lei e Mersereau potevano dirsi poco che non fosse già stato detto in precedenza. Un anno di missione lontano dalla Terra bastava per esaurire tutti gli argomenti di conversazione che non fossero legati a questioni di lavoro o trattassero di affari personali. Sentiva di aver poco in comune con Mersereau, anche se trovava la sua compagnia gradevole e lo stimava; ma le loro professioni si sovrapponevano solo quando bisognava parlare con i mescliniti.

Di conseguenza, il salone delle comunicazioni risultava alquanto silenzioso. Di quando in quando i vari ricognitori di terra inviavano rapporti da ritrasmettere alla colonia su Dhrawn. La maggior parte degli addetti alle consolle non aveva tempo da dedicare a una chiacchierata, e così Easy si ritrovò a cercare di indovinare quanto sarebbe trascorso prima che i due meteorologi fossero di ritorno con qualcosa di accettabile. Calcolando due minuti per arrivare al laboratorio, che potevano anche diventare uno se si fossero affrettati, più un minuto per inserire i dati nel computer, due per le simulazioni, cinque di discussione perché conosceva suo figlio e già lo vedeva domandarsi polemico se quella previsione fosse in effetti più affidabile della precedente… e infine, due per un’altra serie di simulazioni con dati e variabili modificate e due per tornare al salone delle comunicazioni, perché stavolta non si sarebbero certamente affrettati dato che avrebbero fatto la strada discutendo. Sarebbero entrati a momenti, probabilmente sempre discutendo.

Ma le cose cambiarono all’improvviso prima del loro ingresso. A un certo momento lo schermo che inquadrava il ponte domandò attenzione. Fino ad allora tutto era stato tranquillo, con le vetrate annebbiate dall’ammoniaca gelata che dominavano l’immagine parziale del timoniere. Quest’ultimo era rimasto praticamente immobile, con la barra spostata di molto su un lato per guidare la Kwembly nel suo lento moto circolare.

Poi, d’un tratto, le vetrate sembrarono tornate trasparenti anche se dallo schermo non poteva vedervi attraverso. La telecamera non era inclinata abbastanza per consentire al grandangolo di inquadrare il terreno davanti allo scafo. Comparvero due mescliniti, che si affrettarono verso le vetrate e guardarono di sotto gesticolando con grande agitazione. Mersereau indicò un altro schermo: anche nel laboratorio sembrava regnare la massima confusione. Fino a quel momento, nessuno dei piccoli alieni aveva inviato un rapporto su quanto stava succedendo. Easy pensò che sembravano troppo occupati dai problemi immediati per pensarci. I microfoni erano disattivati, come sempre quando non volevano comunicare con gli umani che stazionavano in orbita.

A questo punto Benj e McDevitt fecero il loro ingresso. Easy vide suo figlio con la coda dell’occhio, e senza girarsi domandò loro: — Avete qualche previsione credibile questa volta?

— Sì; adesso Benj la tradurrà — rispose concisamente McDevitt.

— Meglio di no. Si direbbe che stia succedendo qualcosa. Meglio far parlare loro per primi. Dondragmer si trova certamente sul ponte, o vi si recherà non appena gli riferiranno della comunicazione. Sieda pure qui. Può usare questo microfono.

McDevitt la guardò senza rispondere. Non avrebbe più degnato Easy di un simile riguardo per molti mesi a venire. Cominciò a parlare prima ancora di essersi seduto.

— Dondragmer, riteniamo che la scarsa visibilità non possa durare più di diciannove, venti ore; pertanto, la nebbia si dissolverà nel giro di un’ora. La temperatura dovrebbe scendere, e le goccioline di ammoniaca che la compongono precipiteranno sotto forma di cristalli che non dovrebbero aderire alle vostre vetrate. Se riuscite a liberarvi del ghiaccio che vi rallenta, non correrete più il rischio di trovarvi bloccati. Il vento diminuirà gradualmente per cessare del tutto nel giro di quattro, cinque ore. Per allora, la temperatura sarà tanto bassa da eliminare completamente il rischio di disgelo superficiale. Le nuvole rimarranno ad alte quota per altre quarantacinque ore… — e la previsione continuò, anche se Easy ormai non ascoltava più.

Quasi a metà discorso, prima comunque che il messaggio di McDevitt raggiungesse la superficie di Dhrawn, un mesclinita si era avvicinato tanto alla telecamera sul ponte da coprire completamente con la sua espressione grottesca il campo ottico dello schermo. Una delle sue zampe dotate di chele si protese verso qualcosa che si trovava a lato della telecamera, e Easy pensò che stava per inserire l’audio. Senza provare sorpresa, ascoltò la voce del capitano risuonare molto più calma di quanto paresse logico in condizioni di emergenza.

— Easy, o chiunque mi ascolti, sono Dondragmer. Avvisate subito Barlennan. La temperatura è salita di sei gradi in pochi minuti, superando quota cento. Il ghiaccio si è sciolto, e stiamo galleggiando.

3

Centri nervosi

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Forse era stato poco gentile inviare il rapporto nella lingua degli umani. Il tempo necessario per la traduzione avrebbe alleviato un po’ lo shock di McDevitt. La cosa peggiore, disse in seguito lo scienziato umano, era sapere che il messaggio stava viaggiando alla volta di Dhrawn e non poter fare nulla per fermarlo. Per un attimo aveva pensato di saltare sulla navetta per collocarsi tra le onde radio e il pianeta in modo da oscurare la Kwembly. Ma in effetti il pensiero non durò più di un attimo: non si poteva fare molto in trentadue secondi. Inoltre, la navetta non poteva viaggiare alla velocità della luce: si trattava di un mezzo spaziale di potenza e dimensioni ridotte, da utilizzare in caso di emergenza e per riparare i satelliti. Easy, seduta accanto a lui, sembrava non aver notato la differenza tra le previsioni dei meteorologi e le condizioni effettive del tempo. Perlomeno, non si era girata verso di lui per osservarlo con l’espressione divertita che nove su dieci dei suoi colleghi avrebbero sfoggiato. “Be’, comunque non l’avrebbe mai fatto”, pensò McDevitt. “Ecco perché fa il suo lavoro.”

La donna stava lavorando nuovamente sulla manopola di selezione, con l’attenzione rivolta a uno schermo più piccolo sopra i quattro schermi della Kwembly. Inizialmente una spia accanto allo schermo splendeva di un rosso intenso; poi, mentre Easy lavorava sui comandi la spia divenne verde e sullo schermo comparve l’immagine di una stanza arredata a ufficio con una dozzina di mescliniti che si aggiravano qua e là. Subito Easy iniziò a parlare.

Il rapporto fu breve. Tutto quello che poteva fare era ripetere le poche parole di Dondragmer. Terminò molto prima che lo schermo mostrasse le conseguenze di quanto aveva riferito.

Quando la risposta arrivò, comunque, si sentì soddisfatta. Tutti gli esseri a forma di bruco in vista si affrettarono verso la trasmittente. Anche se Easy non aveva mai imparato a leggere le espressioni sul volto dei mescliniti, non vi erano difficoltà nell’interpretare le zampe che si agitavano e le pinze che sbattevano. Una delle creature si precipitò verso una porta semicircolare sull’altro lato della stanza e scomparve dalla vista. Nonostante il colore rosso e nero dei mescliniti, Easy non poteva fare a meno di associarli alla vista di sua figlia che, qualche anno prima, portava alla bocca una forchettata di spaghetti. Un mesclinita che correva in un campo di quaranta gravità sembrava filiforme e senza zampe all’occhio umano.

Il suono non era ancora arrivato, ma nel salone il mormorio cresceva d’intensità. Non era certo anormale che i ricognitori di terra incontrassero delle difficoltà. In genere però i mescliniti affrontavano i problemi con spirito molto più tranquillo degli umani, che invece stavolta si limitavano a guardare immobili. Nonostante l’impossibilità di usare il sistema di comunicazione interno per motivi estranei al servizio, la gente cominciò a fare ingresso nella stanza e a sedere sulle poltroncine rimaste libere. Gli schermi vennero attivati e sintonizzati sul quartier generale mesclinita. Allo stesso momento, Easy e Mersereau dividevano l’attenzione tra i quattro schermi di comunicazione con la Kwembly, lanciando solo un’occhiata di quando in quando al piccolo schermo soprastante.

Dalle immagini non si sarebbe detto che la Kwembly stava galleggiando perché i movimenti venivano ripartiti tra le trasmittenti e non vi erano oggetti in vista che rotolassero o si muovessero in modo da dare l’impressione di navigare. La maggior parte dell’equipaggio era praticamente cresciuta sul mare e l’abitudine di una vita faceva sì che nulla venisse lasciato malfermo. Easy mantenne lo sguardo sul ponte sperando di vedere qualcosa all’esterno in grado di rivelarle le condizioni atmosferiche, ma nulla di riconoscibile comparve attraverso le vetrate.

Improvvisamente queste vennero nascoste dal corpo di Dondragmer che si avvicinava alla telecamera per trasmettere il suo rapporto.

— Si direbbe che non corriamo pericoli immediati. Il vento ci sta spingendo in avanti abbastanza rapidamente, a giudicare dalla scia che ci lasciamo dietro. La nostra rotta magnetica è sessantasei. Siamo immersi fino alla linea di galleggiamento, cioè fino al ponte numero due. I nostri scienziati stanno cercando di calcolare la densità di questo liquido, ma nessuno finora si era preso la briga di realizzare delle tabelle di dislocamento per questo scafo. Se voi umani avete questa informazione, la mia gente sarà felice di averla. Comunque, finché non andiamo a cozzare contro qualcosa di solido, eventualità che ritengo improbabile, non vedo cosa possa succedere. Tutti i macchinari stanno funzionando a dovere e l’unico inconveniente è che le ruote non hanno nulla su cui far presa. Se diamo potenza però funzionano. Per ora questo è tutto. Se i vostri satelliti riescono a monitorizzare la nostra posizione saremmo felici di sapere a che velocità procediamo. Riferite tutto a Barlennan e ditegli che per adesso va meglio del previsto.

Easy si sintonizzò con la base mesclinita e iniziò a ripetere il rapporto di Dondragmer. Si rese conto, dopo un po’, che tutto veniva trascritto su carta da un zelante graduato. Dentro di sé si augurò che avesse qualcosa da domandarle: non avrebbe potuto rispondere a molte domande, ma stava cominciando a provare nuovamente quella sensazione di inutilità e precarietà che l’angosciava tante volte. Il mesclinita, invece, si limitò ad annunciare che la trasmissione era stata ricevuta alla perfezione e si avviò verso la porta con le sue note. Easy fu lasciata sola a chiedersi quanto lontano doveva andare per portare gli appunti a Barlennan. Nessun umano aveva un’idea precisa della configurazione della base mesclinita.

In effetti però il tragitto fu breve. La maggior parte del viaggio sembrò svolgersi all’esterno per via del timore dei coloni per qualsiasi tipo di copertura, un timore difficile da dimenticare persino su un pianeta dove la gravità equivaleva a una frazione del valore normale su Mesklin. La copertura della base era eseguita interamente in materiale trasparente portato appositamente dal loro pianeta natale. La sola differenza nei confronti di una comune sezione di città a più livelli consisteva nel fatto che tutti gli edifici erano a un singolo piano. Infatti, il pensiero di una struttura a più piani non era mai passato per la mente dei mescliniti: la struttura multi-piano della Kwembly e degli altri ricognitori si doveva principalmente alla progettazione umana e paneshk.

Il mesclinita avanzò zigzagando lungo un corridoio, da cui si dipartivano altri corridoi, per non più di centocinquanta metri prima di raggiungere l’ufficio del comandante. L’ufficio si trovava sul lato settentrionale dell’insieme di strutture alte un metro che formavano il corpo centrale della colonia. Il terreno circostante era ondulato e la base mesclinita si trovava a ridosso di una balza alta forse un paio di metri che si estendeva per un chilometro e mezzo da est a ovest, interrotta qua e là da una dozzina di rampe artificiali. Subito dietro la base, con il ponte che pareva torreggiare sulla colonia, si trovavano due dei giganteschi ricognitori. Anche la parete dell’ufficio di Barlennan era trasparente e dava direttamente sul più vicino dei due veicoli. L’altro era parcheggiato a due-trecento metri verso est. Dall’ufficio erano visibili anche degli operai in tuta spaziale, decisamente minuscoli paragonati all’enorme mezzo di trasporto che stavano revisionando.

Barlennan stava seguendo con aria critica il lavoro degli operai quando il messaggero bussò ed entrò. Il marinaio non pronunciò alcun saluto formale ed entrò subito nei dettagli del rapporto giunto dalla stazione spaziale umana non appena il comandante gli fece cenno di parlare. Quando Barlennan si girò per prendere il rapporto scritto, l’altro lo aveva già illustrato oralmente.

Naturalmente quanto sentì non suonò per nulla soddisfacente. Aveva pensato a una serie di domande, e il rapporto appena inviato da Easy non rispondeva a nessuna di esse. Il comandante decise di controllare la sua impazienza.

— Immagino quindi che i meteorologi umani non siano stati di nessun aiuto — disse.

— No signore, almeno per noi. Ma forse hanno parlato direttamente con la Kwembly senza consultarci.

— Già, è possibile. I nostri meteorologi sono stati messi al corrente?

— Che io sappia no, signore. Non avevamo nulla di utile da riferire, ma Guzmeen ha forse inviato un messaggio anche a loro.

— Va bene. Voglio parlare io direttamente con gli scienziati. Sarò alla sezione scientifica tra mezz’ora al massimo. Riferisca a Guzmeen.

Il messaggero confermò serrando la chela e uscì dall’accesso da cui era entrato. Barlennan invece uscì da un’altra parte, avanzando lentamente verso ovest e attraversando edificio dopo edificio tramite i corridoi coperti che rendevano il complesso un’unica, grande struttura. La maggior parte dei corridoi sul suo percorso tendeva a salire, cosicché quando dovette svoltare verso sud e allontanarsi dalla balza si trovava circa un metro e mezzo più in alto del suo ufficio, anche se non raggiungeva ancora il ponte del ricognitore parcheggiato vicino al suo ufficio. La copertura trasparente tendeva a piegarsi leggermente verso l’esterno man mano che saliva dato che l’atmosfera della base, composta quasi per intero di idrogeno, non soffriva la repentina caduta di pressione con l’aumentare dell’elevazione a cui invece andava soggetta l’atmosfera densa e mista di Dhrawn. La colonia era stata edificata a un’elevazione notevole per Dhrawn. La pressione esterna complessiva equivaleva alla pressione registrata a livello del mare su Mesklin. Era solo quando i ricognitori scendevano a quote inferiori che si rendeva necessario l’utilizzo di argon, per mantenere stabile la loro pressione interna.

Dal momento che l’atmosfera di Dhrawn conteneva il due percento di ossigeno, i mescliniti facevano di tutto per prevenire qualsiasi infiltrazione. Barlennan ricordava ancora gli imbarazzanti risultati di un’esplosione dovuta a miscelazione di ossigeno e idrogeno poco dopo il suo primo incontro con gli esseri umani.

Il complesso di ricerca era l’edificio più a ovest e più alto della base. Era decisamente ben separato dalla maggior parte delle altre strutture, e differiva da queste ultime per il suo solido tetto, nonostante anche questo fosse trasparente. Era anche l’unico tra tutti gli edifici che potesse vantare una piccola storia separata, in quanto molti strumenti erano stati installati sul tetto e una serie di rampe e portelli stagni consentivano l’accesso fin sopra. In nessun modo i mescliniti avevano accettato di utilizzare gli strumenti forniti loro dagli sponsor alieni: avevano avuto cinquant’anni per prepararsi e, grazie alla loro immaginazione e nonostante le molte ingenuità, la strumentazione funzionava benissimo, anche se naturalmente nessuno poteva esserne certo prima di aver iniziato le operazioni su Dhrawn.

Come nei ricognitori, anche nel complesso di ricerche faceva mostra un misto di crudezza e sofisticazione. L’energia era fornita da reattori a fusione all’idrogeno, ma provette e alambicchi erano di vetro soffiato; le comunicazioni con la stazione spaziale umana avvenivano per mezzo di una trasmittente a stato solido di raggi elettromagnetici, ma i messaggi venivano portati a mano da appositi fattorini attraverso i lunghi corridoi della base. Ma questo stava per cessare, anche se gli umani non lo sapevano. I mescliniti avevano afferrato il principio del telegrafo e stavano per realizzare i primi telefoni. In ogni caso, la base non era dotata di telefono o di telegrafo perché la maggior parte degli sforzi amministrativi di Barlennan era concentrata sul progetto che aveva provocato la simpatia di Easy per l’equipaggio della Esket. Ci voleva molto impegno per realizzare linee telegrafiche attraverso il nudo suolo di Dhrawn.

Barlennan non riferiva nulla di tutto questo ai suoi sponsor umani. Non gli dispiacevano gli umani, in effetti, anche se non spingeva tanto in là le sue simpatie quanto Dondragmer. Era sempre stato cosciente della loro brevissima esistenza, che impediva l’instaurarsi di un rapporto confidenziale tra lui e i suoi datori di lavoro prima che questi venissero sostituiti da altri. Ogni tanto si preoccupava della possibilità che gli umani, i Drommiani e i Paneshk scoprissero quanto effimera era in realtà la durata della loro vita, per paura che la cosa potesse deprimerli. Difatti, era divenuta un po’ una politica da parte mesclinita evitare il discorso dell’età con le altre razze aliene. Un’altra politica che tutti seguivano era evitare di dipendere da loro più di quanto fosse realmente necessario. Non si riusciva mai a sapere se un nuovo arrivato dimostrava le stesse propensioni di chi l’aveva preceduto. Gli alieni erano intrinsecamente inaffidabili secondo la maggior parte dei mescliniti; la fiducia che Dondragmer nutriva in loro era solo una lampante eccezione.

Gli scienziati che Barlennan era venuto a visitare conoscevano tutto questo. La loro prima preoccupazione riguardava la sua presenza nel loro laboratorio. — Si tratta di un’ispezione o c’è qualche problema? — domandarono.

— Problemi, temo — replicò Barlennan riferendo brevemente la situazione di Dondragmer. — Riunite tutti coloro che pensate possano avere qualche idea e andiamo alla stanza della mappa — ordinò, aprendo la strada verso un locale di una quindicina di metri quadrati il cui pavimento equivaleva a una mappa della zona immediatamente prossima ad Alfa Inferiore. Fino a quel momento però non molte sezioni riportavano una mappatura accurata e ogni volta che Barlennan osservava quel pavimento non poteva evitare di pensare a quanto lavoro rimaneva ancora da fare. Tuttavia, si sentiva più incoraggiato lui da quella mappa incompleta che la sua controparte umana sulla stazione spaziale che orbitava a centinaia di migliaia di cavi di distanza. Entrambe le mappe mostravano la zona ad arco coperta dai ricognitori e qualche particolare del paesaggio. I mescliniti riportavano la rotta dei ricognitori con lunghe linee di colore nero, il cui insieme ricordava alla lontana la struttura delle cellule nervose umane con tanto di massa della cellula.

La mappa dei mescliniti prendeva come punto di riferimento la posizione della Esket, marcata in rosso. Questa informazione era stata ottenuta senza bisogno di ricorrere agli umani. In quella stanza non vi erano telecamere e mai ve ne sarebbero state fino a quando il comando spettava a lui.

In quel momento però la sua attenzione si spostò parecchio più a sud del cerchiolino rosso, dove quasi nulla era ancora marcato. La linea che rappresentava il percorso della Kwembly appariva tristemente sola. Barlennan sollevò la parte anteriore del suo corpo in modo da vedere comodamente, e portò gli occhi a quindici, venti centimetri dal suolo. La mappa appariva vuota, e con quella sensazione la osservò fino all’ingresso degli scienziati. Bendivence si mostrava sempre troppo ottimista, oppure troppo pessimista. Il comandante non riuscì a capire perché altrimenti doveva chiamare una ventina di scienziati per un problema semplice come quello. Gli scienziati si radunarono vicino a lui e sollevarono i loro corpi, pronti ad ascoltare educatamente il comandante e a rispondere alle sue domande. Barlennan cominciò senza preamboli.

— Questo è il punto dove si trovava la Kwembly all’ultimo rapporto — disse, indicandolo a tutti. — Stava attraversando una zona pianeggiante coperta di neve, neve d’acqua praticamente priva di detriti e grossi ostacoli ma piuttosto sporca, secondo quanto affermano gli scienziati di Dondragmer.

— Borndender? — domandò qualcuno. Barlennan confermò con un gesto e continuò a parlare.

— La zona innevata comincia qui — aggiunse, strisciando fino a un punto situato a circa un metro e mezzo di distanza verso nord. — Si estende tra due catene montuose che abbiamo indicato solo parzialmente. I dirigibili di Destigmet non si sono ancora spinti tanto a sud, o forse non ci è ancora arrivato il rapporto, e i piloti della Kwembly non


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hanno visto molto. Una ventina di ore fa, mentre la Kwembly era ferma per dei controlli di routine, si è alzato un forte vento che ha portato una densa nebbia composta di ammoniaca quasi pura. Poi, senza preavviso, la temperatura è salita di parecchi gradi e loro si sono trovati a galleggiare, sospinti dal vento verso ovest. Abbiamo bisogno di spiegazioni e di urgenti consigli su cosa fare. Come mai la temperatura è salita e la neve si è sciolta di colpo? Esiste qualche connessione tra i due fenomeni? Tenete presente che la più alta temperatura riportata dalla Kwembly era di soli centotre gradi, ventisei o ventisette gradi in meno del punto di fusione dell’acqua. E perché un vento così forte? Sta spingendo la Kwembly verso le regioni calde interne ad Alfa Inferiore, molto più a sud della Esket — disse, indicando il cerchiolino su una sezione del pavimento poco più in là. — Sareste in grado di prevedere quanto a ovest verranno sospinti? Non volevo che Dondragmer partisse per questa missione, e non voglio certamente perderlo nonostante i disaccordi esistenti tra noi. Domanderemo agli umani tutto l’aiuto che possono concederci, ma anche voi dovrete lavorare. So che qualcuno tra voi ha cercato di capire qualcosa sul clima di Dhrawn. Non avete qualche idea sul perché tutto questo sia successo?

Seguirono alcuni minuti di silenzio. Perfino i più portati per i lunghi discorsi conoscevano Barlennan abbastanza da sapere che non valeva la pena di rischiare in un momento come quello. Per un po’ nessuno si fece avanti con qualche idea costruttiva. Poi uno degli scienziati si affrettò verso la porta dicendo: — Torno subito. Debbo controllare una tabella.

Passarono meno di trenta secondi e lo scienziato rientrò. — Credo di poter spiegare il rialzo di temperatura e l’improvviso scioglimento della neve — disse con sicurezza. — La superficie era coperta di acqua gelata, e la nebbia composta di ammoniaca. Il riscaldamento dovuto all’incontro e alla miscelazione delle due sostanze può aver provocato il rialzo di temperatura, mentre è risaputo che esistono soluzioni di acqua e ammoniaca che si sciolgono a temperature molto inferiori di centotré gradi, addirittura a settantuno.

Dagli ascoltatori si levarono moderati suoni di approvazione, mentre chele e zampe si sollevavano per esprimere soddisfazione. Barlennan si unì all’entusiasmo degli scienziati anche se la spiegazione non era ancora completa. Ma non aveva ancora finito con le domande.

— Questo può aiutarci a stabilire fin dove verrà sospinta la Kwembly?

— Di per sé non credo… dovremmo sapere fin dove si estendevano la zona pianeggiante e il banco di nebbia — rispose lo stesso scienziato — e dato che l’unico ricognitore nella zona era la Kwembly, per saperlo abbiamo bisogno delle fotografie scattate dai satelliti umani. Ma sappiamo tutti quanto imprecisi sono questi satelliti: la maggior parte delle volte è impossibile distinguere tra nuvole e ghiaccio. Inoltre, quei satelliti sono stati costruiti prima che noi arrivassimo qui.

— Proviamo lo stesso — ordinò Barlennan. — Con un po’ di fortuna, perlomeno sarà possibile vedere se la catena montuosa a occidente incrocia il percorso attuale della Kwembly e in tal caso lo scafo non potrebbe venir trascinato per più di qualche migliaio di cavi.

— Va bene, controlleremo. Bendivence e Deeslenver, venite con me. Siete più pratici di quelle foto di quanto lo sia io — disse uno dei ricercatori. I tre uscirono dalla stanza, mentre la riunione si frammentò in piccoli gruppi che discutevano animatamente tra loro indicando ora la mappa sul pavimento, ora qualcosa nel laboratorio al di là della parete. Barlennan li lasciò discutere per parecchi minuti prima di decidere che era ora di riprendere in pugno la situazione.

— Scusate, ma se la pianura che Dondragmer stava attraversando era coperta di pura neve d’acqua, è logico pensare che da molto tempo non si verificava in quella zona una precipitazione di ammoniaca. Perché allora le cose sono cambiate tanto rapidamente?

— Deve trattarsi di uno degli effetti legati al cambio di stagione — rispose uno dei presenti. — Si tratta solo di una congettura, ma direi che il fenomeno è dovuto a qualche repentino cambiamento nel corso dei venti. Le masse d’aria di diverse parti del pianeta vengono saturate di acqua o ammoniaca a seconda della natura del terreno che attraversano, con un ruolo importante giocato dalla temperatura. La distanza tra Dhrawn e il suo sole raddoppia nella stagione fredda e il pianeta ruota su un asse molto più inclinato di quello di Mesklin. A questo punto, è logico pensare che in un determinato periodo dell’anno quella pianura riceva solo precipitazioni a base d’acqua, mentre in altri solo a base di ammoniaca. In effetti, la tensione di vapore dell’acqua è tanto bassa che è difficile concepire una situazione in cui l’acqua evapori nell’atmosfera senza trascinare con sé eventuali vapori di ammoniaca, ma sono sicuro che è possibile. Ci lavoreremo sopra, ma si tratta di un’altra situazione in cui avremmo vita più facile con informazioni che riguardano tutto il pianeta nella sua rivoluzione completa. Questi umani sembrano avere una fretta indiavolata: potevano aspettare ancora qualche anno prima di dare il via alle esplorazioni.

Barlennan rispose con un gesto che tradotto in termini umani significava un grugnito di accettazione.

— I dati attuali debbono bastare. Comportatevi come se foste qui a scoprire il resto, piuttosto che trovarlo già pronto.

— Naturalmente. Ha intenzione di mandare il Kalliff o la Hoorsh in aiuto di Dondragmer? Questa situazione è certamente diversa da quella della Esket.

— Dal nostro punto di vista è vero. Ma potrebbe sembrare strano agli umani se insistessi per dirottare su Dondragmer un ricognitore dopo tutte le discussioni dell’ultima volta. Ci penserò sopra. Vi è più di un modo di navigare controvento. Voi fate partire quel lavoro di ricerca di cui parlavamo cominciando anche a pensare come potremmo fare per andare incontro alla Kwembly a nostra volta.

— Va bene, comandante — dissero più o meno all’unisono tutti i presenti, facendo per girarsi e andare. Ma Barlennan voleva aggiungere qualcos’altro.

— Jemblakee, capisco benissimo che sia ansioso di parlare con i suoi colleghi umani per sapere cosa hanno scoperto, ma le raccomando di non menzionare assolutamente quanto abbiamo discusso. Eviti anche di parlare di questa storia della miscelazione tra acqua e ammoniaca che fa salire la temperatura: lasci che ne parlino loro per primi, e mostri autentica sorpresa quando ci arriveranno, va bene?

— Perfetto — rispose Jemblakee. Lo scienziato avrebbe senza dubbio condiviso una smorfia di mutua soddisfazione con il suo comandante se il volto dei mescliniti fosse stato in grado di assumere un’espressione del genere. Finalmente Jemblakee uscì, e dopo qualche istante Barlennan fece lo stesso. I rimanenti tecnici e ricercatori avrebbero volentieri approfittato della sua presenza per discutere altre cose, ma in effetti aveva altro da fare. Se non riuscivano a lavorare senza le sue pinze sul timone… be’, dovevano andare per qualche ora alla deriva.

Presto avrebbe dovuto parlare con la stazione spaziale umana; ma se avveniva una discussione, cosa che sembrava abbastanza probabile, era meglio essere aggiornato sugli ultimi sviluppi. Alcuni dei giganti con due zampe, per esempio Aucoin, che sembravano avere molto da dire sulla loro politica, erano riluttanti a perdere o addirittura rischiare anche una minima parte dell’equipaggiamento di riserva, senza riguardo per l’importanza che i mescliniti davano a determinate situazioni. Dato che erano gli alieni a pagare, questo sembrava logico se non lodevole. Tuttavia non vi era nulla di riprovevole nel cercare di convincerli ad assumere un atteggiamento più realista. Se possibile, la cosa migliore era cercare di far leva su quella donna stranamente simpatetica chiamata Hoffman. Era un vero peccato che gli umani mantenessero degli orari così strani. Se avessero installato dei grandi orologi nel salone delle comunicazioni lui avrebbe potuto decidere con chi parlare. Si chiese, non per la prima volta, se non lo avessero fatto apposta proprio per impedirlo; non c’era modo però di appurarlo: non poteva certo domandarlo.

Il centro di comunicazioni della base si trovava abbastanza distante dai laboratori da dargli il tempo di pensare lungo la strada. Era anche abbastanza vicino al suo ufficio da concedergli il tempo di una pausa per stendere qualche nota in preparazione dello scontro verbale prossimo futuro.

L’argomento centrale sarebbe stata la questione del salvataggio se il veicolo di Dondragmer si fosse guastato. Se l’allarme precedente, che aveva coinvolto la Esket mesi prima, poteva servire da indicazione, il parere degli umani sarebbe stato di lasciar perdere e di non distogliere il Kalliff dalle sue mansioni. Naturalmente non c’era nulla che gli umani potevano fare se lui avesse deciso di inviare i soccorsi comunque, o se decideva di fare di testa sua in mille altre cose, ma Barlennan sperava di mantenere le cose entro i limiti di un’accorata discussione. Meglio evitare discussioni inutili: ecco perché sperava di trovare Easy Hoffman. Per qualche ragione quella donna sembrava propensa a mettersi dalla loro parte ogni volta che sorgeva una discussione. La Hoffman rappresentava certamente uno dei motivi per cui non si era verificato alcuno screzio tra mesciutiti e umani durante l’emergenza della Mesklin, anche se senza dubbio la ragione principale era che lui, Barlennan, non aveva mai avuto l’intenzione di inviare una squadra di soccorso e pertanto non si era opposto ad Aucoin.

Bene, poteva comunque arrivare fino al centro di comunicazioni e scoprire chi era di servizio in quel momento alla stazione spaziale. Con l’equivalente di un’alzata di spalle, un movimento che increspò tutto il suo corpo, Barlennan si sollevò dal pavimento con i suoi quarantacinque centimetri di corporatura da bruco e si avviò nel corridoio. E fu in quel momento che il vento raggiunse la base.

Inizialmente la visibilità rimase buona. Per alcuni minuti non vi fu traccia della nebbia che aveva intrappolato Dondragmer. Notando che la copertura trasparente cominciava a incresparsi, Barlennan cambiò immediatamente idea e tornò indietro verso il laboratorio, ma prima che riuscisse a ottenere qualche informazione costruttiva dai suoi scienziati le stelle cominciarono a offuscarsi. In pochi minuti, le luci mostrarono un soffitto tanto grigio da sembrare cemento a mezzo metro sopra i mescliniti. I soffitti del laboratorio erano in materiale rigido e non vibravano per il vento come quelli dei corridoi, ma il suono che veniva da fuori era tale da spingere più di uno scienziato a porsi dei dubbi sull’effettiva resistenza del complesso. Nessuno ne fece parola ad alta voce in presenza del comandante, ma Barlennan sapeva cosa significavano quegli sguardi intensi che gli venivano rivolti non appena risuonava l’urlo del vento.

Solo in quel momento Barlennan realizzò che la sua attuale posizione era la meno indicata per un comandante nel momento del bisogno. Tra l’altro non era neppure uno scienziato, e pertanto il laboratorio era l’unica sezione della base in cui non poteva assolutamente dare ordini. Si limitò quindi a domandare una sola cosa, e venne informato che la velocità del vento equivaleva a circa la metà di quella dichiarata da Dondragmer, che si trovava a circa quindicimila chilometri di distanza. Saputo questo, si diresse verso il centro di comunicazione.

Pensò per un attimo di passare dal suo ufficio già che era sulla strada, ma dopotutto chiunque volesse trovarlo sapeva di doverlo cercare anche da Guzmeen. In quel momento una domanda gli attraversò la mente, una curiosità che poteva venir soddisfatta dagli umani a bordo della stazione spaziale molto più velocemente che in qualsiasi altro modo. La faccenda gli sembrò sempre più importante a ogni secondo che passava. Dimenticando completamente di assicurarsi che Easy Hoffman fosse di guardia alle riceventi Barlennan entrò con decisione nel piccolo centro di comunicazioni, salutò i presenti e si diresse verso la più vicina trasmittente. Cominciò a parlare prima ancora di veder comparire il viso di Easy, ma quando vide che era veramente lei la sua controparte non poté trattenere un moto di soddisfazione.

— Il vento e la nebbia sono arrivati fin qui — dichiarò secco. — Alcuni dei miei erano in servizio esterno… be’, suppongo che per loro non si possa far nulla al momento. Alcuni però erano in servizio di manutenzione sui ricognitori parcheggiati appena fuori: potreste chiamarli dal vostro centro radio e domandare loro come vanno le cose. Non sono molto preoccupato, perché la velocità del vento si è dimezzata rispetto a quella annunciata da Dondragmer e l’aria è molto meno densa per la maggiore altitudine alla quale ci troviamo. Ma anche noi siamo bloccati per la nebbia: mi fareste veramente un gran favore a sincerarvi delle condizioni dei miei mescliniti là fuori.

L’immagine di Easy aveva cominciato a parlare molto prima che Barlennan finisse. Naturalmente non poteva trattarsi di una risposta a quanto il mesclinita aveva detto, perché non era trascorso abbastanza tempo da permettere al segnale di andare e tornare; evidentemente, anche gli umani avevano qualcosa di urgente da dirgli. Barlennan si concentrò sul suo messaggio fino a quando non ebbe finito, sapendo che Guzmeen o qualcun altro avrebbero registrato quello di Easy in arrivo. La sovrapposizione di più messaggi in queste situazioni era una cosa frequente, e veniva trattata seguendo una normale routine.

Una volta inviato il suo messaggio il comandante si girò per chiedere un riassunto delle parole di Easy, ma la sua domanda venne interrotta. Uno degli ufficiali entrò affannato nella stanza e cominciò a parlare non appena lo vide.

— Signore, tutti i gruppi in servizio esterno sono riusciti a tornare alla base, tutti meno due che vengono attesi all’ingresso settentrionale. Uno è il gruppo al lavoro sulla Hoorsh, mentre l’altro stava livellando il terreno per la costruzione del nuovo complesso venti cavi a nord, sull’altro lato del piazzale di parcheggio: il primo era composto di otto tecnici, mentre il secondo di venti tra operai e ingegneri.

Barlennan serrò contemporaneamente tutte e quattro le chele per segnalare che aveva capito. — La stazione spaziale sta cercando di mettersi in contatto con la Hoorsh: presto avremo loro notizie — replicò. — A proposito, quanti erano di servizio esterno oggi? Quanti sono i dispersi, e cosa dicono coloro che sono riusciti a tornare di questa nebbia? Ci sono feriti?

— Nessun ferito, signore. Il vento non ha rappresentato un grave problema: sono tornati perché non si vedeva più nulla. Alcuni però hanno avuto difficoltà a trovare la strada. Personalmente credo che la squadra di operai e ingegneri stia ancora cercando di tornare, oppure che abbia deciso di fermarsi dove si trova in attesa che qualcuno li vada a prendere. Il gruppo al lavoro sulla Hoorsh invece può anche non essersi accorto di nulla, visto che tutti lavorano all’interno. Se nessuno di loro si fa vivo, penso sia opportuno inviare qualcuno.

— Inviare qualcuno? E come pensa di evitare che si perda?

— Con la bussola, e mandando con lui un operaio che abbia lavorato molto all’esterno e conosca bene il terreno.

— Io non ho alcuna… — fece per replicare Barlennan, ma la voce di Easy lo interruppe.

— Barlennan — disse la donna. — Le ricetrasmittenti del Kalliff e della Hoorsh sono perfettamente funzionanti. Per quanto possiamo vedere, sul Kalliff non c’è nessuno: lo scafo è deserto e nulla si muove. Sulla Hoorsh invece vediamo dell’animazione: ci sono da tre a cinque mescliniti nella sala di biorigenerazione. L’uomo in servizio agli schermi della Hoorsh ha visto almeno tre mescliniti muoversi nel giro di due minuti, ma non conosce la vostra razza al punto di poter affermare con certezza che si tratti di individui diversi. Nessuno però sembra preoccuparsi. I mescliniti che abbiamo visto sono tutti presi dal loro lavoro, e non prestano alcuna attenzione agli schermi. Sicuramente però non hanno alcuna intenzione di inviare richieste di soccorso. Jack Bravermann sta cercando di attirare la loro attenzione verso lo schermo, ma io non credo vi sia nulla di cui preoccuparsi. Come ha detto lei, un vento a velocità ridotta e un’atmosfera più sottile dovrebbero significare che la base non è in pericolo se nulla finora è successo alla Kwembly.

— Non è quello che mi preoccupa, perlomeno non molto. Ma se aspetta un momento, ascolterò quanto mi ha detto prima e le risponderò — disse Barlennan, girandosi verso l’addetto alle comunicazioni per affermare: — Suppongo che abbiate registrato quello che ha detto.

— Sì signore, ma non era nulla di urgente anche se può essere considerato interessante. Ma abbiamo un nuovo rapporto dalla Kwembly. Lo scafo sta ancora galleggiando e il vento lo spinge in direzioni diverse. Dondragmer afferma di esser stato un paio di volte sul punto di incagliarsi. Visto che anche la Kwembly si muove, a bordo ritengono impossibile misurare la velocità del vento e stabilire se è rimasta invariata. — Il comandante fece un gesto di accettazione, si girò di nuovo verso il comunicatore e disse: — Grazie, signora Hoffman. Mi fa piacere parlare con lei anche se mi comunica che non vi è nulla di cui preoccuparsi. Rimarrò qui per un po’, così se vi sono novità potrà comunicarmele immediatamente. A proposito, i vostri meteorologi sono riusciti a elaborare una previsione attendibile? Sono riusciti a spiegare cosa sta succedendo?

A tutti i presenti nella stanza risultò ovvio che Barlennan faceva del suo meglio per mantenere un’espressione neutra e distante mentre formulava la domanda. Le zampe erano immobili e rilassate e le protuberanze che reggevano le chele rimanevano vicino al corpo con le pinze leggermente dischiuse. La testa si trovava proprio all’altezza giusta, né troppo vicino al pavimento né troppo rialzata, e gli occhi fissavano intensamente schermo e telecamera. Nessuno poteva sapere cosa gli passava per la testa, ma i mescliniti sapevano che stava dando a quella domanda un’importanza maggiore del solito. Qualcuno si domandò perché si preoccupava di controllarsi così, dato che era difficile credere che un umano potesse afferrare le sottigliezze del loro comportamento. Ma quelli che lo conoscevano meglio sapevano che non avrebbe mai rischiato di far trapelare i suoi pensieri più profondi. Dopotutto gli umani erano una razza evoluta, e fra loro vi erano soggetti come Easy Hoffman capaci di parlare stennita e di afferrare al volo il punto di vista dei figli di Mesklin, anche se con tutte le limitazioni della sua razza aliena.

Tutti osservarono lo schermo con interesse, domandandosi se l’umano avrebbe dato mostra di qualche reazione verso l’atteggiamento del comandante, poi la sua risposta arrivò. Tutto il personale del centro di comunicazioni conosceva le espressioni facciali degli umani e la maggior parte di loro riusciva a riconoscere almeno una mezza dozzina di persone diverse basandosi solo sulla faccia o sulla voce, anche perché il comandante aveva tempo prima espresso un forte desiderio affinché queste abitudini venissero coltivate. Barlennan, con gli occhi che avevano abbandonato lo schermo per osservare a uno a uno i presenti nella stanza, si divertiva delle loro espressioni quasi quanto si annoiava del suo atteggiamento scontato. Si chiese come avrebbero reagito alla risposta di Easy, qualunque fosse; ma non ebbe il tempo di scoprirlo.

La donna umana aveva evidentemente ricevuto il suo ultimo messaggio e stava per iniziare a rispondere quando la sua attenzione venne richiamata da qualcosa d’altro. Per molti secondi ascoltò evidentemente un altro umano e i suoi occhi si distrassero dalla telecamera. Poi la sua attenzione tornò a Barlennan.

— Comandante — disse. — Abbiamo appena ricevuto un rapporto da Dondragmer. La Kwembly si è arenata, o perlomeno sta per arenarsi sulla terraferma. Il vento però li spinge ancora: le correnti non sono cessate. Hanno toccato terra, ma le ruote non fanno presa sulla superficie sotto di loro. Comunque, se il vento non li disincaglia sono destinati a fermarsi anche perché Dondragmer afferma che il livello dell’acqua sta scendendo.

4

Chiacchierata confidenziale

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Beetchermarlf provava un’insolita sensazione di inutilità. Il timone della Kwembly era connesso alle ruote direzionali da un semplice sistema di cinghie e pulegge. Persino i muscoli dei mescliniti non bastavano a smuovere le ruote quando il veicolo era immobile e anche se mentre avanzavano era possibile compiere una svolta, manovrare lo scafo non era certo semplice. Ma in quel momento la Kwembly galleggiava con le ruote direzionali fuori dall’acqua, mentre il timone si muoveva debolmente in risposta alle sollecitazioni provenienti dal moto inerte dello scafo. In teoria la Kwembly era manovrabile sul mare, ma per uscire di lì sembrava necessario installare delle pale sui pneumatici, cioè un’operazione molto complicata da svolgere in acqua. Dì primo acchito Dondragmer aveva in effetti pensato di mandar fuori qualcuno in tuta spaziale per cercare di riuscirci, ma poi aveva abbandonato l’idea ritenendola troppo pericolosa anche legando gli improvvisati operai alla Kwembly con delle funi di sicurezza. Pareva probabile che lo scafo fosse destinato a venir trascinato verso l’imboccatura della pianura trasformatasi in un lago, e le funi di sicurezza potevano servire a ben poco se la Kwembly si fosse disincagliata mentre la squadra era fuori.

Gli stessi pensieri attraversarono la mente del timoniere fermo al suo posto, che però evitò di esprimerli ad alta voce. Beetchermarlf era giovane, ma non tanto giovane da non riuscire a capire che tutti comprendevano l’ovvio. Era tra l’altro molto convinto della competenza e della preparazione del suo capitano.

Man mano che passavano i minuti però cominciò a preoccuparsi. Dondragmer rimaneva chiuso in un impenetrabile silenzio. Qualcosa si doveva pur tentare; non poteva accettare passivamente di venir spinto tanto a est. Lanciò un’occhiata alla bussola; sì, il vento soffiava verso est, senza ombra di dubbio. Da quella parte doveva trovarsi una catena di colline, secondo uno dei rapporti ricevuti dai ricognitori aerei, le stesse colline che delimitavano la pianura innevata e che risultavano ogni tanto visibili in lontananza all’orizzonte. La catena era lunga circa cinquemila chilometri e a giudicare dal suo colore doveva esser composta di roccia e non di ghiaccio. Se l’acqua su cui galleggiava la Kwembly proveniva semplicemente dallo scioglimento della neve della pianura, la terraferma non doveva trovarsi lontana. Beetchermarlf non aveva idea della velocità a cui il vento li spingeva, ma la sua fiducia nella resistenza della Kwembly era pari a quella nel suo capitano. Ciononostante, l’idea di incagliarsi sugli scogli di Dhrawn lo attirava quanto quella di incagliarsi sugli scogli di Mesklin.

In ogni caso, la loro velocità non doveva essere eccessiva vista la densità dell’aria. La sommità della Kwembly era leggermente ricurva e le sue linee spezzate dal ponte, mentre la presenza delle ruote sotto lo scafo li rallentava senza dubbio in modo notevole. Secondo i rapporti dei palloni sonda la pianura era priva di dislivelli, per cui l’acqua in sé stessa non doveva essere in movimento. A questo proposito, la pressione atmosferica poteva confermare o smentire le osservazioni dei palloni sonda. Forse era meglio dare una controllatina. Il timoniere si mosse, alzò lo sguardo verso il capitano, esitò per un attimo e infine parlò.

— Signore, che ne pensa di controllare la pressione atmosferica? Se ci muoviamo anche per l’effetto delle correnti, stiamo per forza di cose scendendo. La pressione atmosferica potrebbe anche smentire… — disse Beetchermarlf, ma fu interrotto dal suo capitano.

— I volatori però non hanno segnalato alcun dislivello… no, ha ragione lei: è meglio controllare — disse, sollevandosi fino a raggiungere i tubi acustici per chiamare il laboratorio. — Borndender, che mi dice della pressione? La sta tenendo sotto controllo, vero?

— Naturalmente, capitano. Sia il pallone di prua sia quello di poppa hanno continuato a espandersi da quando ci siamo mossi. Direi che siamo scesi di almeno sei lunghezze corporee… stavo giusto per immettere altro argon.

Dondragmer ringraziò, poi si rivolse nuovamente al timoniere.

— Aveva ragione, e io avrei dovuto pensarci prima. Questo significa che veniamo trasportati anche dalla corrente oltre che dal vento, e che tutte le nostre congetture su dove, quando e come ci saremmo fermati vanno riviste. Non può esistere corrente se non esiste una pendenza, e in tal caso l’acqua di questo altopiano deve pur defluire da qualche parte!

— Siamo in grado di resistere a lungo qui dentro, signore, e possiamo tenerci pronti per un eventuale impatto. Non vedo cos’altro si possa fare…

— Una sola cosa — mormorò cupamente Dondragmer, sollevandosi di nuovo fino ai tubi acustici e richiamando l’attenzione generale con quel suo lungo ululato a sirena. Una volta sicuro che tutti lo stavano ascoltando, mosse indietro di qualche decina di centimetri per sistemarsi alla stessa distanza da tutti i tubi e iniziò a parlare a voce alta per farsi sentire in modo chiaro.

— Voglio che tutto l’equipaggio indossi immediatamente le tute spaziali. Abbandonate pure i vostri posti, pronti però a tornarvi non appena le avrete indossate — ordinò. Poi si abbassò sulla piattaforma di comando e si rivolse a Beetchermarlf. — Vada a prendere la mia e la sua tuta spaziale, svelto.

Il timoniere fu di ritorno entro un minuto e mezzo. Si avvicinò al capitano per aiutarlo a infilarsi la tuta, ma fu allontanato con gesto imperioso e scese a infilarsi la propria. Due minuti dopo, entrambi i mescliniti facevano ritorno alle proprie posizioni, un po’ impacciati dalla tuta trasparente.

Ma tutta quella fretta si rivelò superflua. Passò del tempo, mentre Beetchermarlf giocherellava con l’inutile timone e Dondragmer si chiedeva se gli scienziati umani potevano, per una volta, saltar fuori con qualche informazione che fosse utile oltre che accademica. Sperava più che altro che i satelliti riuscissero a determinare la loro velocità e direzione. Sarebbe stato simpatico, pensò con cinismo, sapere in anticipo quanto forte sarebbe stata la botta che erano destinati a prendere al termine del viaggio. Ma questa era un’informazione difficile da ottenere e lui lo sapeva bene. Più di trenta satelliti circondavano ormai il pianeta, ma orbitavano a meno di cinquemila chilometri dalla superficie. Nessuno aveva mai pensato di elevare le loro orbite, perché il loro ridotto campo di rilevazione visiva e infrarossa garantiva in pratica lo studio perfetto di una determinata superficie. La base spaziale umana, che stazionava a dieci milioni di chilometri dalla colonia, avrebbe teoricamente dovuto seguire tutti i ricognitori grazie alla sua sofisticatissima strumentazione. Infine, la velocità dei satelliti, che si avvicinava a centocinquanta chilometri al secondo, rappresentava senza dubbio una difficoltà per il rilevamento temporaneo nonostante gli umani affermassero che era necessaria per mantenere sotto controllo tutta l’area coperta dai ricognitori. Insomma, Dondragmer dubitava che i satelliti potessero essergli di qualche aiuto e sapeva che la base spaziale non lo vedeva perché da loro non aveva mai ricevuto informazioni utili.

Finalmente, circa un’ora e mezzo dopo lo scioglimento della neve una leggera vibrazione percorse tutta la Kwembly. Dondragmer subito segnalò ai suoi uomini che le ruote stavano probabilmente toccando il basso fondale. Tutti avevano comunque pensato la stessa cosa e la tensione cominciò a salire.

Poco o nulla preannunciò loro la fine del viaggio. Un suono dal laboratorio richiamò l’attenzione del capitano, a cui venne riferito che la pressione saliva alquanto rapidamente e che un’immissione addizionale di argon era necessaria per prevenire una possibile depressurizzazione. La velocità non sembrava aumentare, ma le implicazioni del rapporto dal laboratorio erano abbastanza chiare: stavano scendendo più rapidamente. A quanto poteva equivalere la loro velocità orizzontale? Il capitano e il timoniere si guardarono negli occhi, e nessuno dei due trovò il coraggio di porre all’altro questa domanda. Passò altro tempo. La tensione ormai era palpabile, e chele e zampe afferravano il più saldamente possibile sostegni, maniglie e ripari.

Poi, all’improvviso, il silenzio fu rotto da un frastuono spaventoso, e lo scafo curvò bruscamente. Seguì un altro colpo, e la Kwembly si inclinò pesantemente su un lato. Per parecchi secondi il robusto mezzo sembrò lottare contro forze immani per non capovolgersi, e coloro che si erano riparati vicino alla prua la sentirono cozzare ripetutamente e gemere ferita dalle rocce. La nebbia, o forse era spuma ribollente, impediva la vista e rendeva impossibile seguire visivamente le peripezie della caduta. E infine, con un suono secco e metallico e un sobbalzo spaventoso, la Kwemby sembrò fermarsi inclinandosi di sessanta gradi a tribordo: stavolta era incagliata. Gemiti e sfregamenti suggerivano qualche movimento, ma per fortuna quell’incredibile corsa sembrava definitivamente terminata. Per la prima volta, il gorgogliare delle acque che passavano sotto lo scafo inclin


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ato divenne chiaramente udibile.

Dondragmer e l’equipaggio erano incolumi. Per delle creature che consideravano normali duecento gravità della Terra e una sgradita seccatura un’attrazione pari a seicento G, un’accelerazione come quella appena subita non significava nulla: le loro chele stringevano ancora gli appigli più vicini, e le loro zampe rimanevano ben piantate sul pavimento. Il capitano non si preoccupò neppure di sincerarsi delle condizioni dell’equipaggio. Le sue prime parole indicarono che stava considerando le cose da un punto di vista più ampio.

— Equipaggio, a rapporto — urlò nei tubi acustici. — Iniziare immediatamente il controllo esterno del fasciame e segnalare quanto prima le incrinature, le ammaccature, gli squarci e qualsiasi altro danno che possa provocare delle perdite. Personale scientifico: iniziare le procedure d’emergenza e verificare la presenza di infiltrazioni di ossigeno. Biorigenerazione: bloccare il ricircolo atmosferico fino a quando non sia stata verificata la tenuta dello scafo. Scattare!

Apparentemente i tubi acustici funzionavano bene. Difatti non appena Dondragmer terminò cominciarono a echeggiare suoni di risposta. Man mano che arrivavano i rapporti Beetchermarlf si rilassò. Non si aspettava che la struttura e il fasciame della Kwembly offrissero tanta resistenza agli urti e dopo aver constatato che l’atmosfera velenosa di Dhrawn non trovava facile accesso all’interno dello scafo sentì salire di parecchio la scarsa stima che provava per gli ingegneri alieni che l’avevano progettato. Aveva sempre considerato la resistenza e la durata dei materiali artificiali inferiore a quella dei materiali organici e trovava ottimi motivi per continuare a pensarla così. Tuttavia, apparve chiaro una volta terminati i controlli che la Kwembly non aveva riportato danni alle strutture né si erano aperti squarci nel fasciame. Anche in condizioni normali, però, esistevano delle perdite inevitabili in una costruzione che doveva avere delle uscite per la strumentazione e il personale e parecchie aperture per l’equipaggiamento di rilevazione esterno. Ma anche qui i controlli tranquillizzarono un po’ tutti: sembrava proprio che tutto fosse andato per il meglio. Naturalmente, il controllo dell’ossigeno e di eventuali infiltrazioni sarebbe continuato come normale routine.

L’energia non era mancata un momento, ma la cosa non sorprese nessuno. I venticinque generatori indipendenti all’idrogeno, moduli identici che potevano venir sistemati e utilizzati in qualsiasi sezione della Kwembly, erano dispositivi a stato solido privi di parti in movimento se si eccettuavano le molecole del gas che vi veniva pompato. Potevano finire per sbaglio sotto una pressa meccanica senza che ne risultassero minimamente danneggiati.

La maggior parte dei fanali esterni risultavano danneggiati e non funzionavano più, ma sostituirli o ripararli non rappresentava un grosso problema. Alcune luci però funzionavano ancora, e dalla parte del ponte che si trovava a livello dell’acqua era possibile guardar fuori. La nebbia era calata di nuovo e impediva completamente la vista. Con cautela, Dondragmer raggiunse la sezione più vicina alle rocce, e osservò l’agglomerato di macigni arrotondati con diametri fino a venti lunghezze corporee contro cui la Kwembly si era arenata. Poi, usando la stessa cautela, si arrampicò di nuovo fino alla sua piattaforma, attivò la radio e trasmise la comunicazione che Barlennan doveva ricevere poco più di un minuto dopo. Senza attendere la risposta, si girò verso il suo timoniere.

— Beetchermarlf, mi sostituisca in caso l’equipaggio avesse bisogno di qualcosa. Io scendo a dare una controllata generale a mia volta, soprattutto ai portelli stagni. Qualsiasi cosa si possa dire sulla resistenza della Kwembly, nessuno poteva prevedere una serie di colpi così quando l’abbiamo montata. Speriamo di non essere obbligati a servirci solo delle piccole uscite di emergenza… il guaio è che il portello principale si trova proprio nella zona a contatto delle rocce. Potrebbe anche risultare bloccato esternamente e forse aprendo il portello più interno troveremo la vasca del “septum” completamente sommersa. Chiacchieri pure con gli umani, se vuole. Pratichi un po’ il loro linguaggio e li obblighi a praticare un po’ il suo: è positivo sia per lei che per loro. Bene, il ponte è tutto suo.

Dondragmer bussò sul ponte come sempre per segnalare che stava per scendere, anche se vista la situazione era scontato. Poi aprì la botola e scese le scale, lasciando Beetchermarlf da solo.

Il timoniere sentì di non aver tempo per chiamare la base umana e fare un’inutile chiacchierata con gli alieni: il capitano lo aveva lasciato con troppe domande a cui rispondere. Date le circostanze, non si sentiva affatto felice di assumersi la responsabilità del ponte. Non era neppure molto preoccupato per il portello stagno principale perché i portelli di emergenza erano abbastanza larghi anche se, ricordò in quel momento, privi di meccanismi di climatizzazione. Be’, al momento la voglia di uscire sembrava passata un po’ a tutti, ma se non fosse stato possibile liberarsi da quell’incomoda posizione certamente il problema sarebbe saltato fuori.

La vera domanda era quanto utile poteva mai essere lavorare all’esterno. Trecentomila cavi, cioè poco meno di diciannovemila chilometri, rappresentavano una lunga camminata, soprattutto appesantiti dalle vasche di biorigenerazione. Senza di esse infatti non valeva neppure la pena di tentare. L’organismo dei mescliniti era di una resistenza incredibile e poteva sopportare una gamma di temperature che sbalordiva i biologi umani, ma l’ossigeno rappresentava la loro bestia nera e spesso su Dhrawn la percentuale presente nell’aria era tale da costituire un serio problema.

La cosa migliore da tentare in quel momento era di rimettere la grossa macchina sulle ruote. Se e come questo risultato poteva venir raggiunto dipendeva in larga misura dal flusso d’acqua che scorreva sotto lo scafo inclinato. Nonostante la corrente, lavorare all’esterno sembrava possibile; sicuramente difficile e pericoloso, certo, ma possibile. Per lavorare però bisognava venir pesantemente ancorati, per non farsi trascinare via dalla furia delle acque, e questo rappresentava un’ulteriore complicazione.

Tra l’altro il flusso non sembrava affatto permanente: era iniziato con quel repentino cambiamento del tempo, e poteva smettere in modo altrettanto repentino. In ogni caso, pensò subito, vi è una differenza notevole tra il tempo e il clima. Se il lago era stagionale, la sua natura temporanea poteva provarsi troppo lunga Per i loro gusti: un anno di Dhrawn equivaleva a una volta e mezzo quello di Mesklin e a oltre otto volte quello della Terra.

Questo era un argomento su cui gli umani potevano aiutare. Gli alieni avevano studiato Dhrawn per più di uno dei suoi lunghi anni e lo avevano osservato senza troppo approfondire per molto più a lungo. Dovevano saperne qualcosa sulle sue stagioni. Il timoniere si domandò se era il caso di chiamare la stazione spaziale e porre apertamente la domanda. In fin dei conti il suo capitano non lo aveva fatto, o forse non ci aveva pensato. In effetti il capitano aveva esplicitamente dichiarato che poteva usare la radio per fare una chiacchierata, senza troppo approfondire quale argomento dovesse trattare.

L’idea che non esistesse nulla di cui non si potesse discutere con i loro sponsor umani tranne il disastro della Esket faceva molta fatica a diffondersi negli ultimi gradini della scala gerarchica dei mescliniti. Il giovane timoniere stava quasi per decidersi quando la radio accanto a lui cominciò a parlare. Si trattava, tra l’altro, di qualcuno che parlava la sua lingua, anche se l’accento lasciava molto a desiderare.

— Dondragmer, immagino che sia molto occupato in questo momento e non so se si trova in posizione di rispondermi, così sarei lieto se qualcuno lo facesse per lei. Il mio nome è Benj Hoffman, e sono un assistente presso il laboratorio di meteorologia della stazione spaziale. Abbiamo bisogno di informazioni, e mi chiedevo se qualcuno di voi può darcele.

“Per quanto mi riguarda — continuò Benj — sarei felice di far pratica con il vostro linguaggio: immagino vi risulti ovvio che ne ho un gran bisogno. Qui al laboratorio siamo in una posizione difficile. Due volte di fila abbiamo ottenuto delle previsioni per la vostra parte del pianeta totalmente inaffidabili. Il fatto è che non abbiamo abbastanza informazioni dettagliate per poter lavorare seriamente. I rilevamenti che riusciamo a fare da qui si stanno dimostrando insufficienti e vicino a voi non vi sono altri ricognitori per poterci dare una mano. Voi e gli altri avete disseminato un sacco di rilevatori automatici sulla vostra strada, ma l’area coperta è minima rispetto all’estensione del pianeta. Visto che delle previsioni meteorologiche accurate possono aiutare sia voi che noi, avevo pensato di chiamarvi per parlare con qualcuno dei vostri scienziati e ascoltare i loro rilevamenti, in modo da poterli inserire nel computer con gli altri dati e cercare di ottenere delle previsioni esatte, almeno per la vostra area.”

Il timoniere replicò senza pensarci due volte.

— Il capitano adesso non è sul ponte, umano Benj Hoffman. Il mio nome è Beetchermarlf e sono uno dei timonieri. Per quanto mi riguarda, sono felice di farle praticare il nostro linguaggio quando le circostanze lo permettono, come adesso. Temo però che gli scienziati siano molto occupati adesso, e anch’io in effetti debbo attendere a molte cose perché sostituisco il capitano. Le cose non vanno molto bene, anche se ho sentito che il capitano vi ha fatto solo un rapporto frettoloso. Cercherò di fornirvi un quadro completo della situazione assieme ad alcune considerazioni che ho fatto qui sul ponte. Registri pure le mie osservazioni per rivederle con qualcun altro dei vostri scienziati, se crede. In caso lei pensi che la nostra chiacchierata non valga la pena di venir riferita ai nostri superiori, non lo farò. Dondragmer ha già abbastanza problemi per conto suo. Aspetterò che lei mi dica se ha intenzione di registrare oppure no prima di cominciare.

Beetchermarlf fece una pausa, non solo per la ragione appena data. Si domandava invece se valesse poi la pena di raccontare a un alieno le sue idee sulla loro situazione, idee che tra l’altro gli parevano ingenue e poco elaborate.

Tuttavia, riferire i fatti era senz’altro utile. Gli umani infatti non conoscevano in dettaglio la loro attuale situazione. Quando arrivò la risposta di Benj, il timoniere aveva già recuperato un po’ di fiducia.

— Per me va benissimo, Beetchermarlf. Sto per registrare il suo rapporto. Mi ero già preparato, comunque, per far pratica con il linguaggio. Possiamo cominciare da dove vuole, e anche se i vostri scienziati sono occupati io e lei potremmo cercare di stabilire quali sono le condizioni atmosferiche effettive. Non dovrebbe risultare difficile farsi riferire i risultati dei loro rilevamenti, e lei si trova sul posto e può vedere fuori. Inoltre, lei è stato scelto da Barlennan su Mesklin, e senza dubbio conosce qualcosa sul tempo atmosferico. Per quel che ne so io, lei potrebbe aver trascorso il doppio dei miei anni a studiare meteorologia su Mesklin. Bene, cominci pure: la sto ascoltando.

Questo discorso sortì l’effetto di sollevare completamente il morale di Beetchermarlf. Erano trascorsi solo dieci anni di Mesklin da quando gli alieni avevano iniziato il loro corso di istruzione per pochi mescliniti selezionati. Quel giovane umano doveva avere al massimo cinque anni, forse anche di meno. Certo, era difficile capire come incideva l’età sulla maturità di una razza aliena e non si trattava di una domanda da porre a cuor leggero. Ma nonostante l’aura di anormalità che tendeva a circondare tutti gli alieni, gli risultava difficile considerare un giovane di solo cinque anni come una creatura superiore.

Rilassato come poteva esserlo chiunque su una superficie inclinata di sessanta gradi, il timoniere iniziò a descrivere la situazione della Kwembly. Raccontò in dettaglio il lungo viaggio in balìa della corrente e del vento e concluse che l’altipiano doveva ormai venir considerato un lago. Descrisse poi quello che vedeva dalle vetrate sul ponte. Spiegò che le ruote sembravano uscite dai loro supporti ed enfatizzò i problemi che attendevano tutti loro se non fossero riusciti a metterle a posto. Entrò infine nei dettagli della struttura dei portelli stagni, riferendo che quello principale pareva fuori uso e gli altri di dubbia utilità.

— Ci aiuterebbe moltissimo sapere — concluse il mesclinita — cosa succederà a questo lago e se ghiaccerà o seccherà. Se tutta la neve caduta in questa pianura si è sciolta nello stesso momento e sta lentamente defluendo a valle, è probabile che rimarremo bloccati qui fino all’anno prossimo, anno di Dhrawn naturalmente. Questo significa che dovremo pianificare le cose in modo molto diverso. Se invece verremo a sapere che presto il flusso d’acqua si interromperà, aspetteremo che succeda per poter lavorare all’asciutto.

Benj impiegò molto di più di sessantaquattro secondi per iniziare a rispondere. Evidentemente la domanda lo aveva obbligato a riflettere. — Porterò subito la registrazione del nostro colloquio alla sezione di pianificazione, che la distribuirà ai laboratori dopo averne fatto delle copie. Persino io capisco che senza una maggior conoscenza del pianeta è difficile, se non impossibile, sapere in anticipo cosa succederà a quel lago. Certo se è iniziato una specie di disgelo e la neve caduta in inverno sta cominciando a sciogliersi sarà dura che l’acqua diminuisca prima di un lungo periodo di tempo. Se tutte le precipitazioni nevose del Nord America si sciogliessero nello stesso momento e l’acqua fosse obbligata a defluire da un’unica via… be’, forse un anno intero non basterebbe. Non ho idea di quale estensione coprano i vostri rilevamenti aerei e non so quanto chiare possano risultare le foto prese da qui o dai satelliti, ma scommetto che quando avremo riportato tutti i dati su una mappa ci sarà ancora posto per le discussioni. E anche se arrivassimo a una conclusione comune, sarebbe tutta da verificare: Dhrawn è ancora in gran parte misterioso.

— Ma voi avete esplorato altri pianeti, e vi dovete esser fatti un’esperienza notevole! — esclamò il mesclinita. — Pensavo che questo potesse esservi di aiuto.

Di nuovo la risposta arrivò con molto ritardo rispetto al lasso di tempo dovuto alla distanza.

— Gli uomini e le altre razze capaci di viaggi interstellari hanno esplorato molti pianeti, questo è vero, e io ho studiato molto le condizioni ambientali e i problemi incontrati in queste esplorazioni. Ma il guaio è che nessuno di quei pianeti presentava le caratteristiche di Dhrawn. Brevemente, esistono tre tipi di pianeti dotati di atmosfera. Il primo è di tipo terrestre: piccolo, denso e praticamente privo di idrogeno libero. Il secondo è di tipo gioviano: molto grande e poco denso perché hanno trattenuto tutto l’idrogeno liberato alla loro formazione. Fino a poco tempo fa conoscevamo bene solo questi due tipi di pianeti, perché sono gli unici presenti nel nostro sistema solare.

“Il terzo tipo invece è molto grande, molto denso e molto difficile da studiare. La teoria che spiegava che il tipo uno aveva perso il suo idrogeno per via della sua massa ridotta alla formazione e che il tipo due lo aveva mantenuto grazie alla grande massa andava bene finché non ci siamo imbattuti nel terzo tipo. Insomma, non appena abbiamo messo il naso fuori dalla porta di casa le nostre teorie si sono dimostrate tremendamente inadeguate, se mi consente di esprimermi come il mio professore di fisica.

“Un pianeta del terzo tipo è quello che state esplorando. Questi pianeti hanno la strana caratteristica di non comparire mai in sistemi solari dove sia presente un pianeta di tipo terrestre; una spiegazione sicuramente ci sarà, ma noi ne siamo ancora ben distanti. In ogni caso, nulla si sapeva su questo tipo di pianeti fino a quando è stata creata la Confederazione delle razze e sono iniziati viaggi interstellari a cadenze regolari, e il numero di astronavi è cresciuto a un punto tale che l’obiettivo principale delle ricerche non era più la scoperta di nuovi pianeti sfruttabili, ma la ricerca su nuovi fenomeni. Ma anche allora potevamo studiare ben poco sui pianeti del terzo tipo, addirittura meno di quanto potevamo sui pianeti di tipo gioviano. In genere inviavamo delle sonde robotizzate costruite appositamente, molto costose e qualche volta poco affidabili. Quella che ci offre la sua specie è la prima occasione che abbiamo di portare un’esplorazione simile fino in fondo.”

— Ma anche Mesklin è un pianeta di terzo tipo — ribatté Beetchermarlf — se ho ben capito la sua descrizione. Ormai dovreste conoscerlo bene: sono più di dieci anni che avete preso contatto con la mia razza, e alcune vostre spedizioni sono anche atterrate sulla Corona… voglio dire, all’equatore.

— Sì, per noi questo è successo più di cinquant’anni fa. Ma il guaio è che Mesklin non è un pianeta di tipo tre: è un tipo due abbastanza particolare, che probabilmente avrebbe mantenuto tutto il suo idrogeno se non ruotasse su se stesso a quella velocità incredibile. Con il suo giorno lungo appena diciotto minuti e quella forma da uovo fritto, il vostro pianeta è unico nella galassia, o meglio non ne abbiamo ancora trovato uno paragonabile. Ecco quindi il motivo per cui la Confederazione ha investito molto sia in termini finanziari che di tempo per contattare la vostra razza e realizzare la colonia su Dhrawn. Tra una trentina d’anni terrestri ne sapremo molto, molto di più sia grazie ai rilevatori neutrinici dei satelliti sia grazie ai sismografi e all’equipaggiamento elettronico che state disseminando per la superficie del pianeta. Ma anche le vostre analisi chimiche e il campionamento sottosuperficiale ci aiuteranno non poco. Ancora cinque o sei dei vostri anni e ne sapremo abbastanza su quella palla di roccia da poter affermare con sicurezza se si tratta di una stella o di un pianeta, e finalmente sapremo perché esiste.

— Vuol dire che siete entrati in contatto con la nostra razza solo per dare il via all’esplorazione di Dhrawn?

— No, in effetti non era questo che intendevo dire. Le razze intelligenti sono poche, e valgono la pena di essere conosciute solo perché esistono. Almeno, questo è quanto i miei genitori continuano a ripetermi, anche se ho conosciuto dei drommiani che forse avrei preferito non incontrare. Credo che l’idea di collaborare con voi per l’esplorazione di Dhrawn sia saltata fuori molto tempo dopo che i corsi d’istruzione per voi erano stati istituiti. Mia madre o il dottor Aucoin potranno certamente rispondere meglio di me. Immagino però che quando l’idea di esplorare Dhrawn col vostro aiuto è stata proposta, tutti l’hanno accolta con grande entusiasmo.

Questo naturalmente spinse Beetchermarlf a porre un’altra domanda che gli ronzava in testa da tempo, qualcosa che non aveva mai osato chiedere per paura di offendere la mentalità umana come il domandare a qualche umano più anziano quanta validità avesse il colloquiare con una creatura di appena cinque anni. Comunque stavolta non si trattenne, e i due continuarono a discutere per quasi un’ora sull’utilità di portare a compimento un’esplorazione tanto complicata e priva in apparenza di vantaggi concreti e immediati. Benj non difese troppo bene le sue argomentazioni. Rispose in modo abbastanza completo sulla necessità di progetti indotti dalla curiosità umana, argomento che il mesclinita conosceva e sembrava apprezzare; poi parlò della necessità di trovare sempre nuovi campi di sviluppo tecnologico, portando a esempio le difficoltà energetiche degli uomini e di altre razze prima che le missioni nello spazio consentissero la realizzazione dei generatori a fusione di idrogeno; in ogni caso, Benj era troppo giovane per risultare veramente eloquente. Gli mancava l’esperienza necessaria per illustrare chiaramente anche a sé stesso la completa dipendenza di ogni cultura dalle spiegazioni che sapeva fornire sulle leggi dell’universo. In ogni caso la conversazione tra i due non languì mai, cosa abbastanza difficile con più di un minuto a disposizione per raffreddare gli entusiasmi tra affermazione e risposta. In effetti, tutta la conversazione servì soprattutto a Benj per rafforzare la sua conoscenze dello stennita.

La discussione si interruppe quando Beetchermarlf si accorse all’improvviso di un cambiamento attorno a sé. Per quasi un’ora la sua attenzione era stata interamente catturata dalla comunicazione con l’umano, e il ponte inclinato con il gorgoglio del liquido che scorreva sotto la Kwembly erano passati completamente in secondo piano. Ma quando rialzò la testa si accorse con estrema sorpresa che attraverso le vetrate brillavano le stelle. Orione. La nebbia si era dissolta.

Esplorando con lo sguardo l’ambiente attorno a sé fissò con incredulità l’acqua che circondava il ponte da tutte le parti. Sì, sembrava un poco più bassa. Dieci minuti di attenta osservazione lo convinsero che non era un’impressione: il livello dell’acqua stava veramente scendendo.

Durante quei dieci minuti Benj era rimasto in linea. Beetchermarlf gli spiegò il motivo di quel silenzio improvviso e il ragazzo avvisò subito McDevitt. Quando il mesclinita confermò che il livello dell’acqua stava veramente scendendo, Benj era circondato da parecchi colleghi più anziani di lui interessatissimi per quel fenomeno inaspettato. Il timoniere riferì brevemente sulle novità, e fu solo dopo che chiamò Dondragmer ai tubi acustici.

Quando la novità lo raggiunse il capitano si trovava molto a poppa, oltre l’area del laboratorio e in prossimità dei vani contenenti i palloni di controllo pressione. Ci fu una pausa dopo che Beetchermarlf terminò il suo rapporto, e il timoniere si stupì molto di non sentire il capitano annunciare che sarebbe arrivato sul ponte in meno di un minuto. Dondragmer però la pensava in modo diverso. I portelli stagni secondari sparsi un po’ per tutto lo scafo erano comunque troppo piccoli per permettere di stimare con accuratezza il livello dell’acqua, si disse il comandante osservando il portello della sezione in cui si trovava, e quindi era meglio accettare senza riserve la valutazione del timoniere. Conveniva quindi rimanere dove si trovava, e stupire ancora una volta il suo giovane secondo.

— Tenga nota di quanto velocemente scende il livello. Manderò tra poco qualcuno a sostituirla — ordinò. — Riferisca poi a me e agli umani non appena ritiene che il rilevamento sia attendibile, aggiornando i dati se vi sono dei cambiamenti.

— Agli ordini — fu la risposta di Beetchermarlf, che subito si arrampicò sul ponte fino a raggiungere un punto in cui riuscì a tracciare una linea sul vetro di un oblò per indicare il livello dell’acqua. Dopo aver riferito dell’azione al capitano e agli ascoltatori umani, ritornò al suo posto con gli occhi fissi sulla linea. Le increspature sul pelo dell’acqua raggiungevano però anche i dieci centimetri, e quindi impiegò più tempo del previsto per avere conferma della variazione di livello. Dalla stazione spaziale arrivarono due o tre domande impazienti, alle quali rispose meglio che poteva nel suo limitato linguaggio umano, prima che Benj gli annunciasse di essere di nuovo solo a eccezione di coloro che seguivano sui monitor gli altri ricognitori. La maggior parte del tempo trascorsa prima che Takoorch venisse a dargli il cambio passò veloce discorrendo con il giovane umano dei rispettivi pianeti e correggendo i preconcetti che l’uno nutriva sul pianeta dell’altro, oltre che a praticare entrambi i linguaggi. Piano piano, tra i due stava nascendo una profonda simpatia.

Beetchermarlf ritornò sei ore dopo per dare il cambio a Takoorch (in effetti l’intervallo era di venti giorni mescliniti, cioè un giro completo dei loro orologi) e vide che l’acqua era scesa di una trentina di centimetri rispetto al segno di riferimento. Takoorch lo informò che l’umano chiamato Benj era appena tornato ai monitor dopo aver riposato. Il giovane timoniere non poté evitare di domandarsi quanto tempo dopo la sua dipartita Benj aveva deciso di andare a dormire. Naturalmente non aveva intenzione di formulare questa domanda in modo esplicito, ma si mise comodo ugualmente e attivò l’impianto di trasmissione, chiamando subito la stazione.

— Sono di nuovo qui, Benj. Non so quanto recente sia l’ultimo rapporto di Takoorch, ma sembra che il livello sia sceso più di mezza lunghezza corporea e la corrente sia decisamente meno impetuosa. Il vento è cessato quasi completamente. I vostri scienziati hanno qualche novità?

Mentre attendeva il messaggio di ritorno realizzò che quella domanda aveva in effetti poco senso. La principale informazione che gli umani potevano trasmettere loro riguardava la durata del deflusso delle acque, e senz’altro avrebbero dovuto attendere ancora prima di saperlo. Però potevano esserci anche altre cose che Dondragmer avrebbe voluto sentire.

— Il suo sostituto ci ha riferito la stessa cosa non molto tempo fa, insieme a molte altre informazioni — annunciò la voce di Benj.

— Mi fa piacere parlare di nuovo con lei, Beetchermarlf. Non ho ancora sentito niente dai laboratori, ma abbiamo riprodotto la posizione in cui vi trovate paragonandola al tasso di abbassamento del livello dell’acqua e direi che in sessanta, settanta ore dovreste trovarvi all’asciutto, naturalmente se l’acqua continua ad abbassarsi alla stessa velocità. Può darsi che l’acqua defluisca attraverso un largo e comodo passaggio, ma io non ci conterei troppo. Odio sembrare un pessimista, ma sono pronto a scommettere che l’acqua smetterà di defluire prima che voi vi troviate completamente all’asciutto.

— Sì, può darsi che vada così — concordò il mesclinita. — D’altro canto, se la corrente rallenta abbastanza ci consentirà di lavorare all’esterno, e quindi di metterci in salvo sulle rive prima che succeda qualche altro fenomeno imprevisto.

Questa fu un’osservazione profetica. Era ancora a metà strada tra la Kwembly e la stazione spaziale quando un suono in uno dei tubi acustici richiamò la sua attenzione.

— Beetchermarlf, informi gli umani che tra poco arriverà Kervenser a sostituirla e si rechi immediatamente al portello di emergenza a tribordo, pronto per uscire. Voglio controllare le ruote e le funi di guida. Uscirete in tre per maggior sicurezza. Non mi interessa tanto la rapidità quanto delle osservazioni accurate. Se vi sono danni più facilmente riparabili in posizione inclinata che in posizione normale voglio saperlo prima possibile. Dopo aver controllato lo stato della Kwembly, voglio che diate un’occhiata in giro. Voglio sapere quanto solidamente ci siamo ancorati e quanto lavoro c’è per ritornare in posizione normale. Uscirò anch’io per un simile controllo, ma mi interessa l’opinione di qualcun altro.

— Va bene, signore — rispose il timoniere, quasi scordandosi di riferire a Benj. Anche stavolta l’ordine l’aveva sorpreso, non tanto perché gli veniva richiesto di uscire, ma perché il capitano aveva scelto proprio lui per controllare il suo giudizio.

Tutti si erano tolti le tute spaziali una volta scoperto che non si registravano infiltrazioni, ma Beetchermarlf si infilò la sua in poco più di mezzo minuto e un attimo dopo si avviò verso il punto d’incontro designato. Là incontrò il capitano e quattro marinai che lo stavano aspettando, tutti con già indosso la tuta spaziale. I marinai tenevano con le chele delle grosse gomene.

— Eccola qua, finalmente — disse il capitano. — Stakendee uscirà per primo e connetterà la corda alla maniglia esterna più comoda da raggiungere. Dopo toccherà a lei, Praffen. Mi raccomando di connettere la corda a una maniglia diversa. A quel punto potrete iniziare a svolgere i compiti che vi sono stati affidati. Aspettate… legate queste ai rinforzi delle vostre tute: senza zavorra rimarreste a galla — spiegò, porgendo al timoniere quattro pesi con meccanismo di aggancio rapido studiato per le nervature metalliche delle tute.

L’uscita avvenne in silenzio attraverso il piccolo portello. Si trattava essenzialmente di uno stretto passaggio a U inondato di ammoniaca, abbastanza profondo da non soffrire in modo particolare l’insolita inclinazione della Kwembly. Comunque, il fatto che l’estremità esterna si trovasse immersa nell’acqua poteva creare parecchi problemi. Beetchermarlf emerse proprio nel mezzo del fiume e si sentì sollevato quando sentì la forte presa di Stakendee stringerlo impedendo alla forte corrente di trascinarlo via prima di aver assicurato la sua corda a una maniglia.

Un minuto dopo anche il terzo membro del gruppo si era unito a loro e insieme iniziarono a percorrere la breve distanza che li separava dalle secche su cui erano arenati. Queste erano composte da rocce arrotondate, le stesse rocce visibili dalle vetrate del ponte, disposte in un bizzarro insieme a onda che tagliava in due l’emissario del lago nel senso della corrente. A una prima occhiata, Beetchermarlf ebbe l’impressione che il ricognitore si fosse incastrato tra due di queste rocce. Le luci esterne rimaste funzionanti bastavano per vedere, anche se non certo in modo soddisfacente.

Il trio si fece strada e oltrepassò la parte anteriore della Kwembly per dare un’occhiata alla pancia del veicolo. Nonostante la scarsa visibilità apparve subito chiaro che avrebbero avuto molto da riferire a Dondragmer.

La Kwembly poggiava inizialmente su sessanta ruote larghe circa un metro e disposte in cinque serie longitudinali di dodici ruote ciascuna. Tutte le ruote erano sostenute da un perno girevole e l’insieme era manovrabile trami


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te un dedalo di corde connesse al timone che ricadevano sotto le responsabilità di Beetchermarlf. Presso ogni serie di ruote si trovava una nicchia in cui veniva installato un generatore collegato a un proprio motore, che consisteva di un albero dal diametro di sei pollici con una microstruttura tale da consentire una presa diretta su un campo magnetico rotante, cioè una delle modalità con cui gli elementi di fusione rilasciavano energia. In assenza del generatore le ruote giravano liberamente. Al momento dell’incidente, dieci dei venticinque generatori in dotazione alla Kwembly erano installati all’esterno in modo da formare una V che partiva da poppa per convergere a prua.

I tre non poterono far altro che constatare che a poppa mancavano diciotto ruote, ripartite tra cinque insiemi alimentati direttamente da un generatore.

5

Dalla padella nella brace

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Non tutte le speranze però erano perdute. Un certo numero di ruote spiccava tra i grossi macigni arrotondati, evidentemente staccatesi in seguito a quell’ultimo impatto. Difficile però sapere se si trovavano tutte lì o se ne avevano perse altre più a monte negli impatti precedenti. Beetchermarlf non lo sapeva e non voleva scoprirlo. Avrebbero controllato più tardi. L’ispezione del resto dello scafo era più importante. Il timoniere si mosse per continuare il suo giro.

La parte frontale sembrava integra e priva di qualsiasi danno; le ruote erano presenti, insieme ai perni e alle funi di guida. A mezza nave, molte funi si erano spezzate nonostante l’enorme resistenza della fibra usata dai mescliniti per fabbricarle. Alcune ruote erano fuori allineamento e altre oscillarono stranamente quando vennero toccate. Le parti mancanti a poppa seguivano uno schema regolare e piuttosto incoraggiante: numerandole dal lato del portello, la serie di ruote numero uno aveva perso le sue ultime cinque ruote, le serie due e tre le loro ultime quattro, la serie quattro le sue ultime tre e la serie cinque, che si trovava a tribordo, le sue ultime due. Questo suggeriva che le ruote avessero sostenuto tutte lo stesso impatto, avvenuto probabilmente in senso diagonale lungo la pancia dello scafo, e dato che alcune delle ruote perdute si trovavano nelle immediate vicinanze tutto faceva pensare che vi si trovassero anche le altre.

I mescliniti rimasero sorpresi notando che il distacco delle ruote non aveva danneggiato lo scafo più di tanto. Beetchermarlf e i suoi compagni non conoscevano assolutamente la progettazione della Kwembly e delle sue unità gemelle. Nessuno di loro aveva la più pallida idea del tipo di filosofia che stava alla base della macchina. Non avevano mai considerato i problemi che potevano sorgere affidando una macchina azionata dalle fonti di energia più sofisticate a creature il cui livello scientifico era arrivato al periodo dei grandi velieri sospinti dalla forza del vento e dai muscoli dei marinai, creature che tra l’altro erano tagliate fuori da qualsiasi aiuto e possibilità di riparazione non appena iniziata la loro missione su Dhrawn. Ecco perché la Kwembly era guidata ruotando la barra di un timone piuttosto che da una consolle multi-integrata, ecco perché dei portelli stagni tanto semplici avevano sostituito le uscite monitorizzate con ricircolo automatico dell’atmosfera, ecco perché l’impianto di biorigenerazione non solo veniva operato manualmente, con l’eccezione delle luci che mantenevano in vita le piante, ma era stato progettato e costruito dagli scienziati e dai tecnici mescliniti.

Ad alcune centinaia di “eletti” era stato consentito di prender parte a un corso di istruzione sulle tecnologie aliene, anche se non era stato compiuto nessuno sforzo per diffondere quelle nozioni tra la gran massa dei mescliniti. Quasi tutti gli studenti dei corsi si trovavano in quel momento su Dhrawn, assieme a semplici reclute come Beetchermarlf. Le reclute erano soprattutto giovani avventurosi arruolati tra i marinai della nazione marittima di Barlennan. Erano loro a occuparsi della manutenzione e a riparare le macchine quando occorreva, e sembrava proprio che gli ingegneri umani avessero lavorato senza mai scordarlo. Progettare un veicolo capace di coprire migliaia e migliaia di chilometri in un tempo ragionevole nelle aspre condizioni ambientali di Dhrawn e contemporaneamente sicuro nelle mani dei mescliniti aveva inevitabilmente dato luogo a soluzioni stupefacenti. Beetchermarlf non doveva sorprendersi che le parti della Kwembly si adattassero una all’altra tanto facilmente e neppure che il veicolo avesse sofferto danni così ridotti. Naturalmente l’intelligenza dei mescliniti venne considerata. Dopotutto, era quello il motivo per cui l’esplorazione non era stata affidata ai robot, che avevano prodotto dei risultati insoddisfacenti. L’intelligenza dei mescliniti poteva invece paragonarsi a quella delle razze della Confederazione e a quella degli umani, dei drommiani e dei paneshk: un evento sorprendente, dato che i quattro pianeti e le loro razze dominanti si erano evoluti lungo periodi geologici di durata diversa. Pareva anche accertato che i mescliniti vivessero in media molto più a lungo degli umani, anche se apparivano stranamente riluttanti a discuterne con le altre razze. Ma in effetti quello che significava per la loro cultura e il loro apprendimento rappresentava un mistero paragonabile alle insondabili profondità di Dhrawn. Si trattava di un progetto rischioso sotto tutti punti di vista, ma i rischi maggiori li correvano i mescliniti. La navetta spaziale in orbita non molto distante dalla stazione spaziale, che doveva servire per evacuare l’intera colonia in caso di emergenza, rappresentava poco più di un simbolo, specialmente per coloro che si trovavano a bordo dei ricognitori. Niente di tutto questo passava però per la mente dei tre marinai che ispezionavano l’esterno della Kwembly. I tre si sorpresero piacevolmente nello scoprire che le ruote si erano semplicemente sganciate dai perni su cui ruotavano e che sembrava un gioco da ragazzi rimetterle a posto dopo averle ritrovate tutte. Nonostante il problema sembrasse risolto, Beetchermarlf entrò in acqua e iniziò a scandagliare il fondo entro il raggio imposto dalla lunghezza della corda: in breve tempo ritrovò altre dodici ruote. Alcune però erano danneggiate: la forza dell’impatto le aveva stortate oppure aveva fatto saltare l’aggancio con il perno. Anche i cuscinetti sembravano non rotolare bene. I tre raccolsero tutto ciò che trovarono e lo trasportarono fino a poppa. Il timoniere considerò se era il caso di allungare ulteriormente la corda e ampliare il raggio delle ricerche, ma decise di rientrare e domandare prima l’approvazione di Dondragmer. In effetti Beetchermarlf rimase sorpreso di non vedere il capitano, vista la dichiarata intenzione di dare un’occhiatina a sua volta.

Ma la ragione di ciò apparve chiara a lui e ai suoi compagni non appena si diressero a tribordo. Dondragmer, i due che erano usciti con lui e altri sei marinai erano impegnati a rimuovere i macigni che bloccavano il portello stagno principale.

Le tute spaziali non erano dotate di radio e la capacità di trasmissione della voce dalla miscela di argon e idrogeno che le riempiva all’ambiente circostante era minima; ma la voce dei mescliniti, che si basava su un sifone mobile piuttosto che su due polmoni (le creature viventi che respiravano idrogeno non avevano polmoni) riusciva sempre a stupire i biologi umani. Il timoniere catturò l’attenzione del capitano con un lungo fischio e gli fece cenno di seguirlo sul lato opposto di poppa. Dondragmer intuì che la questione era importante e si mosse subito ordinando agli altri di continuare il loro lavoro. Un’occhiata alle ruote e alcune spiegazioni da parte di Beetchermarlf lo istruirono immediatamente sulla situazione.

Dopo qualche secondo di silenzio, il capitano respinse l’idea di cercare subito le ruote mancanti. Il livello dell’acqua continuava a scendere e la ricerca sarebbe potuta continuare con più sicurezza dopo che l’acqua fosse definitivamente defluita, naturalmente se non bisognava aspettare troppo. Nel frattempo si poteva cominciare a reinstallare le ruote riparando quanto ritrovato. Beetchermarlf cominciò quindi a suddividere il materiale per poter pianificare meglio il lavoro.

Bisognava però procedere con cautela: molte parti erano piccole e leggere, e senz’altro la corrente le avrebbe trascinate via se fossero cadute in acqua. Alcune ruote già mostravano parti mancanti, probabilmente perse proprio in quel modo. Il timoniere illuminò la catasta di materiale vario con una torcia elettrica e cominciò a lavorare dopo aver indicato a uno dei marinai di stazionare nell’acqua a una decina di metri da lui per raccogliere tutte le parti che cadevano. Beetchermarlf non poté evitare di pensare all’utilità di una rete in quel frangente, ma non erano state incluse reti nell’equipaggiamento di base; potevano fabbricarne una con le corde che riempivano la Kwembly, ma fino a quel momento nessuno aveva ritenuto opportuno farlo.

Per riparare tre delle serie furono necessarie otto ore di lavoro, interrotte di quando in quando da pause occasionali trascorse chiacchierando con Benj. Alcune parti non erano originali, poiché Beetchermarlf e i suoi aiutanti avevano improvvisato quando l’originale mancava utilizzando le corde e i tessuti mescliniti oltre a parti fabbricate dagli alieni in lega e polimeri. Gli attrezzi erano di fattura mesclinita: si trattava di una razza con un artigianato di elevata qualità e tutti conoscevano bene gli utensili più tipici quali martelli, seghe e altri ancora. Il fatto che fossero composti di materiali che equivalevano all’osso e al legno dei terrestri non sminuiva affatto la loro efficacia, anche considerando la natura generale dei materiali mescliniti.

Sistemare le ruote sui loro perni fu un lavoro faticoso anche per gli standard di quella robusta razza aliena. Inoltre, fu necessario altro lavoro manuale per raddrizzare alcuni perni piegati dall’urto che aveva causato il distacco delle ruote. I primi tre erano stati sistemati sulla serie numero quattro, dato che la serie numero cinque era ancora compressa contro uno dei macigni sul fondo del fiume e le altre tre erano troppo in alto per venire raggiunte con facilità. Beetchermarlf constatò che non poteva fare altrimenti, installò le ruote e tornò indietro per ripararne delle altre.

Il fiume continuava ad abbassarsi e la corrente scemava sempre più. Dondragmer ordinò al timoniere e ai suoi aiutanti di spostarsi da sotto la pancia della Kwembly, immaginando cosa poteva succedere quando l’acqua sarebbe scesa tanto da non poterne più sostenere il peso. Le sue paure trovarono presto conferma: tra un rumore di ciottoli frantumati, la Kwembly scivolò dalla sua posizione inclinata di sessanta gradi a una inclinazione di trenta gradi appena, consentendo un facile accesso ad altre due serie di ruote e obbligando due degli operai ad acquattarsi nel fiume per evitare di venir schiacciati, strisciando appiattiti sul fondo per uscire dall’incomoda posizione.

A quel punto divenne ovvio che anche se l’acqua fosse scesa del tutto il veicolo non si sarebbe raddrizzato. Uno dei portelli stagni di prua, situato tra la parte anteriore e il centro della Kwembly e tra le serie numero uno e due, poggiava su un macigno di circa sei metri di diametro mezzo sepolto nel letto del fiume: un peso troppo grosso da spostare comunque, anche senza la Kwembly adagiata sopra. Beetchermarlf continuò il suo lavoro ma si chiese come pensava il capitano di riuscire a spostare il loro mezzo da quella posizione. Si domandava anche cosa sarebbe successo nel caso ci fossero riusciti: la superfide ciottolosa che formava il fondo del fiume era l’ultimo tipo di substrato che gli ingegneri umani avevano considerato, e il timoniere dubitava fortemente che le ruote del veicolo riuscissero a far presa. I pianeti con elevata gravità erano in genere pianeggianti, a giudicare da Mesklin (l’unico esempio disponibile fino a quel momento) e si sarebbe detto che, secondo gli ingegneri, se capitava una zona in cui avanzare non era molto facile bisognava solo evitare di passarci. Questo rappresentava un’altra ragione per cui degli esseri viventi erano più indicati dei robot per quella missione.

Beetchermarlf, in quel momento stranamente filosofo, concluse che la preveggenza dipendeva in senso stretto dalla quantità di informazioni disponibili sul passato.

Dondragmer, anche lui completamente preso dal problema di liberare il veicolo, non aveva mosso un solo passo verso la soluzione del problema nonostante le migliaia di passi che aveva mosso in quelle ultime lunghe ore. Il primo ufficiale e gli scienziati erano ugualmente impotenti. Nessuno però dava mostra di preoccuparsi, tranne il capitano, e anche la sua preoccupazione non andava intesa in termini umani. Si era però guardato bene dal riferire all’equipaggio la conversazione avuta qualche ora prima con la base spaziale umana, e solo Beetchermarlf ne era al corrente perché era presente anche lui.

Inizialmente, doveva trattarsi solo di un normale rapporto e l’umore generale era moderatamente ottimista. Dondragmer intendeva riferire che non aveva ancora elaborato un piano efficace, ma venne frainteso. Purtroppo aveva concluso la frase dicendo: — Tanto abbiamo un sacco di tempo per pensarci.

Easy, dalla sua consolle alla base spaziale, si era sentita costretta a dissentire. — Forse non tanto quanto crede lei, Dondragmer. Qualcuno qui ha osservato bene quei macigni: sono lisci e arrotondati, come lei ci ha riferito e come possiamo vedere dalla telecamera sul ponte. La causa più probabile di una simile forma sono le continue inondazioni a cui va soggetta la zona, e per smuovere un peso del genere è necessaria una corrente tremenda. In breve, temiamo proprio che l’inondazione che vi ha travolti non sia altro che la prima della stagione, e pertanto la più debole… se non vi muovete alla svelta da lì, presto ne arriverà un’altra.

Con calma, Dondragmer elaborò la risposta.

— Forse è vero, ma stiamo già facendo tutto quanto è in nostro potere. Possiamo farcela oppure no, ma non possiamo fare l’impossibile. Se i vostri scienziati sono riusciti a saperne di più sul clima di questa zona siamo ansiosi di sentirli, altrimenti dovremo continuare come abbiamo fatto finora. Lascerò qualcuno alla radio e se non trova nessuno vuol dire che siamo tutti troppo occupati; in tal caso, provi a chiamare il laboratorio. Grazie per le informazioni. Ci risentiamo.

Il capitano tornò al suo lavoro e ai suoi pensieri. Non era tipo da farsi prendere dal panico con facilità: nelle emergenze sembrava più calmo che durante una discussione con qualcuno. Fondamentalmente, la sua filosofia era quella appena espressa: fare il possibile nel tempo concesso, tenendo presente che un giorno o l’altro il tempo sarebbe scaduto. Al momento però, avrebbe desiderato tanto sapere cos’era che si poteva fare.

Quel dannato macigno costituiva l’essenza del problema. Impediva alle ruote di toccare terra e fino a quando non solo non toccavano il fondo ma non potevano esercitare trazione non ci sarebbe stato verso di smuovere la Kwembly con la semplice forza dei suoi motori. Forse, i muscoli di tutto l’equipaggio unito avrebbero potuto smuoverla sulla Terra, ma non certo su Dhrawn con la sua potente attrazione: persino un masso di medie dimensioni era difficile da sollevare con quella gravità.

Tra l’equipaggiamento vi erano degli attrezzi che sarebbero potuti diventare delle leve per il sollevamento, ma nessuno di essi era tanto robusto da sopportare il peso del veicolo anche se da un punto di vista meccanico poteva dirsi adeguato.

Alcune serie di ruote, quattro per la precisione, si trovavano a contatto con il macigno stesso. Un’altra, la numero cinque, toccava il fondo. Al momento, nemmeno una era alimentata ma non pareva difficile installare i generatori e renderle autonome; e se le quattro a contatto del macigno e quella a contatto del fondo venivano messe in condizione di esercitare trazione, si poteva tentare di arretrare fino a scendere.

Possibile. Sembrava non esistere obiezione al ragionamento. Nulla faceva dubitare del successo. Su terreno pianeggiante e con buona aderenza qualsiasi combinazione di ruote andava bene; con il peso tutto concentrato su poche serie, la trazione doveva essere meglio del solito e innestando la retromarcia sarebbe stata tutta discesa.

Non fu certo mancanza di confidenza nel progetto quello che spinse Dondragmer a parlarne con gli umani della base spaziale. Annunciava loro le sue intenzioni e non chiedeva alcun permesso. L’uomo che lo ascoltò non era un ingegnere e gli diede una generica approvazione; poi, come da ordini superiori, trasmise il rapporto di Dondragmer alla Pianificazione in modo che venisse distribuito. Di conseguenza, passò circa un’ora prima che un ingegnere vi desse un’occhiata, cioè molto prima che Dondragmer fosse pronto a mettere in pratica la sua idea.

Il rapporto causò un’alzata di sopracciglia, un veloce esame eseguito con un modello in scala della Kwembly e due minuti di controlli e stesura dati.

L’ingegnere era piuttosto scarso con le lingue, ma questa non fu la sola ragione per cui si mise alla ricerca di Easy Hoffman. Non conosceva affatto questo Dondragmer e non aveva idea di come un mesclinita reagisse alle critiche. Conosceva solo i drommiani, dato che alcuni partecipavano direttamente al “progetto Dhrawn”, e si sarebbe sentito molto più sicuro con la mediazione dell’ufficiale di collegamento. Non appena venne messa al corrente, Easy gli assicurò subito che Dondragmer non era il tipo da rifiutare un ragionamento basato sui fatti, ma aggiunse che una migliore conoscenza della lingua avrebbe potuto facilitare le cose anche se l’ufficiale mesclinita parlava fluentemente la lingua degli umani. Infine, i due raggiunsero insieme il salone delle comunicazioni.

Benj era là, come sempre quando non era di servizio. In quegli ultimi giorni aveva fatto amicizia con diversi mescliniti, anche se continuava a preferire Beetchermarlf. Il lavoro e le lunghe assenze di quest’ultimo non avevano impedito ai due di sentirsi di tanto in tanto, con grande vantaggio per lo stennita di Benj. Il ragazzo migliorava ogni giorno di più e ormai era quasi bravo quanto sua madre riteneva.

Quando Easy entrò con l’ingegnere, Benj stava ascoltando Takoorch e non gli dispiacque affatto interrompere la conversazione con la scusa che erano arrivate importanti notizie per il capitano. Passarono parecchi minuti prima che Dondragmer raggiungesse il ponte. Aveva lavorato costantemente, come il resto dell’equipaggio, e solo per un colpo di fortuna si trovava all’interno della Kwembly quando la chiamata era arrivata.

— Eccomi qua, Easy — disse finalmente la sua voce. — Takoorch mi ha riferito che ha qualcosa di importante da dire. Forza allora, l’ascolto.

— Riguarda il metodo da lei suggerito per liberare la Kwembly dalle rocce — cominciò Easy. — Naturalmente non conosciamo la situazione bene quanto lei, ma ci sono due particolari che danno da pensare ai nostri ingegneri. Primo, sopra la roccia vi sono circa tre metri di scafo che comprendono parte del ponte; siete sicuri che la parte di prua non precipiti direttamente sul macigno quando, arretrando, le ruote non la sosterranno più? Secondo: verso la fine della manovra il peso della Kwembly graverà tutto sulle estremità. Certo, il materasso pneumatico dovrebbe distribuire il peso in modo uniforme su tutte le ruote ma l’ingegnere che vede al mio fianco non ne è molto certo, così come non è certo che le serie di ruote posteriori terranno il peso. E se lo scafo precipita bruscamente a terra, possiamo stare certi che ci penserà la gravità di Dhrawn a spaccarlo in due come una mela. Ha pensato a queste obiezioni?

Dondragmer ammise dentro di sé di non averci pensato e che sarebbe stato meglio fermare tutto e fare qualche calcolo prima di proseguire. Ripeté questi concetti per radio, ringraziò Easy e l’ingegnere e si diresse al portello stagno principale, ormai agibile da molte ore.

Fuori, il livello dell’acqua era sceso tanto che le funi di emergenza non servivano più. La profondità raggiungeva al massimo i due metri, secondo il livello medio del macigno più piccolo. La linea dell’acqua si trovava in effetti al livello più sconveniente possibile per osservare la Kwembly e i marinai che vi lavoravano. Dovette arrampicarsi sul grosso masso su cui il mezzo si era arenato, una cosa non facile anche galleggiando nell’acqua, e da lì dovette aggrapparsi alle ruote anteriori fino a raggiungere un punto in cui fosse possibile confrontare la curvatura della Kwembly con quella del macigno su cui si trovava. Non poteva esserne completamente sicuro, perché arretrare avrebbe alterato la distanza tra lo scafo e la roccia, ma ciò che vide non gli piacque per nulla. L’ingegnere umano aveva probabilmente ragione. Non solo esisteva il rischio di danneggiare seriamente lo scafo, ma l’albero del timone attraversava la pancia della Kwembly Proprio vicino al macigno e una tenuta meccanica tra l’albero e il bordo del foro impediva all’atmosfera esterna di penetrare internamente. L’albero si congiungeva poi con la parte centrale del dedalo di funi di guida. Incrinare o addirittura rompere l’albero non avrebbe significato mettere la Kwembly fuori gioco, perché ve n’era un secondo a poppa, ma non era certo un rischio da correre alla leggera.

La risposta a tutti i problemi stava già di fronte ai suoi occhi, ma Dondragmer impiegò più di un’ora per vederla. Uno psicologo umano, quando molto dopo sentì raccontare la storia, mostrò una certa delusione. Stava cercando differenze significative di personalità tra i mescliniti e gli umani, ma scopriva solo punti in comune. Bisognava lavorare, naturalmente. Persino i massi più piccoli pesavano esageratamente. Tuttavia i dintorni erano pieni di piccoli massi e non fu necessario molto tempo per ammucchiarne a sufficienza. Con l’intero equipaggio al lavoro, tranne Beetchermarlf e coloro che lo aiutavano con le ruote, la rampa composta di pietre crebbe a vista d’occhio e presto coprì ogni spazio dalla parte di poppa della Kwembly alla roccia su cui poggiava la prua.

Il lavoro di Beetchermarlf ne risultò grandemente avvantaggiato. Non appena finiva di riparare una serie di ruote un’altra risultava raggiungibile. Il suo lavoro e quello dell’equipaggio terminarono quasi contemporaneamente e solo quattro coppie di ruote rimasero bloccate per mancanza di parti di ricambio. Il timoniere aveva sfruttato al meglio i pochi pezzi disponibili, smontando le ruote e i perni inutilizzabili per riciclarne le parti laddove richiesto e facendo di tutto per ripartire equamente peso e trazione del veicolo in modo che non soffrisse la mancanza di quanto non era riuscito a riparare. Per lavorare sulla serie numero cinque, completamente immersa nell’acqua, dovette sgonfiare parzialmente i pneumatici e quando li rigonfiò lo scafo si mosse leggermente, allarmando non poco Dondragmer e gli altri che lavoravano sotto la pancia del veicolo. Fortunatamente lo spostamento si rivelò insignificante.

Per tutto quel periodo, il capitano aveva in pratica fatto la spola tra l’esterno e la radio, perché sperava che gli umani sapessero indicargli il momento in cui sarebbe avvenuta la seconda inondazione; quando non si preoccupava per questo dirigeva i lavori della rampa e misurava con lo sguardo il livello dell’acqua. Tempo dopo, a lavori conclusi, l’acqua non raggiungeva un metro e la corrente sembrava completamente cessata: ora si trovavano in una pozza invece che in un fiume.

La notte di Dhrawn avvolgeva tutto nelle sue tenebre. Il sole era calato ormai da più di cento ore e il cielo appariva completamente sereno. Il violento baluginare delle stelle guidava coloro che lavoravano sotto la Kwembly; tra di esse però non vi era il sole di Mesklin, che appariva solo in certe ore ed era scarsamente visibile dal suolo per via della densa atmosfera. Al momento doveva trovarsi troppo vicino alla linea dell’orizzonte, e neppure Dondragmer sapeva dire se sarebbe sorto in poco tempo oppure se bisognava attendere. Sol e Fomalhaut, che persino il membro più ottuso dell’equipaggio sapeva indicare a sud, brillavano e pulsavano poco sopra un’altura a qualche chilometro di distanza. La linea immaginaria che le congiungeva appariva spostata di venti gradi, in termini umani, oppure di quattro in termini mescliniti rispetto al momento in cui erano sorte.

Oltre la zona illuminata dalle luci esterne della Kwembly si estendeva un buio impenetrabile. Dhrawn non aveva alcuna luna e le stelle non illuminavano molto di più di quanto facessero sulla Terra o su Mesklin.

La temperatura non sembrava aver subito variazioni di rilievo; gli scienziati della Kwembly continuavano a misurare i cambiamenti nell’ambiente con tutta la precisione consentita dalla loro conoscenza e dalla loro tecnologia per comunicarli immediatamente alla stazione spaziale. Il capitano aveva sperato di venir contraccambiato con qualche informazione utile, anche se capiva che gli umani non dovevano certo sdebitarsi per qualcosa: i rapporti che la Kwembly inviava facevano parte del lavoro che i mescliniti erano stati assunti per svolgere.

Dondragmer aveva anche suggerito ai suoi scienziati di pensare con la propria testa. La risposta di Borndender a quello che gli sembrò sarcasmo gratuito fu che se gli umani gli avessero fornito un computer e tutti i dati conosciuti sulle precipitazioni da un lato all’altro del pianeta sarebbe stato felice di provare. Il capitano però non intendeva affatto fare del sarcasmo; conosceva anche lui benissimo la differenza che passava tra il sapere perché una nave galleggia sull’acqua o sull’ammoniaca e il sapere perché due virgola tre millicavi di pioggia a sessanta ventesimi era caduta sulla colonia tra la quarantesima e la centesima ora del secondo giorno. Sospettò quindi che la reazione di Borndender fosse alquanto interessata: i mescliniti erano tali e quali agli umani quando volevano nascondere le proprie lacune e Borndender assumeva in genere un’aria seccata quando si sentiva in qualche modo inutile. Evitando di portare alla luce questo aspetto della vita di bordo, Dondragmer si limitò ad affermare che le buone idee erano sempre le benvenute e uscì.

Anche gli scienziati dovettero uscire quando giunse il momento di usare la rampa. Borndender si irritò per questo e borbottò qualcosa riguardo la natura accademica della differenza tra stare dentro o fuori della Kwembly se succedeva qualcosa di grave. Quello di Dondragmer non era comunque un consiglio, ma un ordine e persino gli scienziati non potevano mettere in dubbio il diritto e l’autorità che la sua posizione di comando gli conferiva. Solo lui, Beetchermarlf e un tecnico di nome Kensnee specialista delle colture idroponiche dovevano trovarsi a bordo al momento di muoversi. Dondragmer aveva pensato di ricoprire il ruolo di timoniere e di sperare nella fortuna per quanto riguardava l’integrità delle colture, ma concluse che Beetchermarlf conosceva meglio il sistema di funi di guida e quindi poteva sentire subito se qualcosa non andava mentre il tecnico sarebbe tornato utile se dei cedimenti nella rampa avessero causato problemi con la copertura delle vasche, anche se la potenza utilizzata internamente non era strettamente connessa al movimento. Le colture erano troppo importanti: le vasche che le contenevano potevano venir trasportate, per cui anche se la Kwembly fosse finita male l’equipaggio poteva sperare di raggiungere la colonia a piedi portando con sé le vasche e tutto il materiale necessario.

Il ragionamento che stava dietro la chiamata a bordo del tecnico e del timoniere imponeva che anche il capitano rimanesse a terra, ma non ci fu nulla da fare: la ragionevolezza di Dondragmer non arrivava fino a quel punto. Rimase al suo posto sulla Kwembly.

La tensione tra il gruppetto di grandi bruchi radunato intorno al veicolo alieno salì quando un rumore secco indicò che le ruote motrici erano state innestate. Dondragmer non poteva vedere le loro espressioni dal ponte e quindi rimase tranquillo, ma Beetchermarlf udì i loro commenti e ne rimase turbato. Gli spettatori umani, che osservavano la scena da una telecamera presa dalla stanza delle colture e installata su una roccia in mezzo all’acqua a una cinquantina di metri di distanza, non videro nulla se non quando la Kwembly cominciò ad arretrare. Nel salone delle comunicazioni tutti erano tranquilli, tranne Easy e Benj.

Il ragazzo prestava poca attenzione allo schermo esterno e seguiva uno degli schermi interni, che mostrava il ponte e parte di Beetchermarlf. Il mesclinita teneva una chela sulla barra, stringendola forte, mentre le altre tre chele saettavano continuamente tra le molte funi che servivano al controllo dei motori, cercando di equalizzare la diversa spinta esercitata sulle ruote. La potenza raggiungeva a malapena i valori normali, cioè l’equivalente di dieci; le funi, che solitamente si congiungevano in modo da controllare tutti i motori per mezzo di una sola, erano state riallineate per ottenere un controllo singolo su ogni motore. Beetchermarlf era molto, molto occupato.

Mentre la Kwembly cominciava lentamente a muoversi, uno degli umani che seguivano la scena comodamente seduti commentò: — Ma perché non hanno installato qualche indicatore di potenza e di giri su quel ponte? Guardate quel poveraccio: sta diventando matto a tirare tutte que


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lle corde con quelle ridicole chele. Tra l’altro non sa neppure se una certa ruota fa presa… per non parlare della direzione, che gli deve risultare del tutto sconosciuta.

— Se dovesse basarsi su degli strani oggetti come degli indicatori, probabilmente sarebbe vero — replicò Mersereau. — Barlennan non ha voluto nulla di troppo sofisticato su quei veicoli in modo che la sua gente fosse in grado di riparare tutto sul posto. Ha accettato certe cose solo perché non aveva alternativa. Io mi sono dichiarato d’accordo, e così han fatto tutti gli ingegneri. Guardi: la Kwembly sta scendendo quella rampa in retromarcia tranquilla come non mai.

Un coro di fischi e lunghi suoni a sirena accompagnava ogni movimento del veicolo, attutiti dal fatto che la maggior parte dei mescliniti che li emetteva si trovava sott’acqua. Per un lungo momento, una ventina di ruote a mezza nave rimasero sospese nel vuoto quando la parte a poppa della Kwembly abbandonò la rampa e mosse all’indietro nel letto del fiume. L’ingegnere che aveva avvisato contro “l’effetto ponte” incrociò le dita e alzò gli occhi al cielo. Poi la parte a prua si abbassò quando le ruote anteriori discesero la rampa e il peso si riequilibrò in modo accettabile. Lo sforzo di torsione, i cui rischi nessuno aveva seriamente considerato, diminuì man mano che il veicolo guadagnava una posizione relativamente orizzontale sul greto del fiume per fermarsi una volta disceso completamente. L’equipaggio girò in ordine sparso attorno alla Kwembly e si affollò nuovamente vicino al portello stagno principale. Nessuno si ricordò più della telecamera. Easy pensò di ricordarlo al capitano, ma si trattenne ritenendo opportuno non dire nulla in quel momento.

Dondragmer infatti non si era scordato lo strumento. Non appena i primi membri dell’equipaggio emersero dal portello interno dell’accesso principale, la sua voce echeggiò nei tubi acustici.

— Kervenser! Reffel! Ricognizione immediata con i volatori. Reffel, raccolga il prendimmagini che è rimasto fuori. Si assicuri che sia al sicuro dentro il volatore prima di ripartire; poi esplori per una decina di minuti la zona da est a nord. Kervenser, si spinga a sud per un periodo di tempo analogo. Borndender, mi faccia sapere quando tutti i suoi strumenti sono stati caricati a bordo. Beetchermarlf e Takoorch, provvedete immediatamente a riallineare le funi di guida.

La radio sul ponte era attivata e quindi Easy sentì gli ordini emessi dal capitano traducendoli prontamente ai presenti. Qualcuno ridacchiò sentendo la donna designare la telecamera col nome mesclinita di “prendimmagini”. Easy e i suoi colleghi seguirono la scena sullo schermo collegato alla telecamera esterna osservando con interesse il decollo dei due velivoli simili a piccoli elicotteri, che avvenne direttamente dall’hangar tramite una paratia mobile orizzontale. Il primo piegò verso la telecamera e tutti pensarono che presto le immagini sarebbero venute meno; il secondo stava ancora salendo quando abbandonò l’immagine lasciando comunque intuire la sua intenzione di virare verso est. Poi le immagini si fecero confuse mentre la telecamera veniva issata a bordo da Reffel, con lo schermo che mostrava l’interno del velivolo ripreso da angolazioni impossibili. Quando le immagini si fecero stabili e apparve chiaro che Reffel aveva intenzione di filmare il lago con gli infrarossi, Easy allungò distrattamente una mano e attivò il registratore. Sarebbe stato un filmato utilissimo per la mappatura della zona.

Dondragmer avrebbe certamente apprezzato la possibilità di seguire in diretta le immagini su schermo, ma poteva solo attendere il rapporto verbale di Reffel oppure di Kervenser, ben sapendo che quest’ultimo lo avrebbe trasmesso un po’ in ritardo. Ma anche Reffel non si prese il disturbo di riferire subito al capitano come andavano le cose. Non aveva visto nulla che richiedesse l’adozione delle procedure di emergenza. In ogni caso, Dondragmer poté finalmente riferire agli ascoltatori umani che la Kwembly si trovava in una valle larga circa una ventina di chilometri, delimitata da pareti di roccia decisamente più scoscese di quanto fosse normale su Dhrawn. I piloti stimarono la loro pendenza tra i venti e i trenta gradi e riferirono che sembravano abbastanza alte raggiungendo, in alcuni punti, anche i venti metri. Kervenser comunicò che a ovest non vedeva alcun segno che indicasse la ripresa del deflusso delle acque. Riferì inoltre che i macigni, che da terra sembravano estendersi a perdita d’occhio, terminavano bruscamente a un paio di chilometri dalla loro posizione lasciando spazio a una vasta pianura rocciosa e che il panorama appariva costellato di grosse pozze d’acqua come quella in cui si trovava la Kwembly. Verso est invece i macigni e Se pozze continuavano molto oltre il punto raggiunto da Reffel. Dondragmer valutò attentamente le informazioni ricevute dai piloti e le commentò dopo qualche istante con gli umani della stazione spaziale. Poi ordinò agli elicotteri di ampliare il campo di perlustrazione.

— Kervenser, si porti più in alto. I timonieri termineranno il loro lavoro solo tra qualche tempo e io voglio che lei segua la valle verso ovest per un’ora intera. Usi tutte le luci esterne del volatore per la ricognizione al suolo e mi informi subito se vede dell’acqua in movimento. Anzi, segua la valle per tre ore se non vede qualcosa che vale la pena di studiare o se non deve tornare indietro a causa della nebbia. Io mi prenderò un attimo di riposo. Riferite tutto a Stakendee, che mi sostituirà sul ponte.

Anche i mescliniti si stancavano, ma Dondragmer aveva scelto il momento sbagliato per andare a riposare, come più tardi commentò Barlennan. Quando il capitano rispose che non avrebbe potuto far nulla anche da sveglio il suo superiore gli rispose con l’equivalente di un grugnito di rabbia.

— Lei avrebbe dovuto capire che qualcosa stava per succedere: quando lo ha capito, ormai era tardi.

Dondragmer si trattenne dal rispondere che dopotutto questo provava lo scarso peso della sua omissione, ma tra sé e sé ammise che sul momento era parsa una tragedia.

Dovettero passare otto ore dalla partenza degli elicotteri prima che qualcuno osasse disturbare il capitano. Quando un assonnato Dondragmer rispose, il marinaio concentrò la situazione in una singola frase: — Signore, Kervenser e i due timonieri sono ancora fuori e la pozza d’acqua in cui ci troviamo è diventata un unico blocco di ghiaccio.

6

Politica

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L’impazienza e l’irritazione apparivano evidenti in Pianificazione, ma finora nessuno aveva perso veramente la calma. Ib Hoffman, di ritorno da un viaggio durato un mese sulla Terra e su Dromm, non aveva fatto alcun commento e si era limitato a chiedere informazioni. Easy, seduta di fianco al marito, rimaneva ugualmente silenziosa ma intuiva che presto o tardi si sarebbe dovuto fare qualcosa per incanalare la discussione su binari più costruttivi. Modificare la politica di base del progetto poteva rappresentare una buona soluzione, come spesso succedeva. Ma adesso le sembrava tremendamente futile che la gente seduta vicino a lei non trovasse di meglio da fare che rimproverare se stessa e gli altri per l’indirizzo che avevano preso le cose. Ancora meno utile era il continuo vociare degli scienziati all’altra estremità del tavolo. Si stavano ancora chiedendo come faceva un lago a ghiacciare con la temperatura in aumento. Rispondere al quesito poteva contribuire a trovare una soluzione, ma per Easy la risposta poteva venir trovata solo in laboratorio, e non certo a una riunione.

Se suo marito non fosse presto entrato nella discussione, pensò, lo avrebbe fatto lei.

— Ho già sentito ripetere questa faccenda mille volte, e ancora non ci credo! — esclamò Mersereau. — Fino a un certo punto la cosa ha senso, ma ora credo che abbiamo passato quel punto da un pezzo. Sappiamo tutti che più i macchinari sono complessi e meno gente viene richiesta per il loro controllo; ma sappiamo anche che i dispositivi di controllo si fanno più difficili, e che gli addetti alla manutenzione necessitano di corsi di addestramento particolari. Se i ricognitori di terra fossero stati completamente automatizzati come tanta gente voleva, all’inizio avremmo potuto procedere all’esplorazione di Dhrawn con poche centinaia di mescliniti al posto delle migliaia attuali, ma avremmo corso il rischio di vedere la metà dei veicoli fuori uso in poco tempo perché non saremmo mai riusciti a sbarcare su Dhrawn tutto il materiale e il personale necessario. Il fatto è che il numero di mescliniti tecnicamente bene addestrati non basta ancora. Lo so io, e lo sa anche Barlennan: è solo una questione di buon senso. “Ma lei — continuò Mersereau — e per qualche ragione Barlennan siete andati ancora più in là. Barlennan era contro l’utilizzo degli elicotteri. Oh, ricordo benissimo tanta gente che affermava convinta che non era possibile insegnare a volare a un mesclinita, e forse era la paura delle grandi altezze tipica della sua razza che ha spinto Barlennan a rifiutarli inizialmente. Ma almeno lui è stato in grado di capire che senza esplorazione dall’alto i ricognitori non potevano avanzare su un terreno sconosciuto per più di pochi chilometri al giorno, cosa che avrebbe protratto l’esplorazione della sola zona a ovest di Alfa Inferiore all’infinito. Parlando così, lo abbiamo convinto.

“Potevamo fornirgli tante altre cose, attrezzatura e altra roba utile che avrebbe ripagato lo sforzo per apprenderne l’uso facilitando di molto il lavoro; lui ci ha convinto a lasciar perdere. Non ha voluto armi; io mi sono dichiarato d’accordo. Finora non abbiamo incontrato alcun animale superiore su Dhrawn e con tutta probabilità sarebbero risultate inutili. Ma perché non ha voluto le radio a onde corte? E perché niente videocitofoni alla colonia? Trovo assurdo che Dondragmer debba chiamare prima noi, a dieci milioni di chilometri nello spazio, per far arrivare i suoi rapporti a Barlennan. Certo, in effetti non importa molto perché Barlennan non potrebbe far nulla per aiutarlo sul momento e quindi una differenza di un minuto tra emissione e ricezione del messaggio non conta più di tanto, ma non posso fare a meno di considerarla una sciocchezza… e comunque adesso questa faccenda conta perché il primo ufficiale di Dondragmer è scomparso in un’area di cento chilometri dalla Kwembly. Può trovarsi a pochi minuti di volo ma non c’è nessuna dannata maniera di contattarlo né da qui né dal ricognitore. Ma perché Barlennan è contro l’uso della radio? E perché lo è anche lei, Alan?”

— Ho già spiegato i miei motivi — rispose Aucoin con tono vagamente acerbo — e ora li riassumo così: difficoltà di manutenzione.

— Ma non scherziamo! Quali problemi di manutenzione possono verificarsi con una semplice radio, o anche con un video? Se ben ricordo, alla sua prima uscita Barlennan portava con sé quattro telecamere e che io sappia non si sono verificati inconvenienti… questo è successo cinquant’anni fa, Alan. Ora su Dhrawn vi sono sessanta telecamere con apparato radioricevente ancora più complesso e non si è verificato il minimo problema in un anno e mezzo. Barlennan lo sa, e anche lei. Ma poi, perché non potremmo limitarci a ritrasmettere i messaggi automaticamente invece di tradurli ogni volta complicandoli ancora di più (scusa, Easy). Non mi direte che anche in questa base spaziale potremmo avere dei problemi di manutenzione al computer! Insomma, chi sta cercando di prendere in giro chi?

Easy si tese: la discussione procedeva pericolosamente, e la faida personale sembrava dietro l’angolo. Suo marito, comunque, sentì la sua tensione e le sfiorò il braccio con un gesto che lei conosceva benissimo. Ci avrebbe pensato lui. Intanto però lasciò che Aucoin rispondesse a modo suo.

— Nessuno prende in giro nessuno… non intendevo la manutenzione dell’equipaggiamento, e debbo ammettere che ho scelto male le parole. Il problema è morale. I mescliniti sono una razza competente e molto orgogliosa, perlomeno per quanto riguarda i soggetti con cui siamo quotidianamente a contatto. Navigano per migliaia e migliaia di chilometri sugli oceani del loro pianeta su fragili imbarcazioni che, consentitemi, sembrano più un ammasso di travi e funi messe insieme alla meglio che qualcosa di solido e affidabile, restando lontani da casa e da qualsiasi aiuto o punto di riferimento per mesi e mesi senza interruzione. Insomma, come sulla Terra molti secoli fa. Era nostra opinione che rendere troppo facili le comunicazioni avrebbe potuto giocare negativamente sulla loro innata autonomia. Certo, ammetto che è solo un’opinione: i mescliniti non sono umani, anche se molti loro processi mentali ricordano i nostri. Ma i nostri studi su di loro si scontrano con un punto oscuro: non abbiamo idea di quanto vivano normalmente, anche se siamo certi che vivano più a lungo di noi. Comunque, Barlennan si è dichiarato d’accordo con noi e non ha voluto le radio, anzi è stato proprio lui a rifiutarle per primo… e lui non si è mai lamentato delle difficoltà di comunicazione.

— Con noi — intervenì Ib. Aucoin lo osservò sorpreso, poi assunse un’aria interrogativa.

— Esatto Alan, è proprio quello che ho detto. Non si è mai lamentato con noi, ma quello che ne pensano lui e i suoi nessuno di noi lo sa.

— Ma perché non dovrebbe lamentarsene, o addirittura richiedere le radio se pensa che possano tornare utili?

Il responsabile del progetto non pareva intenzionato a modificare le sue opinioni, ma Easy notò con sollievo che il tono di autodifesa era scomparso dalle sue parole.

— Il perché non lo so — ammise Ib Hoffman — ma ricordo benissimo le lezioni che ho imparato dai primi contatti con Barlennan anni fa. Lui fu subito disposto a collaborare con noi, unico e fidato elemento di incontro tra la sua razza e le misteriose razze aliene provenienti da pianeti lontanissimi e sconosciuti quali la Terra, Dromm e Paneshk. Ci ha aiutato con le prime missioni sul suo pianeta e su questo, svolgendo con intelligenza i compiti che gli affidavamo. Poi, all’improvviso, ha avuto il sussulto di orgoglio che non ci aspettavamo, obbligandoci in pratica a fare ciò che cinque umani, sette paneshk e nove drommiani su dieci continuano a ripeterci non avremmo mai dovuto fare. Sapete tutti bene quanto me che trasferire delle nozioni di tecnologia avanzata a una razza che non ha neppure dato inizio alla propria rivoluzione industriale non è una faccenda semplice: gli ecologi hanno visto rosso perché pensano che ogni razza debba seguire la propria linea di sviluppo senza interferenze, i razzisti ci hanno accusato di tramare con i perfidi alieni, gli storici ci sono saltati addosso perché facilitiamo la cancellazione di nozioni fisse nei secoli mentre i burocrati si sono seccati perché temono che questa faccenda faccia emergere dei problemi che non saprebbero come risolvere.

— Il vero problema sono i razzisti — si intromise Mersereau. — Poveri, stupidi fanatici convinti che ogni razza aliena non veda l’ora di farci a pezzi non appena se ne presenta la possibilità. Sono stati loro a obbligarci a fornire ai mescliniti solo ciò che non sono in grado di produrre da soli, tipo i motori a fusione o altro materiale che non sia possibile smontare e studiare senza il nostro aiuto… telecamere a diffrazione, un certo numero di navicelle, e altro ancora. Ciò che Alan ha detto suona giusto, ma si tratta solo di una scusa. Sappiamo tutti quanti molto bene che non occorrerebbero più di due mesi per insegnare a un mesclinita a guidare un elicottero computerizzato se solo studiassimo una serie di comandi adatti alle loro chele, e che non esiste scienziato di questa stazione spaziale che non darebbe tre quarti del suo sangue per vedere questa missione svolta come Dio comanda, cioè con il giusto numero di strumenti scientifici piazzati su Dhrawn e nello spazio circostante.

— Trovo che anche questo non sia vero — ribatté Ib con calma ponderata. — Certo, ci sono molte verità, ma le cose non stanno veramente così. Condivido in pieno i suoi sentimenti verso chi, per fanatismo ideologico, non si rende conto di come vanno veramente le cose, ma è un dato di fatto che con una fonte di energia tanto economica un’astronave interstellare di potenza decente ripagherebbe i suoi costi in quattro, cinque anni e quindi una guerra interstellare non rappresenta più una possibilità tanto remota. Anche lei sa perché questa stazione spaziale ha delle stanze tanto ampie, che molti di noi giudicano scomode e inefficienti: se un drommiano si trovasse davanti a una stanza in cui non può entrare penserebbe subito che contiene qualcosa di deliberatamente nascosto. I drommiani non conoscono il concetto di privacy e secondo i nostri standard la maggior parte di essi è seriamente paranoica. Se avessimo evitato di condividere con loro parte della nostra tecnologia avremmo adesso un pianeta intero abitato da razzisti tecnologicamente sviluppati molto più pericolosi per la pace di tutti i razzisti terrestri messi insieme. Immagino che i mescliniti non reagirebbero allo stesso modo, ma io sono convinto che dare inizio all’università di Mesklin rappresenti la decisione più lungimirante mai presa da quando si è deciso di ammettere i drommiani nel MIT.

— Ma i mescliniti ci hanno ricattato per far partire l’università.

— Imbarazzante ma vero — ammise Ib. — Ma questo non conta più di tanto. Il punto adesso è che noi non sappiamo quali siano le vere intenzioni di Barlennan. Possiamo però ragionevolmente pensare che non avrebbe mai accettato di portare duemila dei suoi su un pianeta rischioso come questo senza validi motivi.

— Una buona ragione gliel’abbiamo fornita noi — commentò Aucoin.

— Già, ricattandoli a nostra volta, concordando che l’università sarebbe rimasta su Mesklin indipendentemente dalle obiezioni di molti dei nostri se lui avesse svolto per noi la missione su Dhrawn. Nessuna delle due parti ha mai avanzato l’ipotesi di pagamenti materiali, anche se i mescliniti sono perfettamente coscienti della relazione che esiste tra cultura e ricchezza materiale. Vorrei tanto pensare che Barlennan sia un idealista ma non saprei dire quanto il suo idealismo possa scivolare nello sciovinismo e, in questo caso, dove le sue convinzioni lo porteranno.

— Ma tutto questo c’entra ben poco con il punto in discussione. Non dobbiamo preoccuparci della scelta del materiale destinato ai mescliniti perché loro l’hanno pienamente accettata, indipendentemente da quali possano esser state le loro obiezioni in privato. Siamo in posizione di aiutarli con una serie di informazioni su fenomeni fisici a loro sconosciuti e che i loro scienziati non possono sperare di conoscere ancora per molto tempo senza un network di sistemi informatici ad elevate velocità. Ora, il problema è quel ricognitore estremamente costoso intrappolato nel ghiaccio con un centinaio tra marinai semplici, tecnici e scienziati a bordo che per noi sono solo personale di ricerca, ma per i mescliniti rappresentano delle personalità. Se vogliamo cambiare la filosofia di base del progetto e insistiamo con Barlennan perché accetti un carico di nuovo materiale per me va bene, ma non risolverebbe comunque il problema. Il punto è come aiutare Dondragmer, ma io non ho la più pallida idea di cosa fare.

— So che lei ha ragione, Ib, ma non posso evitare di pensare che sarebbe andata diversamente se Kervenser…

— Poteva portare con sé una radio, certo. Aveva due telecamere a disposizione, oltre a quella sul ponte per Dondragmer. Ma la decisione di prenderne una o no spettava a lui e al suo capitano. Lasciamo perdere i se e i ma e cerchiamo di concepire qualcosa di costruttivo.

Mersereau si calmò, un po’ irritato con Ib per le parole appena pronunciate ma dimentico del risentimento provato verso l’attitudine di Aucoin. Il responsabile del progetto assunse nuovamente la conduzione della riunione, guardando dall’altra parte del tavolo verso gli scienziati che ora seguivano la discussione in silenzio.

— Bene. Dottor McDevitt, vi siete messi d’accordo sulle cause di quanto è accaduto?

— Non del tutto, ma c’è un’idea che vale la pena di verificare a fondo. Come sapete, gli scienziati della Kwembly hanno riferito che la temperatura è rimasta praticamente costante dalla scomparsa della nebbia; nessun raffreddamento da irraggiamento; se qualche variazione c’è stata si riferisce piuttosto a un leggero aumento della temperatura. Le letture barometriche mostrano un lento innalzamento dei valori in quell’area fin da quando il ricognitore si è arenato. Le letture precedenti non sono significative, per via della variazione di altitudine. Le temperature sono molto al disopra del punto di congelamento di acqua e ammoniaca, ma la faccenda cambia se consideriamo l’eutettico del monoidrato di ammoniaca con l’acqua. Ci siamo chiesti se lo scioglimento iniziale non sia dovuto alla reazione tra la nebbia di ammoniaca e la neve su cui si trovava la Kwembly. Dondragmer temeva questa possibilità. Abbiamo bisogno di dati sull’ammidità…

— Sulla che? — domandarono quasi contemporaneamente Ib e Aucoin.

— Scusate. Un termine tecnico. Intendevo la pressione parziale dell’ammoniaca in relazione ai valori di saturazione, cioè l’equivalente dell’umidità per l’acqua. Abbiamo bisogno di dati per confermare o smentire questa ipotesi, e naturalmente non credo che i mescliniti li abbiano raccolti.

— Sarebbero in grado?

— Sono certo che sarebbe possibile trovare la tecnica giusta. Non ho idea di quanto tempo sarà necessario; il vapore acqueo non interferirà. La sua pressione di equilibrio è inferiore di dieci alla quarta a quella dell’ammoniaca in quella gamma di temperature. Il lavoro non dovrebbe essere troppo difficile.

— Mi pare di capire che questa sia un’ipotesi piuttosto che una teoria a tutti gli effetti; è abbastanza fondata da servire come riferimento per un eventuale provvedimento concreto?

— Dipende dall’azione — fu la risposta. Aucoin ribatté con un gesto nervoso della mano e il meteorologo continuò un po’ affannato.

— Voglio dire, non rischierei più di tanto solo sulla base di questo ragionamento ma suggerirei di studiare qualcosa che consenta alla Kwembly di provare a liberarsi senza mettere a repentaglio le riserve o correre più rischi del dovuto.

Aucoin annuì. — Va bene — disse. — Ritiene più opportuno rimanere qui e aiutarci magari con qualche altra idea o preferisce discutere la sua ipotesi con i mescliniti?

McDevitt contrasse le labbra e ci pensò sopra per un istante.

— Abbiamo parlato con loro abbastanza spesso ultimamente, ma suppongo che in effetti sia più utile discutere con loro che… — disse il meteorologo, lasciando la frase in sospeso. Easy e Ib nascosero un sorriso di approvazione. Aucoin annuì, comportandosi come se non avesse notato la falsa pausa.

— Come crede. Vada pure nel salone delle comunicazioni e buona fortuna. Ci faccia sapere se saltano fuori nuovi elementi che vale la pena di conoscere.

I quattro scienziati annuirono e lasciarono insieme la stanza. Un imbarazzato silenzio calò sulle dieci persone rimaste alla riunione. Poi, Aucoin ruppe il ghiaccio dando voce al pensiero di tutti.

— Guardiamo in faccia la realtà — disse lentamente. — Il vero problema sorgerà quando dovremo trasmettere alla base il rapporto di Dondragmer.

Ib Hoffman sollevò la testa di scatto. — Non lo avete ancora fatto? — domandò sorpreso.

— Barlennan sa solo che la Kwembly si è arenata in una brutta posizione. Gli è stato riferito da Easy, assieme ad altri rapporti intermedi sulle riparazioni alle ruote. Non sa nulla del ghiaccio.

— E perché no? — intervenne Easy. Poteva leggere l’allarme sul volto di suo marito, e si chiese se valeva la pena di accettare la risposta in silenzio o se doveva tuffarsi nella discussione. Aucoin la guardò sorpreso.

— Lo sa bene quanto me. Non fa molta differenza che Barlennan lo sappia adesso o tra dieci ore, oppure tra un anno quando Dondragmer tornerà a piedi alla base: non c’è nulla che si possa fare nell’immediato per aiutarli. La sola cosa che può fare, a noi non va affatto bene.

— E sarebbe? — domandò gentilmente Easy. Aveva quasi deciso che linea tenere in tutta la faccenda.

— Di nuovo, sa benissimo quello che intendo. L’unica cosa che Barlennan può fare è inviare uno dei due ricognitori fermi alla base a soccorrere la Kwembly, come voleva fare per la Esket.

— E lei ha ancora da ridire su questa ipotesi.

— Be’, sì, e proprio per le stesse ragioni per cui ho avuto da ridire con la Esket e Barlennan, lo deve ammettere, alla fine si è trovato d’accordo con me. Non è solo che per quei due ricognitori abbiamo piani completamente diversi, impossibili da cancellare alla leggera; e non giudico affatto la vita extraterrestre meno importante di quella umana, nonostante quello che lei possa pensare, ma sono contro lo spreco di tempo e risorse e cambiare la filosofia di una missione quando è già iniziata causa proprio questo.

— Come può parlare di spreco dopo aver ammesso che la vita di un mesclinita vale quanto quella di un essere umano?

— Lei non sta ragionando, Easy. La capisco, e non ce l’ho con lei per questo, ma lei sembra ignorare che tra la base e la Kwembly vi sono più di quindicimila chilometri in linea d’aria, e diciamo pure ventimila se contiamo le deviazioni dovute al terreno. Via terra, i soccorsi non riuscirebbero a raggiungere Dondragmer prima di duecento, duecentocinquanta ore di marcia. Ma l’ultima parte del tragitto è profondamente cambiata: prima era una pianura gelata, ora non lo sappiamo. I soccorsi potrebbero anche non riuscire a passare.

— Potremmo guidarli noi spostando l’orbita di un satellite.

— Certo, potremmo farlo, ma rimane il fatto che se Dondragmer non riesce a tirar fuori se stesso, il suo equipaggio e il suo ricognitore dalla pozza gelata in cui si trova nessuno può aiutarlo nell’immediato. E se la Kwembly si trova in pericolo, è spacciata. Se invece non si trova in pericolo, è solo intrappolata nel ghiaccio come una baleniera del diciannovesimo secolo. Ma a bordo vi sono provviste a sufficienza, e con il sistema di condizionamento atmosferico che abbiamo studiato per loro e i motori a fusione funzionanti possono tirare avanti mesi e mesi intanto che noi e Barlennan cerchiamo il modo migliore di raggiungerli.

— Ah sì? — ribatté acida Easy. — Proprio come con Destigmet e il suo equipaggio: sono passati sette mesi e nessuno è ancora andato a vedére cosa è successo!

— Quella era invece una faccenda molto diversa. La Esket è ancora là e per quanto possiamo vedere dalla telecamera nulla sembra cambiato tranne l’equipaggio che è scomparso. Non abbiamo la più pallida idea di dove siano andati a finire, ma dato che non si trovano a bordo e non vi hanno fatto mai ritorno è impossibile che siano ancora vivi. Anche con le loro capacità e la loro grande forza fisica, un mesclinita non può vivere su Dhrawn per sette mesi con la sola tuta spaziale.

Easy non rispose. Da un punto di vista logico, Aucoin aveva perfettamente ragione. Ma Easy non poteva accettare che fosse la sola logica a dettar legge quando si parlava di vite umane o extraterrestri. Ib sapeva come si sentiva e decise che era tempo di spostare la discussione su altri argomenti. Si dichiarò d’accordo fino a un certo punto con l’opinione di Aucoin, ma sapeva benissimo perché sua moglie non poteva accettarlo.

— Secondo me il vero, immediato problema — continuò infine — è quello che Dondragmer ha con i membri dell’equipaggio che mancano all’appello. Se ho ben capito, i due timonieri sono rimasti intrappolati sotto il ghiaccio, ma nessuno sa dire se la pozza è ghiacciata completamente o solo parzialmente. A giudicare dal lavoro che erano stati mandati a fare, dovrebbero trovarsi in qualche punto tra le ruote della Kwembly. Immagino quindi che rompendo il ghiaccio in più punti sia possibile tirarli fuori anche se, nonostante le tute spaziali, non ho idea delle possibilità di sopravvivenza per un mesclinita in una situazione del genere. La temperatura non dovrebbe infastidirli più di tanto perché non è molto inferiore alla media, ma non saprei dire quanto possano contare delle eventuali limitazioni fisiche. “Anche il primo ufficiale della Kwembly manca all’appello, disperso durante un volo di ricognizione. Non possiamo far nulla direttamente, perché Kervenser non ha portato la radio con sé, ma vi è un altro elicottero disponibile. Dondragmer ci ha per caso chiesto di assisterlo nella ricerca dell’ufficiale disperso con un elicottero e una telecamera?”

— Non mi risulta — rispose Mersereau. — Almeno, fino a mezz’ora fa.

— Allora suggerirei di fare in modo che richieda il nostro aiuto.

Aucoin annuì e volse lo sguardo verso Easy. — Compito suo direi, signora Hoffman.

— Proverò, ma può darsi che qualcuno lo abbia già convinto — ribatté Easy, avviandosi verso la porta e pizzicando un orecchio a suo marito mentre passava alle sue spalle.

— Poi — riprese Ib rivolto ad Aucoin — anche se conosciamo tutta la sua opposizione a un’eventuale missione di soccorso, direi che dobbiamo comunque aggiornare Barlennan sugli ultimi avvenimenti.

— Ma perché dobbiamo andare in cerca di guai quando non è necessario? — rispose con enfasi Alan Aucoin. — Non mi piace litigare, soprattutto con qualcuno che può sempre fare di testa sua e non è affatto obbligato ad ascoltarmi.

— Perché dovreste litigare? Diceva anche lei che l’altra volta vi siete trovati d’acc


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ordo.

— Però ci siamo chiesti poco fa quanto sincero poteva essere Barlennan quella volta.

— Vero, però ora mi domando perché se non era d’accordo non ha inviato i soccorsi lo stesso, come ha fatto in un altro paio di occasioni?

— Oh, in quei due casi i ricognitori si trovavano molto più vicini alla base… Barlennan insistette, e alla fine ci convinse a dare il nostro assenso — disse Aucoin.

— Sa meglio di me che gliel’abbiamo dato per evitare che facesse di testa sua.

— No. Gli abbiamo dato il nostro assenso quelle due volte perché sua moglie, Ib, si è schierata con tanta decisione dalla parte di Barlennan che ci ha convinto. Paradossalmente, i suoi argomenti mi convincono sempre più che è meglio non dir nulla.

— Ma quale parte ha preso mia moglie durante la faccenda della Esket? Io sono convinto che dovremmo riferire a Barlennan la situazione, e subito. A parte la mancanza di onestà, più aspettiamo e più dura sarà la sua reazione davanti al fatto che abbiamo censurato una simile notizia, perché prima o poi lo verrà a sapere comunque.

— Io non la chiamerei censura: dopotutto, non abbiamo alterato i fatti in alcun modo.

— Ma lei ha ritardato la trasmissione della notizia per un sacco di tempo mentre aspettava di decidere la cosa migliore da fare: non mi pare che questo faccia parte degli accordi. Mi scusi i sentimenti un po’ bigotti… certo, su basi puramente egoistiche ammetto che ci conviene tenere segreta la notizia il più a lungo possibile.

Molti dei presenti, che avevano ascoltato in silenzio fino ad allora, presero a parlare tutti insieme nello stesso momento in cui Ib Hoffman appoggiava la schiena sullo schienale della sedia. Fu necessario qualche istante ad Aucoin per capire quello che stavano dicendo, ma quando vi riuscì apparve chiaro che i sentimenti della maggioranza erano per Ib. Il responsabile del progetto si arrese con l’onore delle armi: non faceva parte della sua politica fare da bersaglio a una folla inferocita.

— Va bene, riferiremo tutto a Barlennan non appena terminata la riunione — disse, lanciando un’occhiata al vincitore. — Naturalmente se la signora Hoffman non lo ha già fatto. La questione è chiusa. Qualcuno ha niente da dire?

Uno degli uomini che fino a quel momento si erano limitati ad ascoltare chiese la parola per porre una domanda. — Scusate se non vi ho seguito fino in fondo poco fa, ma mi pare di aver sentito che Barlennan ha concordato con la filosofia del progetto laddove diceva che l’equipaggiamento tecnico doveva venir limitato al minimo. Così, pensavo che la questione fosse definitivamente risolta, ma poi sento che Ib ha dei dubbi sulla sincerità di Barlennan. Ora, Ib, il fatto che i mescliniti abbiano accettato l’uso degli elicotteri ha qualcosa a che fare con questi dubbi?

Hoffman scosse la testa. — No. Abbiamo convinto i mescliniti a usarli con solide ragioni, e la sola cosa che mi ha sorpreso è che non ci abbia pensato lo stesso Barlennan e che abbia avuto qualcosa da ridire.

— Ma i mescliniti sono acrofobia per definizione. Il solo pensiero di volare, per chiunque provenga da un pianeta come il loro, dev’essere inimmaginabile.

Ib rispose con un sorriso forzato. — Vero. Ma una delle prime cose che Barlennan ha fatto dopo l’accordo con gli esperti della Confederazione e dopo il corso di scienze di base è stato progettare, costruire e volare con un pallone aerostatico nelle zone polari, dove la gravità di Mesklin è al massimo. Non so perché Barlennan abbia agito così ma certo non si tratta di acrofobia. Non è che non mi fido di lui: non sono molto certo di quello che pensa, se mi perdonate la crudezza necessaria.

— Sono d’accordo — intervenì Aucoin. — E credo che l’argomento sia esaurito. Suggerirei allora di chiudere e rivederci tra… diciamo sei ore. Ragioniamoci sopra, oppure scendiamo al salone delle comunicazioni per sentire cosa dicono i mescliniti e fare le nostre domande. Basta togliersi di testa i problemi di Dhrawn. Sapete bene cosa ne penso.

— Pensa esattamente quello che penso io — disse l’uomo che aveva parlato prima. — E più precisamente, ogni volta che un ricognitore si trova nei guai, anche il più banale dei problemi, non può fare a meno di veder risorgere il fantasma della Esket.

— Come tutti, immagino — rispose Aucoin scuotendo la testa.

— E più passa il tempo — continuò l’uomo — più mi convinco che la Esket deve aver subito qualche attacco da creature intelligenti. Dopotutto, c’è vita su Dhrawn e anche più sviluppata delle alghe e dei cespugli che i mescliniti scoprono di tanto in tanto. Infatti, come può esistere un’atmosfera contenente ossigeno con queste scarne forme di vita? Da qualche parte debbono esistere delle zone in cui si sono formati degli ecosistemi complessi: forse nelle regioni con temperature più elevate.

— Tipo Alfa Inferiore — aggiunse Ib per completare la frase. — Già, è difficile che ossigeno e ammoniaca coesistanto per tanto tempo, naturalmente parlando in termini planetari. Lo ammetto, è possibile che una specie intelligente viva su Dhrawn anche se finora non ne abbiamo trovato alcuna traccia, né dallo spazio né tramite i mescliniti. Forse alla Esket è capitato di incontrarli; in ogni caso, venti e più miliardi di chilometri quadrati di pianeta costituiscono un eccellente motivo per non aver ancora incontrato i padroni di casa. L’idea è plausibile, e lei non è il primo a pensarci ma non so dove ci possa portare. Comunque ci ha pensato anche Barlennan e nei primi tempi pareva intenzionato a far deviare un ricognitore dalla sua rotta in modo che passasse in quella zona e investigasse, prendendo anche contatto con gli alieni se fosse stato possibile, ma poi non se n’è fatto più nulla. Barlennan era dubbioso, e noi ci siamo ben guardati dall’incoraggiarlo.

— Davvero? — domandò Mersereau. — Pensare che se riuscissimo a stabilire un contatto con i nativi come abbiamo fatto su Mesklin, sarebbe un gran bene per il progetto. Non dovremmo dipendere così strettamente da…

— Aucoin sorrise con una smorfia di soddisfazione.

— Esattamente — disse. — Ora anche lei ha trovato un buon motivo per dubitare della sincerità di Barlennan. Per carità, non sto dicendo che è solo un politico dal cuore di ghiaccio che non ha esitato a sacrificare la vita di tanti dei suoi per mantenere una sorta di egemonia sulle operazioni, ma l’equipaggio della Esket ha dovuto aspettare per molto tempo la sua decisione di non inviare il Kalliff a soccorrerli.

— Ma c’è anche un altro punto.

— aggiunse Ib pensieroso.

— Quale?

— Non so se vale la pena parlarne, dato che non siamo in grado di dare il giusto peso a certe cose, ma la Kwembly è comandata da Dondragmer, cioè da un compagno di lunga data di Barlennan e, per estensione, un suo caro amico. Può darsi allora che il fatto di sentirsi coinvolto in prima persona spinga Barlennan a comportarsi in modo diverso dal solito, magari ordinando a una squadra di soccorso di partire immediatamente? Tra di loro, i mescliniti non si comportano da freddi calcolatori, e dietro quel suo aspetto da bruco Barlennan ha il sangue caldo di qualche antico corsaro.

— Mi sono chiesto la stessa cosa anch’io — ammise Aucoin — e debbo dire che sono rimasto molto sorpreso quando mesi fa Barlennan ha consentito a Dondragmer di partire con la Kwembly. Ho avuto l’impressione che non volesse fargli correre dei rischi. Ma certamente nessuno di noi conosce abbastanza bene la psicologia dei mescliniti da potervi ragionare sopra. Ma c’è qualcuno che li conosce meglio di tutti, ed è la signora Hoffman, che però rifiuta sempre di spiegarci quello che capisce o crede di capire sulla loro personalità. Come dice Ib, immagino non si possa partire da questo rapporto di amicizia per comprendere le decisioni di Barlennan. Limitiamoci dunque ad aggiungerla alla lista delle questioni aperte. Bene, ci sono altre idee? Nessuno ha niente da dire riguardo quei due mescliniti imprigionati nel ghiaccio? Forza, tra poco dobbiamo veramente andare.

— Un generatore a fusione potrebbe venir usato per alimentare una serpentina di grandi dimensioni, capace di sviluppare un certo calore, e dei resistori non sono poi tanto complicati da ottenere — disse Mersereau. — Dei dispositivi di riscaldamento non suonano poi così irragionevoli su Dhrawn. Se solo…

— Ma noi non abbiamo… — lo interruppe Aucoin.

— Noi abbiamo, se mi lascia finire. Sulla Kwembly vi sono abbastanza generatori da sollevarla dalla superficie del pianeta se solo la loro energia venisse applicata a questo scopo. Ci deve essere del metallo a bordo che possa venir arrangiato in modo da funzionare da resistore o arco elettrico. Non saprei dire però se i mescliniti sanno maneggiare questo genere di equipaggiamento. Deve esistere un limite anche alla loro tolleranza per le temperature… in ogni caso, possiamo sempre chiedere a Dondragmer se ha pensato a qualcosa del genere.

— Le do subito torto su un punto. Sono certo che nella struttura della Kwembly e tra il materiale stivato si trova pochissimo metallo, e rimarrei di stucco se una delle funi che loro usano per governare lo scafo si rivelasse valida come conduttore. Non sono un fisico, ma qualsiasi cosa possa venire attorcigliata tanto stretta come le loro fibre deve avere tutti gli elettroni ben saldi al loro posto. Comunque, se proprio vuole chieda pure a Dondragmer. Immagino che Easy si trovi ancora nel salone e senz’altro sarà lieta di aiutarla se dovessero sorgere problemi linguistici. La riunione è terminata.

Mersereau annuì dirigendosi verso la porta senza perdere un secondo e la riunione terminò. Aucoin lo seguì qualche istante dopo. Gli altri uscirono più lentamente. Solo Ib rimase seduto al tavolo.

I suoi occhi non guardavano nulla di particolare, ma l’espressione del volto lo faceva sembrare molto più maturo dei suoi quarant’anni compiuti.

Gli piaceva Barlennan ma ancora di più gli piaceva Dondragmer, proprio come sua moglie. Non poteva lamentarsi sotto nessun aspetto di come procedeva l’esplorazione di Dhrawn, soprattutto considerando che tante volte la colpa di approssimazione e confusione nel progetto erano solo ed esclusivamente umane e di nessun altro. Nessuna ragione per lagnarsi, tranne forse quello scherzetto di cinquant’anni prima. Che Barlennan facesse di tutto per nascondere l’esistenza di una razza intelligente autoctona pareva un’ipotesi incredibile. No, non poteva essere. Dopotutto, dimenticare quanto fatto finora con i mescliniti e incaricare un’altra razza, ancora da addestrare, di includere il lavoro avrebbe ritardato lo svolgimento del progetto più di qualsiasi altra cosa, come Barlennan senz’altro immaginava.

I casi di disaccordo tra gli esploratori e i loro committenti erano rari e circoscritti. Con i drommiani sarebbe successo dieci volte su dieci. No, non c’era alcun motivo di credere che i mescliniti coltivassero idee proprie su cosa fare di Dhrawn.

Tuttavia Barlennan aveva rifiutato gli elicotteri e solo dopo molte insistenze si era convinto ad accettarli. Era lo stesso Barlennan che aveva costruito e fatto volare un pallone aerostatico come primo esercizio di scienze applicate.

Non aveva insistito più di tanto per inviare i soccorsi alla Esket, ben sapendo che tutti i ricognitori di terra erano necessari all’esplorazione e che un centinaio dei suoi rischiavano di trovare un’orribile fine.

Aveva rifiutato l’uso di radio a onde corte, nonostante la loro evidente utilità, con argomentazioni accademiche quanto quelle che un insegnante di filosofia irrigidito usa per rispondere alle domande della classe; solo che questo non era un gioco e il rischio poteva trovarsi dietro ogni angolo.

E infine, cinquant’anni prima Barlennan non si era mostrato solo ansioso di imparare dagli alieni, ma aveva operato in modo da costringerli a insegnargli tutto quello che potevano con l’astuzia e il ricatto.

E lui, Ib Hoffman, non poteva evitare di pensare che stava per succedere di nuovo. Barlennan aveva in mente qualcosa, qualcosa di segreto.

Si chiese cosa ne pensasse mai sua moglie, l’esperta in mescliniti.

7

Trappola gelata

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Beetchermarlf e Takoorch furono presi di sorpresa come il resto dell’equipaggio quando la pozza gelò. Non avevano avuto occasione di guardarsi intorno per molte ore, dato che il groviglio di funi su cui dovevano lavorare era molto più intricato del previsto. Entrambi sapevano perfettamente cosa fare e quindi i motivi di conversazione scarseggiarono. Anche se il loro sguardo avesse divagato dal lavoro, non potevano vedere molto. Si trovavano sotto la grande mole del veicolo e la vista era impedita in parte dalle ruote, in parte dall’oscurità della notte di Dhrawn che sembrava ingoiare tutto al di là dell’area illuminata dalle loro piccole torce elettriche.

E quindi i due non si accorsero dei sottili cristalli che rapidamente prendevano forma sulla superficie dello specchio d’acqua per dare origine in breve tempo a una solida distesa lucente.

Avevano assicurato la corda alla serie di ruote numero uno sul lato di prua del portello e si erano portati a poppa per connettervi la serie numero due quando si accorsero di essere intrappolati.

La batteria della pila di Takoorch stava cominciando a esaurirsi e il mesclinita si diresse verso il più vicino generatore a fusione, cioè quello della serie numero uno, per ricaricarla. Con enorme sorpresa si rese conto che qualcosa gli sbarrava la via, qualcosa di invisibile che gli impediva addirittura di vedere le ruote che sapeva trovarsi a pochi metri. Dopo qualche secondo di agitazione e incredulità, Takoorch chiamò Beetchermarlf. Passarono dieci minuti buoni prima che si arrendessero all’evidenza: erano completamente circondati da un muro opaco di ghiaccio impenetrabile anche alla loro forza. Il ghiaccio aveva riempito gli spazi tra le ruote e si elevava dal fondo alla superficie del lago e cioè, calcolarono, circa un metro. Solo sotto la pancia della Kwembly potevano ancora muoversi.

Gli attrezzi che avevano con loro erano affilati ma non appuntiti, e troppo piccoli per poter funzionare efficacemente contro un simile ostacolo; in ogni caso rasparono il ghiaccio per più di un’ora prima di convincersene. Ancora non provavano grande apprensione: era ovvio che il ghiaccio immobilizzava anche la Kwembly e che il resto dell’equipaggio avrebbe dovuto scavare comunque, se non per liberarli almeno per liberare se stessi. Naturalmente la loro riserva di idrogeno era limitata, ma questo non assumeva l’importanza vitale che assumeva invece per gli esseri umani. Potevano lavorare a pieno ritmo ancora per dieci o dodici ore e poi, una volta scesi al disotto del livello minimo di pressione dell’idrogeno, avrebbero semplicemente perso conoscenza. I loro processi chimici corporei sarebbero rallentati sempre più e solo dopo un centinaio di ore gli effetti del soffocamento cominciavano ad apparire evidenti. Una delle ragioni della loro resistenza, di cui i mescliniti andavano tanto fieri, era la semplicità delle loro reazioni chimiche corporee. Gli scienziati umani non avevano ancora avuto occasione di scoprirlo.

I due si sentivano abbastanza calmi, in effetti, da tornare infine al loro lavoro. Ma giunti in prossimità della serie numero due compirono un’altra scoperta e stavolta non poterono evitare di provare un brivido di paura per tutto il corpo.

Il muro di ghiaccio avanzava. Non tanto rapidamente, no, ma lo spazio libero diminuiva. Come Ib Hoffman, nessuno dei due aveva sul momento la più pallida idea di cosa potesse mai succedere se il ghiaccio li avesse avviluppati e non provavano il minimo desiderio di saperlo.

Perlomeno la luce non mancava. Qualche generatore era connesso anche alle serie di ruote più interne e Takoorch aveva finalmente trovato il modo di ricaricare le batterie della sua pila. Ciò rese possibile un’altra attenta ricerca sulle pareti di ghiaccio che li sprigionavano. Beetchermarlf sperava di trovare un passaggio sul fondale, o meglio ancora un settore poco ghiacciato in superficie. Non sapeva dire se la gelata fosse cominciata dal fondo o dalla superficie del liquido in cui erano immersi. Non sapeva, come tutti gli umani sanno, che il ghiaccio galleggia sull’acqua. In ogni caso, questo andava bene sul momento perché saperlo lo avrebbe condotto a una conclusione sbagliata. I cristalli si erano in effetti formati in superficie ma dato che erano più densi del liquido circostante tendevano a precipitare, dissolvendosi non appena entravano in contatto con un livello più ricco di ammoniaca. Questo effetto di pseudo-convezione ottenne il risultato di privare alquanto uniformemente tutta la pozza dell’ammoniaca fino a raggiungere una composizione capace di gelare quasi istantaneamente. Di conseguenza, la ricerca dei due malcapitati si concluse senza risultato.

Per un po’ di tempo i due riposarono appoggiati a una coppia di ruote, rimuginando in silenzio sulla situazione e controllando di tanto in tanto l’avanzata del ghiaccio. Non avevano nulla per misurare il tempo, e pertanto nessuna base per stimare la rapidità del processo. Takoorch si disse convinto che stava rallentando, ma Beetchermarlf lo guardò dubbioso.

Di tanto in tanto saltava fuori qualche idea, ma quello dei due che non l’aveva proposta vi trovava immancabilmente un difetto.

— Possiamo provare a muovere questi massi, i più piccoli — disse Takoorch a un certo punto — e forse riusciremo a uscire passando sotto la coltre di ghiaccio.

— Per andare dove? — ribatté l’altro. — Se ben ricordo, la sponda del lago più vicina si trova a quaranta, cinquanta cavi di distanza. Non riusciremo mai a scavare tanto velocemente da raggiungere la riva prima che finisca la nostra riserva d’aria. E poi chi ci dice che il ghiaccio non abbia bloccato anche le rocce del fondo? Rimanere bloccati prima di raggiungere la riva non farebbe altro che peggiorare le cose.

Takoorch ammise con un gesto la fondatezza del ragionamento e tra i due cadde nuovamente il silenzio, mentre il ghiaccio cresceva di qualche frazione di centimetro.

Fu poi la volta di Beetchermarlf proporre un’altra ipotesi di fuga.

— Queste lampade debbono emanare del calore, anche se noi non lo sentiamo attraverso le tute spaziali — disse. — Perché non proviamo a disporle in modo da impedire al ghiaccio di avanzare ed eventualmente scioglierlo fino a uscire?

— Vale la pena di provare — rispose laconicamente Takoorch.

Insieme si avvicinarono alla parete gelata. Beetchermarlf vi ammucchiò contro qualche pietra e sistemò in cima la torcia elettrica regolandola sulla massima intensità. Poi entrambi si avvicinarono, sollevando la parte anteriore del loro corpo per meglio osservare l’effetto della pila sulla massa di ghiaccio.

— Ora che ci penso — disse Takoorch mentre osservavano — anche i nostri corpi emanano calore, no? Quindi, il solo fatto di trovarsi tanto vicini alla parete di ghiaccio dovrebbe contribuire a scioglierla.

— Già, è vero — disse Beetchermarlf un po’ dubbioso. — Ma sarà meglio stare attenti che l’acqua non geli attorno e dietro di noi intanto che siamo qua immobili.

— E anche se succedesse, cosa importa? Significherebbe che il calore dei nostri corpi e delle pile è sufficiente a combattere il ghiaccio, e alla fine dovremmo riuscire a venirne fuori.

— Questo è vero, ma sarà meglio tener d’occhio la situazione lo stesso, per sapere quando comincerà a succedere.

Takoorch fece un cenno di assenso e calò nuovamente un lungo silenzio.

Il timoniere più anziano, comunque, non era tipo da rimanere in silenzio per sempre, e così diede voce a un’altra idea.

— So benissimo che i nostri attrezzi non sono serviti a nulla qualche ora fa, ma forse potrebbero tornare utili per raspare il ghiaccio qui, in prossimità delle lampade — affermò, aprendo il coltello multiuso che faceva parte dell’equipaggiamento e piantandolo nel ghiaccio.

— Aspetta un minuto! — esclamò Beetchermarlf. — Se scheggiamo il ghiaccio proprio qui, dove stiamo provando a scioglierlo col calore, come faremo a sapere se la nostra idea funziona veramente?

— Se riusciamo a spezzare il ghiaccio con il coltello, cosa importa sapere se le lampade funzionano oppure no? — rispose Takoorch. Beetchermarlf non trovò nulla da rispondere sul momento e quindi si arrese, borbottando qualcosa sull’importanza degli esperimenti controllati mentre Takoorch cominciava a menare fendenti con la lama.

Purtroppo per loro, l’azione del coltello si dimostrò irrilevante anche se forse servì a ritardare un poco la comparsa dei primi segni della sconfitta. Calore corporeo, calore delle pile e uso dei coltelli risultarono alla fine insufficienti: il ghiaccio continuò ad avanzare. Alla fine furono costretti a rimuovere le lampade dall’improvvisato appoggio per evitare che gelassero assieme al mucchietto di pietre, ora quasi completamente avviluppato dalla solida parete grigiastra. — Non abbiamo più molto tempo, ora — puntualizzò Takoorch muovendo le torce attorno a sé. — Solo due dei generatori sono rimasti liberi. Dobbiamo ricaricare le batterie prima che non sia più possibile farlo oppure lasciamo perdere e ci arrendiamo subito?

— Ricarichiamole pure — rispose Beetchermarlf. — Peccato però che una simile fonte di energia vada sprecata in questo modo. Quattro di quelle cose possono sospingere la Kwembly su qualsiasi terreno, e una volta ho sentito un umano dire che ne sarebbe bastato solo uno. Con una minima trazione i generatori potrebbero spaccare il ghiaccio per noi. Se solo sapessimo come fare!

— Estrarre il generatore dalla sua nicchia tra le ruote è facile, ma non ho idea di cosa si possa fare dopo. L’unità invia degli impulsi di corrente elettrica, ma non vedo come possa tornare utile. La potenza che generano riguarda solo le parti meccaniche.

— Se utilizzassimo i generatori per produrre corrente ne rimarremmo senza dubbio folgorati. Non so molto in effetti di elettricità perché al corso degli umani ho studiato soprattutto nozioni di meccanica, ma so che se viene usata male l’energia elettrica può uccidere. Forse è meglio pensare a qualcosa d’altro.

Takoorch si sforzò di farlo. Come il suo giovane compagno, aveva frequentato solo brevemente il corso di istruzione degli alieni. Entrambi avevano preferito partire volontari per Dhrawn piuttosto che continuare a stare in classe. La loro conoscenza della fisica di base poteva paragonarsi a quella di un bambino di nove, dieci anni. E non era molto incoraggiante pensare a soluzioni di cui non si conosceva l’applicabilità e il livello di rischio.

A tutti e due comunque la capacità di pensare in modo astratto non faceva difetto. Entrambi sapevano che il calore è la conseguenza più palpabile della presenza di energia, anche se non avevano nessun concetto del movimento casuale delle particelle che lo genera.

Fu Beetchermarlf il primo a ricordare un altro effetto dell’elettricità.

— Takoorch! Ti ricordi quando ci hanno detto di non dare troppa potenza fino a quando la Kwembly non cominciava a muoversi? Gli umani ci dissero che potevamo rompere i perni delle ruote o danneggiare i motori se acceleravamo troppo rapidamente.

— Esatto. Potenza a un quarto è il limite massimo consentito all’avvio.

— Bene. Qui abbiamo i comandi dei motori, ancora raggiungibili, e la Kwembly è bloccata. Perché non diamo energia al motore e lo facciamo scaldare quanto più possibile?

— Cosa ti fa pensare che diverrà caldo? Non hai la minima idea di cosa faccia funzionare questi motori, proprio come me. Gli umani non hanno detto che il motore diverrà caldo, ma solo che è possibile danneggiarlo.

— Lo so, ma che altro può succedere? Sai anche tu che qualsiasi tipo di energia inutilizzata finisce col generare calore in un modo o nell’altro.

— Sarà, ma non mi convince molto — rispose il marinaio più anziano. — Comunque, immagino che valga la pena di provare qualsiasi cosa… non so però se bruciare un motore può danneggiare seriamente la Kwembly; è la mia unica preoccupazione, perché noi saremmo spacciati comunque e quindi…

Beetchermarlf rimase silenzioso per un po’. Non aveva pensato al rischio di danneggiare la Kwembly e con più ci pensava con più si convinceva di non avere il diritto di fare una cosa del genere. Osservò la piccola unità motore alloggiata tra le ruote della serie più vicina e si domandò se una cosa tanto piccola poteva veramente mettere in pericolo l’esistenza di una massa tanto grossa come quella sotto cui si trovavano bloccati. Poi ricordò la massa enorme della macchina umana che aveva portato lui e i suoi compagni su Dhrawn e capì che la misteriosa energia che riusciva a smuovere simili grandiosi oggetti e a condurli attraverso i cieli non poteva venir usata a casaccio. Non avrebbe più avuto paura di usare motori e generatori, visto che gli era stata offerta l’opportunità di conoscerne i principi, ma compiere degli esperimenti con essi era tutt’altra cosa.

— Hai ragione — ammise con un sospiro e in modo casuale. Dopotutto, Takoorch sembrava propenso ad accettare l’idea. — Però ascolta — continuò. — Se le ruote potessero girare liberamente non correremmo il rischio di danneggiare i perni o il motore, vero? Credo che l’acqua si riscaldi anche limitandosi a smuoverla.

— Davvero? In effetti credo di aver già sentito una cosa del genere, ma se non riusciamo a rompere questo ghiaccio con la nostra forza dubito che smuovendo un po’ d’acqua riusciremo a ottenere qualcosa di concreto. E poi le ruote non sono affatto libere: poggiano sul fondo con sopra tutto il peso della Kwembly.

— Be’, prima volevi scavare, no? Bene, possiamo incominciare; quella parete di ghiaccio si fa sempre più vicina.

Beetchermarlf diede l’esempio e cominciò a scavare attorno ai sassi arrotondati che sporgevano da sotto le ruote. Era un lavoro duro persino per i loro muscoli. Lisci e compressi com’erano, i grossi ciottoli venivano via tutt’altro che facilmente. Inoltre, lo spazio per riporli non era certo abbondante. Inoltre i sassi sotto le ruote, che erano quelli da asportare, non potevano venir raggiunti fino a quando rimanevano bloccati sui lati. I due lavorarono con foga per rimuovere prima possibile i ciottoli più esterni, spaventati dalla lentezza con cui il lavoro sembrava procedere.

Una volta scavato abbastanza, cominciarono a rimuovere i ciottoli sotto le ruote solo per scoraggiarsi ancora di più davanti alla difficoltà del lavoro.

La Kwembly pesava sulla Terra circa duecento tonnellate. Su Dhrawn questo significava circa ottomila tonnellate, che venivano distribuite ogni istante sulle cinquantasei ruote rimaste. Pertanto ogni ruota sopportava un peso di più di centoquaranta tonnellate: un po’ tanto per la forza di un mesclinita che pesava su Dhrawn circa centocinquanta chili. Impossibile sollevare un peso del genere addirittura con otto metri della migliore fibra su Mesklin. D’altro canto, se la gravità di Dhrawn non avesse provveduto a comprimere in modo incredibile la superficie del pianeta, probabilmente la Kwembly sarebbe sprofondata nel terreno dopo pochi metri di viaggio.

Insomma, i sassi sotto le ruote non venivano via. I due marinai non poterono fare molto per smuoverli. Non avevano nulla da usare come leva, il gran numero di corde sottomano era inutile senza una puleggia e i loro muscoli figuravano tremendamente inadeguati allo scopo, una situazione a cui i mescliniti non riuscivano a rassegnarsi come le razze più deboli abituate da molto tempo all’uso di artifici meccanici. Il fatto che il loro spazio vitale si restringesse sempre più rappresentava però uno stimolo formidabile. Poteva certo generare il panico; ma i mescliniti non conoscevano quella forma di autoannullamento e sfogavano l’apprensione inondando la mente di pensieri. Di nuovo, fu Beetchermarlf a proporre qualcosa.

— Takoorch, vai dall’altra parte della serie di ruote passando da sotto. Voglio provare a smuovere quelle pietre. Allontanati un po’, perché verranno proiettate da quella parte — disse, arrampicandosi su una coppia di ruote mentre parlava. Takoorch capì immediatamente cosa aveva intenzione di fare il compagno e si riparò dietro la serie successiva senza obiettare. Beetchermarlf si distese davanti alla nicchia del generatore. Ora davanti a lui, inserito in uno spazio vuoto, poteva vedere il motore. Questi era un oggetto rettangolare grande circa quanto una radio con delle aste di guida bordate alla cima che si proiettavano dalla superficie e degli occhielli sui bordi dotati di piccole pulegge. Alle pulegge e alle aste erano connesse le funi per la guida dall’interno, ma il timoniere le ignorò. Non riusciva a vedere granché perché la pila era rimasta sul fondo, a qualche metro di distanza, e le ruote gli facevano ombra. In ogni caso non aveva bisogno di luce: anche con le chele poteva sentire quali leve muovere.

Con cautela portò la leva del reattore principale in posizione di “attivo”. Poi, ancora più lentamente, avviò il motore. Questi partì immediatamente: la doppia fila di ruote prese a muoversi in avanti e un rumore di piccoli oggetti scagliati qua e là divenne per un istante udibile. Poi il rumore cessò e il motore cominciò a surriscaldarsi. Subito Beetchermarlf lo disattivò e scese per vedere cosa era successo.

Il piano aveva funzionato bene quanto un programma di computer contenente un piccolo errore di logica: il responso avveniva, ma non risultava mai soddisfacente. Come previsto dal


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timoniere, il movimento delle ruote aveva proiettato all’indietro i sassi sottostanti, ma i due si erano scordati l’effetto della ripartizione del peso sulle varie serie di ruote. Semplicemente, la serie era sprofondata sotto il proprio peso e la spinta in avanti a vuoto aveva accentuato il ribaltamento del telaio centrale che manteneva in posizione le singole coppie di ruote. Guardando dal basso in alto, Beetchermarlf poté notare la leggera distorsione al telaio che assumeva l’aspetto di un rigonfiamento in un punto centrale, come se avesse preso una botta.

Takoorch comparve da dietro il suo riparo e osservò la situazione in silenzio. In effetti, non c’era molto da dire.

Nessuno dei due sapeva dire quanto poteva tenere il telaio e quanto ancora bisognava scavare prima che la serie potesse girare liberamente, anche se entrambi conoscevano a memoria tutti i dettagli della Kwembly. Le ruote erano connesse in tandem a un ammortizzatore che terminava in una sorta di materasso pneumatico suddiviso in trenta sezioni. I due timonieri conoscevano a memoria i dettagli degli insiemi di giunzione perché avevano passato molte ore a ripararli, ma ora che lo scafo sembrava così opprimente sulle loro teste non si sentivano più tanto sicuri della distanza a cui una coppia di ruote poteva spostarsi senza rompersi.

— Bene, torniamo a scavar pietre allora — disse Takoorch infilando la chela sotto un sasso. — Speriamo che il movimento le abbia smosse un po’, altrimenti sarà dura tirarle fuori solo dalle estremità.

— Non abbiamo più tempo. Il ghiaccio tra poco ci soffocherà. Dovremo scavare per un’intera lunghezza corporea prima di vedere le ruote girare liberamente. Lasciamo perdere questa idea e tentiamo qualcos’altro.

— Ma cosa? Vorrei proprio saperlo.

Beetchermarlf si mosse di nuovo. Stavolta si ricordò di prendere la pila e tornò in cima alle ruote. Takoorch lo seguì con lo sguardo, disorientato. Il giovane marinaio si appoggiò all’ammortizzatore idraulico e prese a colpire con il coltello il materasso pneumatico a cui questo si congiungeva.

— Non si può danneggiare la propria nave! — gli ricordò Takoorch.

— Più tardi la ripareremo. Odio agire così esattamente quanto te, e sarei felice di sfiatare questa sezione tramite la valvola come abbiamo sempre fatto, ma purtroppo non è possibile; e se non togliamo un po’ di pressione su queste dannate ruote presto non potremo fare più nulla — disse, continuando a tagliare la gomma.

Costava meno fatica che estrarre i grossi ciottoli di fiume. Il materasso pneumatico era realizzato in un materiale gommoso estremamente spesso e resistente. Per sostenere la Kwembly doveva contenere una pressione di almeno diciotto chili per centimetro quadrato sopra il livello del suolo. Una delle seccature del loro lavoro era proprio dover pompare manualmente le sezioni fino alla pressione giusta o di sfiatare l’eccesso di aria, il che succedeva ogni volta che il dislivello tra due punti superava i quattro, cinque metri. Al momento il materasso pneumatico appariva leggermente flaccido, in quanto nessuno l’aveva più gonfiato dopo la discesa lungo il fiume, ma comunque continuava a esercitare una pressione notevole. Ancora e ancora Beetchermarlf affondò il coltello nella superficie elastica, cercando di centrare sempre lo stesso punto ma non sempre con successo. Ogni volta che entrava, la lama affondava un po’ di più. Takoorch, convinto infine della necessità di far qualcosa, si unì con decisione a lui. Il percorso della seconda lama si unì a quello della prima e presto i due assunsero un ritmo addirittura troppo veloce per venire seguito dall’occhio umano. Chiunque fosse stato presente, naturalmente di qualche altra razza, avrebbe scommesso che si sarebbero tagliati le rispettive chele nel giro di pochi secondi.

Anche così occorsero parecchi minuti prima di riuscire. Il successo si presentò inizialmente sotto forma di una fila di bollicine che si disperse in tutte le direzioni lungo la superficie gommosa della sezione di materasso pneumatico. Pochi tagli ancora e da un’apertura quasi a croce larga forse cinque centimetri iniziò a uscire una fitta colonna di bolle composta di aria dhrawniana. I prigionieri cessarono i loro sforzi.

Lentamente ma visibilmente la tensione della gomma andò diminuendo. La colonna di bollicine si fece meno fitta, mentre l’aria si raccolse nel punto più elevato della trappola di ghiaccio. Per qualche istante Beetchermarlf pensò che la sezione si sarebbe sgonfiata completamente, ma la presenza delle ruote evitò che succedesse. Il centro della sezione, cioè per loro il punto in cui penetrava la sospensione idraulica della coppia di ruote in quanto non sapevano dove si trovasse il confine con la sezione successiva, iniziò a rientrare piuttosto che a sporgere: ora tirava, invece di spingere.

— Faccio partire nuovamente il motore. Vediamo cosa succede — disse Beetchermarlf. — Riparati di nuovo per un minuto.

Takoorch obbedì. Deliberatamente, il giovane timoniere incastrò un mucchietto di piccoli ciottoli sotto la parte anteriore dei pneumatici, si arrampicò su di essi e distese il suo corpo allungato una volta giunto in cima. Aveva la torcia con sé, non tanto per avviare il motore ma per capire più facilmente se e come si muoveva l’insieme. Quando avviò il motore rivolse lo sguardo verso il punto in cui l’ammortizzatore si congiungeva al materasso pneumatico.

I ciottoli fornirono un minimo di trazione; la gomma della sezione prese a contrarsi e l’albero di sospensione sobbalzò leggermente quando la serie di ruote prese a muoversi. Una rientranza metallica, inaccessibile perché situata all’interno della sezione in gomma, proteggeva il proseguimento dell’ammortizzatore che impediva alle ruote di inclinarsi per più di pochi gradi. Naturalmente le varie serie di ruote non potevano entrare in contatto l’una con l’altra, ma una maggiore inclinazione avrebbe comportato un maggiore sforzo. Quando il motore venne portato al massimo la serie continuò a girare, ma adesso non più liberamente. Suoni e vibrazioni sull’albero indicavano che i pneumatici sfregavano sui ciottoli del fondo e dopo alcuni secondi la sensazione dell’acqua in movimento divenne chiaramente percepibile sulla tuta di Beetchermarlf. Questi iniziò allora a scendere, ma fu tanto incauto da lasciare la presa senza assicurarsi dell’efficacia del nuovo punto di appoggio. Quasi venne risucchiato dal movimento delle ruote. Riuscì a spegnere il motore appena in tempo, con un frettoloso movimento della chela. Rimase immobile e silenzioso per diverso tempo prima di riguadagnare il controllo: anche il suo corpo gommoso e resistente non avrebbe potuto sopportare quell’incredibile corsa schiacciato tra le ruote e la pietra… come minimo, la tuta spaziale sarebbe finita in brandelli!

Quando si riprese, cominciò con tutta tranquillità a cercare le corde che univano il motore al timone della Kwembly e una volta rintracciatele ne seguì con lo sguardo il percorso fino alla serie successiva, in modo da memorizzarne la posizione. Pochi secondi dopo si trovava in cima all’altra serie, dove afferrò le corde e avviò il motore con tutta sicurezza rimproverandosi mentalmente per non averci pensato prima.

Takoorch comparve dietro di lui e disse: — Be’, scopriremo presto se rimescolare l’acqua la riscalda.

— Vedrai che ho ragione — rispose Beetchermarlf — e inoltre il battistrada del pneumatico sfiora i ciottoli del fondo: anche se non credi che il movimento scaldi l’acqua, sai di sicuro che la frizione genera calore. Ora teniamo d’occhio il ghiaccio, e speriamo che il pneumatico non si riscaldi troppo. Ho lasciato il motore al minimo, e c’è un sacco di energia.

Con aria pessimistica, Takoorch si spostò in modo da vedere subito il cumulo di pietre ingoiato prima dal muro di ghiaccio. Si mise a terra ad aspettare, la corrente non era troppo forte in quel punto, anche se poteva comunque sentirne le spinte dato che non aveva alcuna zavorra su di sé. Si tenne stretto a un gruppo di massi incastrati sul fondo e cercò di non pensare al rischio di finire sotto le ruote.

Non riusciva a capire come agitando semplicemente dell’acqua fosse possibile generare calore, ma quello che Beetchermarlf aveva detto sulla frizione suonava incoraggiante. Inoltre, per quanto non si sognasse neppure di ammetterlo, preferiva dar credito alle opinioni scientifiche del timoniere più giovane che alla sua esperienza di vecchio navigatore, utile solo per aspettare la fine più filosoficamente.

Questa volta l’espediente funzionò. Dopo cinque minuti, le prime pietre del mucchio divennero visibili al di là di un sottile strato di ghiaccio; dopo dieci minuti, un fischio di gioia informò Beetchermarlf del successo: le prime pietre della base erano libere dal ghiaccio. Beetchermarlf corse il rischio di lasciare il motore inatteso e scese velocemente dalla serie di ruote per vedere di persona. Il ghiaccio si stava ritirando. Immediatamente, cominciò a elaborare un piano.

— Molto bene. Appena possibile cerchiamo di avviare anche le altre serie, magari trasferendo qualche generatore non appena il ghiaccio arretrerà abbastanza da liberarli. Con un po’ di fortuna, oltre a uscire di qui dovremmo riuscire a liberare tutta la Kwembly.

Takoorch aveva una domanda da porre. — Hai intenzione di forare tutte le sezioni a cui poggiano le serie di ruote dotate di motore? Questo significherebbe sgonfiare praticamente un terzo del materasso pneumatico.

Beetchermarlf fu preso alla sprovvista da questa affermazione.

— Me ne ero scordato. No, be’, si potrebbe sempre ripararli ma… no, non andrebbe tanto bene. Vediamo un po’. Non appena un generatore si libera dal ghiaccio, potremmo installarlo sulla seconda serie connessa a questa sezione pneumatica, così senza danneggiare ulteriormente la Kwembly avremo doppio calore. Dopo, non lo so. Potremmo tentare di scavare sotto le altre, ma in effetti mi sembra che non possa funzionare. Comunque, già raddoppiare la quantità di calore nell’acqua rappresenta un successo e forse basterà a sciogliere il ghiaccio.

— Speriamo — fu la risposta dubbiosa di Takoorch. L’incertezza di Beetchermarlf lo aveva abbastanza deluso, e non si sentiva per nulla impressionato dal piano di riserva concepito dal giovane timoniere. Ma non aveva nulla di meglio da offrire a sua volta, e così si limitò a domandare: — Bene, e adesso cosa facciamo?

— Io torno sulle ruote per tenere d’occhio le funi, anche se non credo che vi saranno problemi — replicò indirettamente Beetchermarlf. — Tu potresti tenere d’occhio il ghiaccio e liberare un altro generatore non appena ti è possibile. Che ne pensi?

Takoorch si dichiarò d’accordo con un gesto e si girò per sorvegliare la barriera di ghiaccio. Beetchermarlf tornò sulle ruote osservando passivamente le funi. Takoorch perlustrò ogni millimetro dello spazio soffocante in cui erano rinchiusi e notò con piacere che il ghiaccio si ritirava in tutte le direzioni. Si sentì però quasi irritato dalla scoperta che il processo rallentava man mano che l’area liberata dal ghiaccio si ampliava, anche se questo non lo sorprese più di tanto. Decise pertanto quale dei generatori liberare per primo e rimase immobile ad aspettare. Il suo comportamento, come quello del suo compagno poco distante, non poteva venir descritto esattamente a un essere umano. Non si poteva parlare di pazienza o di impazienza in termini a noi conosciuti. Entrambi sapevano che aspettare era inevitabile, e i loro pensieri venivano scarsamente influenzati da questo obbligo. Takoorch era abbastanza intelligente e dotato di fantasia in termini sia umani sia mescliniti, ma non sentiva affatto il bisogno di tenere occupata la mente con qualcosa durante l’attesa. Un orologio mentale semiconscio lo spingeva a verificare di tanto in tanto come progredivano le cose. Questo era quanto un umano poteva afferrare di lui; il resto, quello che passava veramente per la sua mente, rimaneva nascosto.

Chiaramente però non era né insonnolito né preoccupato, perché reagì prontamente a un improvviso, sordo rumore e a una serie di ciottoli che vennero sparati dalle ruote. Si trovava disteso quasi di fronte alla serie di ruote funzionanti e quindi non gli ci volle molto per intuire l’accaduto.

Anche Beetchermarlf aveva capito e il motore venne fermato con uno strattone sulla fune di controllo prima ancora che un umano potesse percepire cosa stava succedendo. I due si incontrarono qualche istante dopo di fianco alle ruote che avevano dato problemi.

“Era prevedibile che andasse così”, si disse Beetchermarlf. Le fibre dei mescliniti erano estremamente resistenti e in condizioni normali i pneumatici potevano durare mesi e mesi senza consumarsi; ma farli deliberatamente sfregare contro dei ciottoli rigidamente incastrati nel fondo era un po’ troppo. Ma forse la parola “incastrati” non descrive la situazione in modo abbastanza efficace. I ciottoli che si trovavano a contatto dei battistrada erano stati letteralmente consumati dal continuo movimento; alcuni erano ridotti alla metà. Il giovane timoniere si convinse, dopo aver attentamente ispezionato i pneumatici, che la consunzione del tessuto era dovuta soprattutto all’azione di un grosso ciottolo probabilmente sferico che l’azione del battistrada aveva consumato fino a farne una lama appuntita e affilata. Mostrò la prova a Takoorch, che concordò.

Non c’erano disaccordi su cosa bisognava fare, e i due si irritarono con loro stessi per non averci pensato prima. Per una mezz’ora abbondante entrambi lavorarono per ammassare quanti più ciottoli possibile attorno alla loro fonte di calore. Una volta terminato salirono sopra il mucchio di pietre senza pensarci un secondo e cinque minuti dopo il generatore veniva estratto per passare sulla seconda serie a loro disposizione. Senza preoccuparsi dei possibili danni, Beetchermarlf e Takoorch avviarono subito il motore.

Ma Takoorch si sentiva dubbioso ormai. Il ragionevole ottimismo provato un’ora prima era scomparso con l’integrità dei pneumatici della prima serie. Sicuramente anche la seconda serie era destinata a consumarsi presto e il moto delle ruote non sarebbe mai durato abbastanza da consentire al calore di fornire loro una via di fuga. Ma dopo qualche minuto che rimuginava sulla questione, gli venne in mente che se fossero riusciti a concentrare il calore su un solo punto sarebbe stato senz’altro meglio e ne parlò con l’amico. Takoorch ebbe la soddisfazione di veder sorgere in men che non si dica un muro di ciottoli lungo circa due metri che doveva servire a convogliare l’acqua calda contro la parete di ghiaccio.

Non si sentiva completamente soddisfatto, naturalmente, così come il suo compagno perché dubitavano molto che i pneumatici riuscissero a tenere per il tempo sufficiente. Ma era difficile capire cos’altro avrebbe potuto condurli alla salvezza. Un uomo in una situazione analoga si sarebbe forse seduto ad aspettare che i suoi compagni lo tirassero fuori dalla trappola, mantenendo questa speranza fino all’ultimo minuto di esistenza. Pochi mescliniti avrebbero reagito allo stesso modo, e nessuno dei due timonieri aveva intenzione di farlo. C’era una parola dallo stennita che Easy aveva tradotto con “speranza”, anche se in effetti si trattava di una delle sue traduzioni peggio riuscite.

Spinto dalla sua indefinibile attitudine, Takoorch si dispose tra i pneumatici, che emanavano un ronzio soffocato, e la parete di ghiaccio mantenendosi saldamente al fondo per evitare di deviare la corrente di acqua calda e cercando di osservare ruote e parete allo stesso momento. Beetchermarlf rimase invece nella sua posizione sopraelevata, stringendo tra le chele le funi di guida.

Dato che non avevano scavato sotto la seconda serie la frizione era accresciuta e l’effetto del calore più forte. Il motore tendeva a dare velocità più che potenza, nonostante i tentativi di regolazione dei timonieri. Naturalmente, e sfortunatamente, anche l’usura del battistrada risultò maggiore. I sordi rumori che annunciavano la rottura dei pneumatici arrivarono decisamente presto, poco dopo il completamento del deflettore di pietre. Come in precedenza, i pneumatici di entrambe le file di ruote scoppiarono quasi contemporaneamente, in quanto il sussulto provocato dallo scompenso sui perni dovuto allo scoppio del primo pneumatico più il movimento continuo bastavano a far scoppiare tutti gli altri.

Di nuovo, i due mescliniti agirono con la massima tempestività e in perfetto concerto. Beetchermarlf disattivò il motore mentre scendeva dalle ruote su cui stava appollaiato dirigendosi verso la parete di ghiaccio. Takoorch raggiunse il punto dove veniva convogliata l’acqua calda prima di lui solo perché era partito da terra. Entrambi estrassero i coltelli e non appena furono a tiro cominciarono a menar fendenti contro la superficie gelata. Sapevano di esser vicini alla riva. Mancava probabilmente meno di una lunghezza corporea, perlomeno in senso orizzontale. Forse, prima che l’acqua ricominciasse a gelare era possibile uscire a forza di muscoli.

Il coltello di Takoorch si ruppe nel primo minuto di lavoro. Molti psicologi e ricercatori umani avrebbero trovato interessante il suo modo schietto di commentare la cosa anche se nessuno, neppure Easy Hoffman, possedeva un dizionario adeguato. Beetchermarlf lo zittì con un suggerimento.

— Torna vicino alle ruote e muoviti quanto più puoi per ricircolare l’acqua fredda che viene dal ghiaccio e mischiarla all’acqua calda che staziona qui dentro. Io continuerò a lavorare col coltello.

Il timoniere anziano obbedì. Passarono alcuni minuti in cui l’unico rumore fu quello del coltello che penetrava la barriera di ghiaccio.

Questa continuava a sciogliersi, ma ora cominciava sensibilmente a rallentare. Il calore dell’acqua si disperdeva fin troppo rapidamente. Anche se loro non lo sapevano, il ghiaccio aveva risparmiato la loro nicchia semplicemente perché la massa della Kwembly sopra e le pareti di ghiaccio a fianco impedivano all’ammoniaca di sfuggire nell’atmosfera. I fisici, siano essi stati umani o mescliniti, avevano azzeccato in pieno la situazione con le loro analisi, anche se in quel momento le analisi non servivano a Dondragmer e non servivano a loro due. Il congelamento sotto la Kwembly era dovuto più all’ammoniaca che lentamente riusciva a filtrare nel ghiaccio che al naturale estendersi dei lucenti cristalli.

Ma anche conoscendo questo, il loro capitano non avrebbe potuto fare nulla per loro due. Naturalmente se l’informazione fosse arrivata prima avrebbe potuto salvare capra e cavoli spostando la Kwembly sulla riva del fiume, ma purtroppo era arrivata non come previsione ma come analisi ispirata dai fatti.

Tra l’altro, anche se Beetchermarlf avesse saputo tutto questo in anticipo non sarebbe stato in grado di considerarne appieno le conseguenze. Ma ora era troppo occupato. La lama del suo coltello lampeggiava fugace alla luce della torcia elettrica mentre si abbassava per tornare a colpire con rapidità prodigiosa. La sua mente si preoccupava solo di cavare il massimo dall’utensile senza correre il rischio di romperlo.

Ma anche quel coltello si ruppe. Non ne discusse mai la ragione, dopo. Sapeva però che la sua avanzata nella parete di ghiaccio stava rallentando. Dentro di sé sentì salire una strana urgenza di staccare più ghiaccio possibile, e poi l’istinto di raspare piuttosto che colpire. Visto il suo carattere, Beetchermarlf non avrebbe mai ammesso di essere rimasto vittima di un attacco di panico irragionevole; d’altro canto, quello stesso carattere gli impedì di ricorrere alla classica scusa del coltello difettoso. Con più ci pensava, comunque, con più non riusciva a trovare altre spiegazioni che queste due. Qualsiasi fosse la ragione, il coltello che stringeva tra le robuste pinze della chela si ritrovò improvvisamente senza lama e le chele dei mescliniti erano utili per frantumare una parete di ghiaccio quanto le dita umane. Seccato al massimo per un mesclinita, gettò con stizza l’impugnatura del coltello a terra per scoprire che la presenza dell’acqua gli negava anche la soddisfazione di vederla rimbalzare sui ciottoli.

Takoorch afferrò immediatamente la situazione. Il suo commento sarebbe stato considerato cinico a dieci milioni di chilometri sopra la superficie di Dhrawn, ma Beetchermarlf lo prese per quello che valeva.

— Credi sia meglio congelare qui vicino alle pareti o nel mezzo della nicchia? Direi che tra le due posizioni corre solo mezz’ora di differenza.

— Non ne ho idea. Vicino a una parete ci troverebbero prima, naturalmente se i soccorsi arrivano e si fanno strada dalla parte giusta. Ma se non arrivano, non vedo che differenza possa fare. Mi piacerebbe sapere in anticipo che effetto fa ritrovarsi vivi in un blocco di ghiaccio.

— Be’, tra poco lo sapremo. Anzi, lo sapranno.

— Chi lo sa? Prova a pensare alla Esket.

— Cosa c’entra la Esket adesso? Noi sì che siamo veramente nei guai!

— Intendo dire che nessuno ha mai cercato di scoprire cosa è successo veramente.

— Già. Sai una cosa? Io torno al centro: voglio pensare, finché posso.

Beetchermarlf lo guardò sorpreso. — Cosa devi pensare? Siamo qui in trappola finché qualcuno non arriverà a tirarci fuori o il tempo si scalda abbastanza da scongelarci. Rassegniamoci.

— Non posso. E non voglio distendermi vicino a una parete. Non pensi che anche se i pneumatici sono a terra farli girare possa produrre un po’ di frizione, abbastanza per impedire all’acqua nel centro di…

— Se vuoi provare fai pure.

Non credo possa funzionare, neppure a pieni giri. Inoltre, non è possibile avvicinarsi alle ruote più di tanto. Takoorch, rassegnati: siamo sott’acqua, in una pozza e non nell’oceano, e quando gelerà noi rimarremo incapsulati nel ghiaccio. Non c’è nessun posto dove andare, nulla da… oh!

— Cosa?

— Fantastico! Hai ragione, Takoorch: non bisogna mai abbandonare la speranza. Seguimi!

Novanta secondi più tardi i due mescliniti, dopo aver faticato non poco per allargare i tagli lasciati dal coltello sulla gomma, riparavano al sicuro nella sezione di materasso pneumatico su cui si erano accaniti in precedenza, che si trovava sopra il pelo dell’acqua.

8

Un dito nella zuppa

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Scartata come improbabile l’ipotesi che i due timonieri si trovassero proprio sotto lo scafo, Dondragmer ordinò agli scienziati di montare la trivella vicino al portello principale e di prelevare un campione di ghiaccio. Subito i ricercatori scoprirono che il ghiaccio arrivava sul fondo della pozza, perlomeno in quel punto. Rimaneva solo da sperare che così non fosse anche sotto lo scafo, dove il calore e l’ammoniaca presente nell’acqua non potevano disperdersi così rapidamente. Ma il capitano si oppose a eventuali perforazioni sotto lo scafo. Eppure, quella sembrava la zona più appropriata dove cercare. Dovevano trovarsi lì sotto, perché avevano un lavoro da compiere e non si capiva come potevano mancare di notare lo sviluppo del ghiaccio se si fossero trovati altrove.

Mettersi in contatto con loro sembrava proprio impossibile. Lo scafo in materia plastica della Kwembly trasmetteva i suoni, naturalmente, e forse bussare avrebbe risolto il problema se non ci fosse stato il materasso pneumatico. Proprio per non lasciare nulla di intentato, Dondragmer ordinò a un marinaio di scendere fino al livello inferiore e battere sul pavimento con un’asta ogni metro. Ma i risultati furono negativi, il che non significava nulla di particolare. Forse non rispondevano perché erano morti, ma forse non avevano mezzo di rispondere oppure il suono non passava.

Un altro gruppo lavorava all’esterno da un po’ di tempo, ma il capitano già sapeva che i progressi sarebbero stati lenti. Nonostante la forza fisica dei mescliniti, i risultati erano a dir poco scarsi. Pochi punzoni a guida manovrati da dei bruchi di mezzo metro di statura per nove chili di peso avrebbero impiegato una mezza eternità a liberare i settantacinque metri di circonferenza della Kwembly, e anche di più se dovevano ripulire accuratamente il ghiaccio tra le ruote e tra le funi di guida come sembrava probabile.

Per quanto riguardava la scomparsa di Kervenser, l’altro elicottero si era alzato nuovamente in volo sempre con Reffel ai comandi. La telecamera era a bordo e gli esseri umani esaminavano la zona attentamente quanto il pilota, imprecando insieme a lui per l’oscurità della notte di Dhrawn. Per rivedere la luce del sole bisognava attendere ancora più di seicento ore, e fino all’alba solo la fortuna poteva consentire loro di ritrovare l’elicottero disperso.

Per risultare di qualche aiuto all’occhio del mesclinita, la luce del riflettore andava concentrata in un raggio piuttosto ristretto in modo da formare a terra un cerchio dal diametro di una trentina di metri. Il mezzo meccanico avanzava con un lento movimento zigzagante e il cerchio di luce pareva scivolare lentamente qua e là lungo la valle mentre seguiva il movimento verso occidente dell’elicottero. Molto sopra di loro, uno degli schermi della stazione spaziale umana riproduceva le immagini visive e infrarossi prese dal mesclinita: sarebbero state comunque utili per correggere o completare le mappe. Infatti gli unici che si dicevano soddisfatti erano gli addetti alla mappatura del pianeta, che lavoravano adesso a pieno ritmo grazie alla piega presa dagli avvenimenti. Dalla ricerca dello scomparso Kervenser ci si poteva aspettare poco, almeno per un po’: non c’era nulla di male ad approfittarne per incamerare delle preziose informazioni. Anche i mescliniti lo stavano facendo.

Dondragmer non provava esattamente preoccupazione per la sorte del primo ufficiale e dei due timonieri. I mescliniti non potevano preoccuparsi. Suonava meglio dire che si sentiva coinvolto, ma dato che aveva preso tutti i provvedimenti del caso e sapeva di non poter fare di più si concentrò su qualcosa d’altro. Due pensieri lo assillavano da un po’: primo, se lo scioglimento del ghiaccio avrebbe significato un’altra inondazione; secondo, cosa fare per tirarsi fuori da quella trappola in modo veloce e sicuro. Ne aveva parlato sia con gli umani che con i suoi scienziati; a questi ultimi aveva però chiarito che non si aspettava alcunché di straordinario. La ricerca su quanto successo e sui possibili rimedi doveva intrecciarsi con lo scopo della loro missione. Dondragmer non era assolutamente un individuo freddo e calcolatore; semplicemente, pensava che addirittura il suo ultimo atto in vita dovesse servire a uno scopo.

La reazione umana a quel notevole ideale e a quell’atteggiamento incredibilmente calmo fu varia. I meteorologi e i planetologi la diedero per scontata. La maggior parte di essi non era neppure cosciente della situazione in cui si trovava la Kwembly, e men che meno della scomparsa di tre membri del suo equipaggio. Anche Easy Hoffman, che era rimasta di guardia dopo aver aggiornato Barlennan come deciso alla riunione, non provò la minima sorpresa. Per quanto debole, l’unica reazione da lei provata fu di ammirazione nei confronti di Dondragmer per aver saputo evitare il panico fino a quel momento in una situazione pericolosa anche per lui.

Suo figlio provava invece emozioni contrastanti. McDevitt lo aveva temporaneamente sollevato dal suo lavoro al laboratorio di aerologia perché si era accorto della simpatia che si andava sviluppando tra il ragazzo e Beetchermarlf. Di conseguenza, Benj faceva ormai parte del panorama del salone delle comunicazioni.

Aveva seguito senza proferire parola le direttive di Dondragmer per disporre l’invio all’esterno di una squadra di ricerca e dell’elicottero. Si era addirittura interessato allo scambio di informazioni tra gli scienziati umani e i mescliniti. McDevitt era stato un po’ riluttante a rischiare altre previsioni meteorologiche per timore che la sua reputazione, già scossa, venisse definitivamente compromessa; alla fine però aveva promesso di fare del suo meglio. Una volta discusse tutte queste faccende e presi gli accordi del caso, Dondragmer sembrò non desiderare nient’altro che distendersi sul ponte e attendere gli eventi. Ma il ragazzo si faceva sempre più agitato.

La pazienza, cioè l’equivalente umano più vicino ai sentimenti di Dondragmer, non era il suo forte. Per alcuni minuti Benj si limitò a osservare lo schermo agitandosi sulla poltroncina. Infine, non poté trattenersi oltre.

— Se nessuno ha altro da dire, va bene se parlo un po’ io con Dondragmer e i suoi scienziati?

— chiese.

Easy lo guardò un po’ perplessa per poi rivolgere lo sguardo agli altri presenti nel salone. Tutti risposero con indifferenza e così fece cenno a Benj di procedere.

— Non so se saranno in vena di chiacchierare del più e del meno, ma al massimo ti diranno che il momento non è quello giusto. — Benj non sprecò neppure un secondo per rispondere a sua madre che non si sognava neppure di perdersi in chiacchiere. Attivò il microfono che metteva in comunicazione con il ponte e cominciò a parlare.

— Dondragmer, sono Benj Hoffman. Ho sentito che ha dato ordine ai suoi marinai di spaccare il ghiaccio a prua con dei semplici punzoni. Vorrei chiarire che i generatori in vostro possesso possono sviluppare un enorme ammontare di energia, più di quella che un pianeta intero di mescliniti può sviluppare in un anno con la semplice forza muscolare. I suoi scienziati hanno pensato a utilizzare l’energia dei generatori per far funzionare la trivella o


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addirittura per sciogliere il ghiaccio?

“Inoltre, vorrei sapere se i suoi marinai stanno spaccando il ghiaccio per liberare la Kwembly o per cercare Beetchermarlf e Takoorch. So benissimo che è importante liberare la Kwembly al più presto, ma quello stesso ghiaccio dovrà venir rimosso prima o poi. Credo ci siano molte possibilità che l’acqua sotto lo scafo non sia ancora ghiacciata e quindi che i due timonieri siano ancora vivi. State scavando delle gallerie o vi limitate a scheggiare il ghiaccio?”

Alcuni degli uomini presenti nel salone sobbalzarono per le parole scelte dal ragazzo, ma nessuno pensò di interromperlo o anche di commentare. La maggior parte di quelli che udirono rivolsero lo sguardo a Easy in cerca di conferme, trattenendosi comunque dal dire qualsiasi cosa potesse venir interpretata come una critica a suo figlio. Molti però non si sentivano affatto critici, perché avevano pensato esattamente le stesse cose senza però trovare il coraggio di dirle in prima persona.

Come sempre durante le conversazioni tra il ricognitore e la base spaziale, la risposta si fece attendere a lungo. Benj sfruttò il ritardo per pensare ad altre cose che potesse dire o fare per chiarire al massimo le sue affermazioni. La maggior parte degli adulti conosceva per esperienza quello che gli passava per la testa; alcuni ne erano divertiti, altri no, ma tutti erano in qualche modo d’accordo con lui. Altri ancora scommisero tra di loro che Benj non avrebbe resistito alla tentazione di inviare qualche correzione al suo messaggio prima di ricevere la risposta. Quando la risposta di Dondragmer arrivò con Benj silenzioso come una roccia, nessuno si sentì di festeggiare. Coloro che conoscevano Easy compresero però dalla sua espressione la grande soddisfazione da lei provata in quel momento: era chiaro che aveva fatto di tutto per evitare di scommettere anche con sé stessa.

— Salve Benj. Stiamo facendo tutto il possibile per trovare Kervenser e tirar fuori dal ghiaccio i due timonieri vivi e vegeti. Purtroppo, temo proprio che non vi sia modo di applicare la potenza prodotta dai generatori agli strumenti di lavoro. I generatori producono energia elettrica e forniscono la coppia di spunto necessaria per muovere le ruote su cui sono applicati, come certamente lei sa, ma nessuno dei nostri strumenti funziona a energia elettrica a eccezione dei volatori… cioè, gli elicotteri, alcuni strumenti di laboratorio e le luci. Ma anche se riuscissimo a sfruttare l’energia dei generatori per scavare più rapidamente, sappia che non possiamo raggiungerne neppure uno: sono tutti imprigionati nel ghiaccio. Deve tener presente, Benj, che per lo svolgimento di questo lavoro noi mescliniti abbiamo deliberatamente scelto di ridurre al minimo gli strumenti complessi. Tutto quello che abbiamo su questo pianeta che non riusciamo a produrre da soli è direttamente coinvolto nel progetto di ricerca — affermò Dondragmer. Ib Hoffman non era presente e non poté sentire di persona quella frase infelice, ma più tardi fece ripetere più volte quelle parole a Benj per accertarsi che fossero proprio esatte.

— Certo, posso capire, ma… — tentò di rispondere Benj, che però cadde in silenzio prima di terminare la frase. Nessuna delle idee che aveva in mente sembravano possedere qualche parvenza di base scientifica. Le luci non potevano venir usate per riscaldare l’acqua: non si trattava di lampade a resistenza o ad arco ma di elementi elettroluminescenti a stato solido progettati appositamente per funzionare a lungo nell’atmosfera di Dhrawn con il suo ossigeno libero e la sua densità senza costituire il minimo pericolo per i mescliniti. Se Beetchermarlf e Takoorch lo avessero saputo, non avrebbero sprecato tutto quel tempo cercando di fondere il ghiaccio con le pile. — Ma non può… non può dare corrente a uno dei generatori dopo avervi connesso due cavi metallici in modo da sciogliere il ghiaccio con il calore? Oppure, perché non elettrifica direttamente il ghiaccio? Immagino che vi sia rimasta dell’ammoniaca imprigionata, e forse in quantità sufficiente per funzionare da conduttore.

Seguì una nuova pausa, mentre Benj ripassava mentalmente le parole appena proferite e il messaggio percorreva l’enorme spazio vuoto che lo separava dalla ricevente.

— Non sono certo di saperne abbastanza su questo argomento — rispose finalmente Dondragmer — anche se immagino che Borndender e i suoi possano risponderle senza difficoltà. Più in concreto, non ho idea di cosa si possa usare come cavi e non ho idea di quanta corrente vi passerebbe. Quando i generatori sono collegati al normale equipaggiamento, cioè luci e motori, qualsiasi guaio viene evitato tramite un controllo automatico di sicurezza, ma non ho idea se questo funzionerà su un circuito tanto semplice e diretto. Potrebbe domandare ai suoi ingegneri quali rischi correremmo, ma ancora non saprei cosa usare come conduttore. Non c’è molto metallo nella struttura della Kwembly. La maggior parte delle manovre e delle procedure di manutenzione viene svolta con i nostri utensili, che sono in corda, tessuto e corno. Comunque, non abbiamo nulla a bordo che sia inteso come conduttore di energia elettrica. Lei può avere ragione quando dice che il ghiaccio stesso può servire a questo scopo, ma pensa veramente che sarebbe una buona idea con Beetchermarlf e Takoorch là sotto? Anche ammettendo che non si trovino direttamente nel circuito, non so se sarebbero al sicuro. Di nuovo, i vostri ingegneri potrebbero rispondere. Se sono in grado, e se lei riesce a farci pervenire tutte le informazioni che ci servono, allora forse possiamo mettere in pratica il suo suggerimento. Sarei felice di provare, ma fino a quel momento le posso solo dire che stiamo facendo il possibile. Sono preoccupato per la Kwembly e per le vite dei miei tre marinai esattamente quanto lei.

Quest’ultima frase non corrispondeva completamente al vero, anche se l’errore non era stato intenzionale. Dondragmer non riusciva a capire come poteva nascere un’amicizia in così breve tempo senza neppure un contatto diretto tra l’umano e Beetchermarlf. Il fatto era che della sua cultura personale non facevano parte né il servizio postale, né tantomeno l’uso amatoriale della radio. Eppure il concetto di un’amicizia nata e sviluppata attraverso un canale radio non avrebbe dovuto risultargli del tutto estraneo perché anche lui, anni prima con Barlennan, aveva mantenuto un contatto molto stretto con l’umano Charles Lackand che seguiva passo passo tramite un ponte radio la gloriosa Bree durante il periplo di Mesklin via mare. Tuttavia, la vera amicizia era per lui qualcosa di profondamente diverso. Quando gli giunse voce della morte di Lackand, non provò altro che un confuso e marginale sentimento di dolore. Dondragmer sapeva che Beetchermarlf e il figlio di Easy Hoffman si mettevano in contatto tra loro non appena potevano ma non aveva mai ascoltato le loro conversazioni altrimenti avrebbe capito meglio i sentimenti di Benj Hoffman.

Fortunatamente Benj non sapeva tutto questo e quindi sentiva di non aver motivo di dubitare della sincerità del capitano mesclinita. Comunque, la situazione e le risposte ricevute lo lasciavano decisamente insoddisfatto. Era convinto che si facesse troppo poco per salvare Beetchermarlf, ma Dondragmer insisteva nelle sue tesi. Più che contattare la Kwembly non si poteva fare: non poteva partecipare alle operazioni di soccorso, e non poteva vedere quello che stava veramente succedendo. Doveva rimanere seduto e aspettare i rapporti verbali dalla Kwembly. Anche molti dei presenti, più maturi e posati di Benj, dimostravano una fatica evidente nell’accettare la situazione così com’era.

I suoi sentimenti trapelarono chiaramente nella frase successiva, perlomeno per quanto riguardava gli ascoltatori umani. Easy rivolse a suo figlio un gesto di stizza e di protesta, ma poi si dominò. Ormai era tardi, ed esisteva sempre la possibilità che il mesclinita non interpretasse quelle parole e quel tono di voce come un umano, e nella fattispecie come la madre del ragazzo che le aveva appena proferite.

— Come può starsene lì sul ponte a non far nulla mentre i suoi marinai rischiano la vita e magari stanno morendo soffocati proprio in questo momento? Almeno, sa quanta autonomia hanno ancora?

Stavolta la tentazione vinse. La realizzazione della infelice scelta di parole arrivò pochi secondi dopo che il messaggio era partito, e Benj non poté fare a meno di correggersi con quello che riteneva un modo migliore di esprimere i suoi sentimenti.

— Mi scusi… so benissimo che non è vero che non sta facendo nulla, ma non capisco come può limitarsi ad attendere i risultati delle ricerche. Io uscirei a mia volta a perforare il ghiaccio, ma non posso farlo dalla stazione spaziale.

— Stiamo facendo tutto il possibile e abbiamo fatto partire le ricerche non appena superato lo shock di scoprirci bloccati qui — replicò Dondragmer alla prima parte del messaggio. — Non c’è da preoccuparsi per la loro autonomia ancora per molte ore. Tra l’altro, il nostro organismo non reagisce alla mancanza di aria come il vostro: una volta terminato l’idrogeno, l’organismo inizia a rallentare il proprio ciclo vitale sempre di più fino a cadere in un profondo letargo che può durare centinaia di ore. Nessuno però sa quanto a lungo noi mescliniti possiamo resistere senz’aria; forse il tempo di sopravvivenza varia da individuo a individuo. Quindi non deve preoccuparsi per il loro… soffocamento, se questo è il modo giusto di declinare questa parola a noi totalmente sconosciuta.

“Tutti gli utensili in nostro possesso vengono sfruttati — continuò Dondragmer — e sarebbe un errore per me uscire fuori con l’equipaggio perché è importante che qualcuno raccolga i rapporti che via via arrivano da fuori e da Reffel sul volatore. Comunque, già che sono in linea potreste aggiornarmi sulle ricerche di Reffel, anche se immagino che non vi siano novità di rilievo perché da qui riesco ancora a vedere la luce dell’apparecchio e credo che la sua rotta non sia cambiata di un centimetro. Comunque, forse ha descritto qualcosa che mi può tornare utile: voglio saperne quanto più possibile di questa regione.” Di nuovo Easy soffocò a stento un’esclamazione senza farsi notare da Benj. Quando il ragazzo rivolse l’attenzione allo schermo che visualizzava il segnale dall’elicottero si domandò se Dondragmer cercava di tenere lontano da sé il ragazzo o se invece capiva il bisogno umano di tenere la mente occupata, possibilmente con la sensazione di essere utili. Sembrava impossibile, ma anche la persona che più conosceva la psicologia di quella razza aliena, cioè Easy Hoffman, sentiva di non saper rispondere su due piedi. Benj non aveva mai rivolto lo sguardo verso l’altro schermo e dovette domandare in giro se era successo qualcosa. Uno degli osservatori rispose brevemente che fino a quel momento le immagini avevano mostrato solo pozze gelate intervallate da file di massi grandi quanto case. Nessun segno dell’elicottero o del pilota disperso. Nessuno comunque si aspettala alcunché, così vicino alla Kwembly. La ricerca purtroppo doveva procedere con metodo Per risultare attendibile. Se Kervenser era precipitato tanto vicino al punto di partenza, la disgrazia sarebbe risultata visibile dal ricognitore. I piccoli elicotteri erano dotati di luci, e Kervenser senza dubbio aveva usato le sue.

Benj trasmise a Dondragmer le poche informazioni disponibili, poi pensò bene di porre al mesclinita una domanda scontata.

— Perché Reffel sta cercando così metodicamente tanto vicino a voi? Kervenser non era fuori dal campo visivo della Kwembly quando è scomparso?

La risposta sollevò per un attimo Benj dalla sensazione di inutilità che l’opprimeva.

— Sì, Benj, ma ci è sembrato più ragionevole prendere la Kwembly come riferimento e procedere con una ricerca per settori, anche perché in questo modo possiamo fornire ai vostri scienziati alcune informazioni che ci hanno richiesto. Se possono aspettare, dica pure a Reffel di spostarsi qualche chilometro più a ovest fino a quando non vedrà più le luci del nostro ponte e di ricominciare l’esplorazione da lì con lo stesso ordine concordato tra noi.

— Subito, capitano! — rispose Benj. La conversazione si era svolta in stennita e quindi nessuno dei presenti aveva capito molto. Benj non si scomodò neppure a chiedere la loro approvazione e contattò subito Reffel riferendo l’ordine del suo capitano. Il pilota comprese la parlata di Benj senza difficoltà e subito accelerò per portarsi fuori dalla visuale della Kwembly.

— E adesso come facciamo con la nostra mappa? — brontolò un cartografo.

— Be’, ha sentito anche lei il capitano — si giustificò Benj.

— Ho sentito qualcosa, in effetti, ma non ci ho capito niente perché altrimenti avrei obiettato subito. Ma ormai è troppo tardi, immagino. Perché non gli chiede se al ritorno vuole ordinare al pilota di esplorare l’area che ora ha saltato?

— Va bene. Lo chiedo subito — replicò il ragazzo lanciando un’occhiata imbarazzata alla madre. Easy aveva assunto un’espressione distaccata e impenetrabile, che però Benj conosceva fin troppo bene. Per sua fortuna, il cartografo lasciò il salone borbottando a bassa voce e Benj poté concentrarsi nuovamente sullo schermo di Reffel prima che la madre perdesse completamente il controllo. Anche altri tra i presenti avevano compreso la conversazione tra lui e Dondragmer, e compivano ogni sforzo per fargli giungere le loro occhiate di disapprovazione. Per qualche motivo, a tutti procurava un intimo piacere mettere sulla graticola il malcapitato di turno. Ma Benj li ignorò completamente: a lui interessava solo la salvezza di Beetchermarlf.

Le assicurazioni di Dondragmer sull’assenza di pericolo immediato anche in caso di esaurimento delle scorte di idrogeno lo avevano tranquillizzato, ma l’idea che Beetchermarlf si trovasse prigioniero in un blocco di ghiaccio lo infastidiva non poco. Anche se il ghiaccio si formava più lentamente sotto la Kwembly, alla fine si sarebbe formato comunque; anzi, forse era già successo. Possibile che non si potesse far nulla?

Il calore scioglie il ghiaccio, e calore equivale a energia. La Kwembly era dotata di tanta energia da poter vincere l’attrazione gravitazionale di Dhrawn ma purtroppo non era possibile usarla a quello scopo. Ma il veicolo non possedeva un sistema di riscaldamento che fosse possibile smontare e utilizzare all’esterno?

No. I mescliniti non avevano bisogno di riscaldamento su Dhrawn. Persino nelle zone superficiali prive del calore proveniente dall’interno il sole manteneva la temperatura sui dieci gradi assoluti. E le zone di prossima esplorazione, come per esempio Alfa Inferiore, erano per loro troppo calde piuttosto che fredde. Infatti i generatori a fusione servivano anche ad alimentare un impianto di condizionamento, per quel che ne sapeva lui mai utilizzato dopo le prove. Si pensava potesse tornare utile per l’esplorazione della parte centrale di Alfa Inferiore, programmata per il successivo anno terrestre e forse anche più tardi. Il destino della Esket aveva infatti obbligato a modificare molti piani.

Ma un condizionatore era una pompa di calore. Persino Benj lo sapeva e, almeno in teoria, la maggior parte delle pompe era reversibile. Questo impianto doveva possedere verso l’esterno della Kwembly una sezione ad alta temperatura per smorzare il calore. Ma dove si trovava? Era possibile rimuoverla? Dondragmer doveva saperlo. Ma non ci aveva magari già pensato? Forse no. Dondragmer era tutt’altro che stupido, ma non ragionava secondo parametri umani. Qualsiasi cosa avesse imparato da adulto durante i corsi tenuti su Mesklin, si poteva scommettere che un simile concetto non faceva parte di quel bagaglio culturale che la maggior parte degli esseri intelligenti definiva “senso comune”.

Benj annuì all’apparente impeccabilità di quel pensiero, passò un altro secondo o due ripetendosi che qualsiasi cosa, anche la più stupida, poteva contribuire a salvare la vita del suo amico e si sporse in avanti facendo scattare la levetta del microfono.

Stavolta nessuno assunse un’aria divertita alle sue parole. Nessuno di loro conosceva abbastanza bene la struttura della Kwembly da poter rispondere alla sua domanda sulla pompa di calore, ma gli ingegneri presenti provarono un certo imbarazzo per non averci pensato prima. Tutti attesero la risposta di Dondragmer con la stessa impazienza che mostrava Benj.

— Il sistema di condizionamento è uno dei vostri arnesi elettronici a stato solido che nessuno di noi ha la pretesa di conoscere in dettaglio — disse il capitano dopo un’attesa che parve lunghissima. Parlava la sua lingua, con gran seccatura di molti dei presenti. — Non lo abbiamo mai usato dopo la prova di funzionamento. Il clima talvolta è stato caldo, ma mai insopportabile. Non è difficile darne una descrizione: una serie di piastre metalliche che tappezzano le pareti di una piccola stanza che si raffredda quando viene data corrente. C’è poi questa sbarra metallica che forma un circuito e passa per i due lati dello scafo in prossimità del soffitto. Inizia vicino a poppa, prosegue per circa mezza lunghezza corporea verso il portello principale, poi attraversa per circa quattro lunghezze corporee il ponte e torna verso il punto da cui è partita correndo sul lato opposto per tornare nello scafo in prossimità del suo ingresso. Ecco, passa attraverso lo scafo sia in ingresso che in uscita, una delle poche cose che fa. Suppongo che quella debba essere la barra di condizionamento. Capisco, come lei immagina che faccia, che deve esistere una sezione di sistema rivolta verso l’esterno, ma noi non ce ne siamo mai accorti. Sfortunatamente dovrebbe trovarsi troppo lontana dal ghiaccio per scioglierlo anche se potesse produrre calore invece di freddo, cosa di cui personalmente dubito. Lei dice che dovrebbe risultare possibile dando elettricità, ma non credo di gradire l’idea di fare a pezzi lo scafo per una semplice prova.

— Non vorrei il vostro sistema di condizionamento ne risultasse compromesso… potreste anche non riuscire più a metterlo a posto — concordò Benj. — Comunque, forse non è poi così difficile. Mi consenta di cercare un ingegnere che conosce il sistema. Ho un’idea. La chiamo più tardi — disse, e scivolò fuori dalla poltroncina correndo fuori senza aspettare la risposta di Dondragmer.

Nel momento stesso in cui la porta si chiuse qualcuno tra i presenti chiese a Easy di sintetizzare la conversazione, cosa che lei fu ben felice di fare. Quando Benj tornò con un ingegnere, anche gli addetti alle altre consolle si avvicinarono dopo aver inserito l’automatico. Molti rivolsero al cielo una silente preghiera quando saltò fuori che l’ingegnere non parlava lo stennita e che il ragazzo gli avrebbe fatto da traduttore, ma nessuno sollevò obiezioni. I due sedettero sulle poltroncine davanti agli schermi e Benj ripassò mentalmente tutto il suo stennita cercando di concentrarsi al massimo prima di attivare i due microfoni.

— Debbo dire al capitano che la maggior parte delle staffe di sostegno della barra di condizionamento sono connesse alle pareti solo in superficie, e che quindi possono venir rimosse senza danneggiare lo scafo. Dopo aver svitato tutte le viti, basterà far forza sul retro della staffa. Per rimettere tutto a posto bisognerà usare del cemento, ma l’equipaggiamento di emergenza lo prevede e quindi si trova a bordo. I punti dove la barra penetra nella parete dovranno venir tagliati. La lega metallica non è molto dura e con i seghetti da metallo ne verranno a capo. Una volta staccata, la barra può venir usata per produrre calore semplicemente connettendola in qualche modo a una delle prese di corrente o ai generatori. Debbo dire anche al capitano che non c’è pericolo di corto circuito perché i generatori sono studiati per prevenirlo. Va bene, ingegner Katimi?

— Perfetto — replicò con un cenno del capo il piccolo uomo leggermente brizzolato che sedeva di fianco. Era uno dei progettisti dei ricognitori e uno dei pochi umani che si sobbarcasse la fatica di studiare a terra l’equatore di Mesklin da una quota in cui la gravità equivaleva a tre volte quella della Terra. — Non credo di avere problemi per spiegarlo a Dondragmer anche senza traduzione. Lo conosco personalmente, e so che parla bene la nostra lingua.

Benj annuì a queste parole ma cominciò a parlare nel microfono in stennita. Easy pensò che suo figlio stava mettendosi in mostra un po’ troppo e sperò che i suoi entusiasmi non venissero malamente frustrati, ma non vide motivo di interferire. Doveva ammettere che Benj si stava comportando egregiamente e che la sua padronanza della lingua era migliorata di molto. Questo si doveva alle lunghe conversazioni avute con Beetchermarlf, che gli aveva insegnato molte espressioni gergali come poté sentire in quel momento quando Benj usò una locuzione che mai aveva sentito prima d’ora.

Ma la risposta del capitano arrivò in lingua umana. Pratico come sempre, Dondragmer non vedeva perché doveva parlare con il ragazzo piuttosto che con l’ingegnere di fianco a lui. Benj rimase perplesso, e rivolse istintivamente lo sguardo verso sua madre. Easy però mantenne ferrea gli occhi sullo schermo.

— Ho capito — disse Dondragmer con il suo inconfondibile accento. Non tutte le tonalità della voce mesclinita erano percepibili dall’orecchio umano, e spesso i mescliniti lo scordavano. — Possiamo staccare la barra di condizionamento e utilizzarla, collegata a un generatore, come un calorifero per sciogliere il ghiaccio attorno alla Kwembly. Energia più che sufficiente e nessun rischio di bruciare tutto. Vorrei però domandare due cose.

“Primo: come possiamo ricongiungere la barra ai due punti in cui siamo obbligati a segarla? Non credo che il cemento vada bene. Non possiamo compromettere il sistema di condizionamento perché Dhrawn si sta avvicinando al suo sole e la temperatura salirà.

“Secondo: la sbarra metallica elettrificata viene a contatto del ghiaccio o dell’acqua. Questo non sarà rischioso per i due che si trovano sotto? Le loro tute spaziali sono in grado di proteggerli? Dovrebbero essere isolanti al massimo grado, visto che sono trasparenti.”

L’ingegnere cominciò immediatamente a rispondere, lasciando Benj perplesso sulla relazione che poteva mai esistere tra conduttività e trasparenza. Come faceva Dondragmer a conoscerla?

— Ricongiungere le estremità della barra una volta effettuato il lavoro è abbastanza facile. Basta rimetterle esattamente al loro posto e avvolgere lo speciale nastro color grigio metallico che avete in dotazione, prestando attenzione a non urtare la barra per qualche giorno. Lei ha ragione riguardo la conduttanza del cemento, e aggiungerei anche della colla: se avvolgete le estremità con le vostre corde, prestate attenzione che tra i punti di giunzione non finiscano né colla né tessuti. Anche, non dovete preoccuparvi della corrente elettrica nell’acqua. Le tute spaziali rappresentano una protezione più che adeguata. Immagino tra l’altro che sia necessario un voltaggio molto elevato perché voi lo sentiate, dato che i vostri liquidi corporei sono non-polari, ma non abbiamo mai fatto ricerche e non credo che desideriate farle adesso. Mi viene però in mente che forse vi conviene sviluppare un arco sulla superficie del ghiaccio, che contenendo ammoniaca dovrebbe risultare abbastanza conduttrice. Se questo funziona, i risultati si faranno vedere rapidamente. Solo, il calore potrebbe essere molto elevato e i suoi uomini non dovrebbero rimanere nelle vicinanze… è anche necessario un controllo molto accurato. Ma forse la barra ne risulterebbe troppo danneggiata per permettervi di usarla nuovamente per il condizionamento. Meglio limitarsi al semplice calore per resistenza e sciogliere il ghiaccio piuttosto che liquefarlo di colpo — concluse Katimi, rimanendo poi in silenzio ad aspettare la risposta di Dondragmer. Benj osservava silenzioso insieme agli altri lo schermo con il volto del capitano mesclinita. Il fatto che la conversazione si svolgesse in lingua umana aveva attratto anche l’attenzione dei più fedeli alle loro consolle.

Questa circostanza fu molto riprovevole per l’interesse degli umani. Più tardi, Barlennan lo avrebbe catalogato tra i colpi di fortuna.

— E va bene — annunciò infine Dondragmer. — Staccheremo la barra metallica e cercheremo di usarla come calorifero. Ho intenzione di far rientrare parte dell’equipaggio e dare l’ordine di rimuovere le staffe. Ordinerò anche di installare un prendimmagini all’esterno, in modo che voi possiate seguire i lavori ed eventualmente dare consigli. Procederemo lentamente, così sarà possibile per voi intervenire e correggere gli errori prima che ci si spinga troppo avanti. Ma vi annuncio che non mi piace questa faccenda. Non mi è mai piaciuto fare cose che non so a cosa servano e dove portino. Sono il comandante di tutto l’equipaggio e debbo mettere a repentaglio la Kwembly in questo modo… vorrei solo aver imparato di più sulla vostra scienza e tecnologia. Le spiegazioni che mi avete dato mi sembrano chiare, e so che posso fidarmi dei vostri consigli e dei vostri ingegneri, ma è la prima volta in tanti anni che mi sento insicuro su quello che faccio.

Fu Benj a rispondere, battendo sua madre di una frazione di secondo.

— Ho saputo che lei è stato il primo mesclinita ad afferrare il concetto di scienza in senso lato e che ha fatto di tutto per far partire l’università di Mesklin. Cosa intende dire allora con “vorrei aver imparato di più?”

Easy si intromise. Come Benj, parlò nella lingua di Dondragmer.

— Lei ha imparato più di quanto sappia io, Dondragmer, e ha il potere di decidere. Se lei non fosse stato convinto da Katimi, non avrebbe dato questi ordini. Deve semplicemente abituarsi a questa sensazione che lei trova tanto sgradevole: è entrato in contatto con qualcos’altro che non conosceva, come quella volta di cinquant’anni fa, molto prima che io nascessi, in cui si è reso conto che per capire la scienza di noi alieni bisognava andare oltre la realtà concreta di tutti i giorni. Ora ha scoperto che nessuno, neppure un capitano esperto quanto lei, può sperare di sapere tutto, e che gli esperti servono proprio a dare consigli a chi non sa. Deve accettarlo, come del resto tutti noi.

Easy si appoggiò allo schienale della sedia e guardò suo figlio, che era il solo nella stanza ad aver seguito appieno il suo discorso. Benj sembrava sorpreso, quasi timoroso. Qualsiasi fosse l’effetto che le sue parole potevano fare su Dondragmer non appena le avesse ricevute, senza dubbio avevano colpito la sicurezza di suo figlio, Benjamin Ibson Hoffman. Era una sensazione intossicante per un genitore: dovette lottare con se stessa per non aggiungere altro. Ma una voce allarmata di sottofondo l’aiutò nel compito.

— Ehi! Dov’è l’elicottero? Cosa è successo?

Tutti gli sguardi si spostarono sullo schermo di Reffel. Segui un secondo di completo silenzio, rotto dalla voce di Easy.

— Benj! Riferisci a Dondragmer mentre io contatto Barlennan.

9

Obiettivi incrociati

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Il tempo si era schiarito ormai da qualche ora alla colonia e i venti avevano disperso la nebbia di ammoniaca verso le regioni centrali inesplorate di Alfa Inferiore. In quel momento soffiava una brezza gentile da nordest. Le stelle rilucevano violentemente richiamando l’attenzione dei mescliniti che percorrevano i corridoi in penombra senza però risultare visibili, per via dell’illuminazione più intensa, a coloro che si trovavano nelle stanze. Barlennan si trovava ai laboratori quando arrivò la chiamata di Easy per lui e quindi non poté riceverla subito. Gli arrivò dopo qualche tempo la trascrizione, portata da un messaggero inviato da Guzmeen. Obbedendo agli ordini ricevuti, il messaggero ignorò la porta chiusa della sala riunioni oltre cui Barlennan discuteva con gli scienziati e posò la nota direttamente davanti al comandante. La discussione si arrestò per permettere a Barlennan di leggerla sotto lo sguardo interessato di Bendivence e Deeslenver, la cui curiosità risultava evidente anche dall’espressione corporea. Barlennan lesse il messaggio due volte, assunse l’espressione di chi cerca di ricordare qualcosa e si girò verso il messaggero dicendo: — Voglio essere informato immediatamente di qualsiasi altra comunicazione in arrivo.

— Va bene, signore.

— Quanto è passato dal precedente rapporto di Dondragmer?

— Non molto, signore: credo meno di un’ora. Tutto viene segnato sulla tabella. Vuole che vada a controllare?

— No, non è molto urgente per adesso. Mi va bene un’ora. Della Kwembly sapevo però che si era arenata dopo esser stata portata a valle dalle correnti. Ho sempre pensato che tutto andasse bene, dato che Guzmeen non mi ha inviato altri rapporti. Quindi, suppongo che qualcuno abbia mancato di raccogliere una comunicazione degli umani, oppure che nessuno abbia chiesto informazioni più recenti.

— Non saprei, signore. Ho appena cominciato il servizio. Desidera che torni alla sala radio e mi informi su come sono andate le cose?

— No. Raggiungerò la sala radio tra poco. Dica a Guzmeen di non inviare messaggi per il momento e di aspettarmi. Se vi sono chiamate, le tenga in linea.

Il messaggero uscì e Barlennan rivolse nuovamente l’attenzione ai suoi scienziati.

— Talvolta mi chiedo perché abbiamo rifiutato la possibilità di comunicare direttamente tra noi. Mi sarebbe piaciuto sapere quanto ci ha messo Dondragmer a cacciarsi in tutti questi


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guai. Comunque, vorrei concludere il nostro discorso prima di recarmi in sala radio.

Bendivence rispose con l’equivalente di una grattatina alla testa. — Ormai siamo perfettamente in grado di collegare le varie sezioni della base con dei telefoni: basta un suo ordine. Qui al laboratorio abbiamo tutto il materiale necessario, ma bisogna vedere se desidera utilizzare il metallo in questo modo.

— Non so. Non ancora. Manteniamo le priorità già decise. Leggete qui: la Kwembly è intrappolata in una pozza gelata ed entrambi i suoi volatori sono scomparsi. Uno aveva a bordo un prendimmagini collegato con gli umani, e funzionava quando Reffel è sparito.

Deeslenver espresse il suo umore sibilando debolmente prima di prendere il foglio che gli porgeva Barlennan. Lo lesse in silenzio un paio di volte, poi lo passò a Bendivence.

— Lei crede che gli umani riescano a capire quello che è successo? — domandò Deeslenver. — Il messaggio dice che dapprima è scomparso Kervenser e successivamente il volatore inviato alla sua ricerca. Dice anche che all’improvviso lo schermo si è fatto bianco.

— Credo vi sia una sola ragione per questo — dichiarò Bendivence.

— Lo immaginavo — gli rispose il comandante. — La questione non è come mai le immagini sono sparite, ma perché è successo lì e in quel momento. Possiamo ragionevolmente credere che Reffel avesse sistemato il prendimmagini sul suo treppiede. Sarebbe stato opportuno scoprire il trucco per oscurare l’apparecchio prima che la Esket partisse in missione: avrebbe semplificato enormemente tutta l’operazione. Ora, supponiamo che Reffel si sia imbattuto in qualcosa che riguardava la faccenda della Esket: di cosa mai si può trattare? La Kwembly si trova a cinque, sei milioni di cavi dal punto dove l’equipaggio della Esket è scomparso. Immagino che uno dei dirigibili possa percorrere una simile distanza in poco tempo, ma per quale motivo?

— Non lo sapremo mai, finché dal campo di Destigmet non giunge qualche notizia — rispose pratico Bendivence. — Quello che invece vorrei scoprire è perché nessuno ci ha informato prima della scomparsa di Kervenser. Come mai c’è stato il tempo di organizzare una missione di soccorso senza che noi ne sapessimo niente se non quando anche questa è scomparsa? Forse Dondragmer non ha inviato subito il suo rapporto agli umani.

— Non credo proprio — replicò Barlennan — e forse la colpa di questo ritardo non si deve agli umani. Controllerò io in sala radio. Forse Guzmeen non ha ritenuto opportuno inviare un messaggero per una notizia ancora da verificare. Controllerò, ma credo proprio che non vi sia nulla di strano in questo ritardo nel ricevere le informazioni.

“Comunque — continuò Barlennan — mi sono spesso domandato se gli umani ci trasmettono le informazioni dai vari equipaggi subito e in modo completo. Qualche volta ho avuto l’impressione che… be’, la trasmissione delle notizie subisse un piccolo rinvio Per chissà quale scopo. Oh, potrebbe trattarsi solo di pigrizia e trascuratezza tutta umana, eppure…”

— Eppure qualcosa le dice che fanno in modo di farci conoscere solo parte della verità — intervenne Bendivence. — La metà dei ricognitori potrebbe essere scomparsa a nostra totale insaputa se gli umani avessero deciso di censurare la notizia. Forse temono che troppe difficoltà ci spingano ad abbandonare l’esplorazione domandando di essere portati a casa, come del resto è previsto dal contratto.

— Possibile — ammise Barlennan. — Non ci avevo mai pensato in questi termini. L’ipotesi mi sembra alquanto improbabile, ma sarà bene controllare tutto molto più da vicino. Più che altro non vorrei che perdessero tempo a discutere ogni volta che un ricognitore finisce nei guai per decidere quello che ci possono dire.

— Crede davvero che questa ipotesi sia realistica? — domandò Deeslenver.

— Difficile a dirsi. Certo noi non siamo stati del tutto aperti con loro, naturalmente per delle ragioni che noi consideriamo ottime. Chi ci dice che non sia vero anche l’opposto? Sappiamo che molti umani sanno lavorare bene, e se non riusciamo a stare al loro livello è solo colpa nostra. Tutto quello che voglio sapere è se c’è qualcosa sotto o si tratta solo di disattenzione. Conosco un sistema per verificarlo, ma preferirei non usarlo. Se qualcuno ha qualche idea, è la benvenuta.

— Quale sarebbe questo sistema? — domandarono insieme entrambi gli scienziati, Deeslenver forse mezza sillaba prima.

— La Esket, naturalmente. È la sola situazione in cui possiamo verificare se quello che ci hanno raccontato è vero oppure no. Perlomeno, finora non sono riuscito a pensare a nient’altro. Naturalmente ci vorrà molto tempo. La prima partenza avverrà all’alba e mancano ancora milleduecento ore circa. Naturalmente potremmo inviare il Deedee anche di notte, ma…

— Se solo installassimo quel trasmettitore ottico che ho realizzato… — cominciò Deeslenver.

— Troppo rischioso. Potrebbero vederci. Non sappiamo quanto potenti siano gli strumenti umani. So che si trovano tutti alla stazione, a milioni di cavi di distanza, ma non so altro. Il modo casuale in cui ci hanno dato i prendimmagini per studiare il pianeta dovrebbe significare che non li considerano nulla di speciale, come del resto il fatto che li abbiano spiegati dodici anni fa su Mesklin, ma la luce è un’altra cosa. Nel bel mezzo della notte, il rischio che ci vedano è troppo grande. Ecco perché mi oppongo alla sua idea, Deeslenver; altrimenti non ho difficoltà ad ammettere che è ottima.

— Comunque non abbiamo abbastanza metallo per stabilire un contatto elettrico tanto lontano — chiarì Bendivence. — Ma non ho altre idee al momento. Però… adesso che ci penso forse esiste un modo semplicissimo di accertarsi quanto sensibili alla luce siano gli strumenti umani.

— E come? — chiese Barlennan con un tipico atteggiamento corporeo.

— Potremmo chiedere loro con innocenza se non hanno strumenti che riescono a seguire le luci dei volatori o le vibrazioni che emettono con il movimento.

Barlennan soppesò la cosa per un attimo.

— Buona idea! Ottimo. Allora facciamolo subito. Ma comunque, anche se la risposta è negativa non significa che dicano la verità. Meglio pensare anche a un’altra prova — concluse il comandante, conducendo i due fuori dalla stanza della mappa dove era avvenuta la discussione e imboccando il corridoio che portava alla sala radio. La maggior parte dei corridoi erano in penombra. Gli sponsor umani della missione non avevano lesinato i mezzi per produrre energia, ma Barlennan limitava la distribuzione al minimo. Solo le stanze erano bene illuminate.

Questo dava ai mescliniti la confortante impressione di non aver nulla sopra la testa, consentendo a tutti di vedere le stelle senza alcun impedimento. Nessun nativo di Mesklin avrebbe sopportato a lungo l’idea che qualcosa potesse cadergli in testa. Persino gli scienziati levavano ogni tanto lo sguardo verso l’alto, provando qualche sollievo alla vista di stelle che non erano neppure quelle del loro pianeta. Tra l’altro il sole di Mesklin, che gli umani chiamavano 61 Cigni, era in quel momento visibile sull’orizzonte.

Barlennan poi procedeva sempre guardando il soffitto piuttosto che davanti a sé. Spesso gli altri lo prendevano blandamente in giro per questa sua piccola fobia, e lui si giustificava affermando di agire così per vedere la stazione orbitale umana, le cui luci raggiungevano sulla superficie di Dhrawn la magnitudine di una stella mediamente luminosa. Il suo passaggio regolare sulla colonia mesclinita rappresentava forse il miglior orologio a lungo termine che Barlennan e i suoi possedessero: infatti, non appena il satellite veniva avvistato gli addetti ai buffi orologi a pendolo mescliniti si precipitavano a sincronizzarli uno per uno, in quanto difficilmente due di quelle pendole indicavano la stessa ora per più di novanta minuti.

Le stelle e il sole di Mesklin sparirono dalla vista quando i tre entrarono in sala radio, sicuramente bene illuminata. Guzmeen vide Barlennan e subito riferì che non erano arrivati altri messaggi.

— Che rapporti le sono giunti da Dondragmer dal momento in cui la Kwembly si è arenata al momento in cui la pozza è gelata e i due piloti sono stati dati per dispersi? Mi riferisco alle ultime centotrenta ore: quando è scomparso esattamente il primo volatore? — domandò Barlennan.

— Posso dirlo solo vagamente, signore. Gli umani ci hanno comunicato il blocco della Kwembly senza specificare il momento in cui è successo. Ho dato per scontato che la notizia fosse fresca e quindi non ho domandato. Le due sparizioni sono state segnalate abbastanza vicine una all’altra: forse a un’ora di distanza.

— Capisco. Ma quando la notizia della seconda sparizione è arrivata, non si è chiesto come mai venivamo messi al corrente dei due incidenti quasi contemporaneamente anche se per forza doveva esser passato del tempo tra il primo e il secondo?

— Sì signore. Ho cominciato a domandare spiegazioni circa un quarto d’ora fa, quando abbiamo ricevuto l’ultimo messaggio. Ma le risposte sono state evasive, e così ho pensato bene di lasciare che parli lei con gli umani.

Bendivence si intromise nella conversazione. — Non crede che Dondragmer abbia mancato di informare gli umani della prima sparizione perché dovuta a un suo errore? Forse sperava di poter riferire sia la sparizione che il ritrovamento del pilota.

Barlennan lo osservò con aria interrogativa, ma non perse tempo ad approfondire l’argomento.

— No, non credo. Dondragmer e io la pensiamo in modo diverso su molte cose, ma sono certo che non ignorerebbe mai gli ordini in questo modo.

— Anche se un rapporto immediato non facesse alcuna differenza? Dopotutto nessuno può aiutarlo e le decisioni spettano solo a lui.

— Anche così.

— Non vedo però perché dovrebbe…

— Io sì. Mi creda sulla parola; non ho tempo per delle spiegazioni dettagliate e dubito di riuscire a convincerla comunque. Se Dondragmer ha omesso di informare noi e gli umani immediatamente, aveva le sue buone ragioni. Ma io sono convinto che non è stata colpa sua. Guzmeen, quale umano le ha inviato il rapporto? Per caso era sempre lo stesso?

— No signore. Non riconosco tutte le loro voci e spesso gli umani tralasciano di identificarsi. Ultimamente, circa la metà dei messaggi arriva nella loro lingua e l’altra metà proviene dagli umani chiamati Hoffman. Vi sono altri due che parlano la nostra lingua, ma solo gli Hoffman sembrano in grado di farlo senza sforzi. Il giovane Hoffman, in particolare, sembra conoscere bene il nostro gergo: penso che abbia parlato spesso con i marinai della Kwembly e immagino che se Dondragmer e i suoi abbiano trovato il tempo di fare della conversazione non possa esser successo nulla di veramente grave a bordo.

— Può darsi. In ogni caso adesso vedremo, perché ho intenzione di scambiare quattro chiacchiere con gli umani — dichiarò Barlennan, sistemandosi davanti al monitor e attivando sia lo schermo sia la radio. L’addetto alle comunicazioni che occupava quel posto si scostò di lato senza attendere l’ordine del comandante. Lo schermo era ancora vuoto. Barlennan pigiò pigramente il tasto di chiamata e attese con pazienza che trascorresse il minuto necessario per stabilire il contatto. Poteva cominciare a parlare subito, dato che logicamente chiunque si trovasse di servizio alla consolle dedicata alla colonia mesclinita avrebbe preferito evitare di perdere tempo attivando anche lo schermo, ma Barlennan voleva vedere in faccia l’umano con cui doveva parlare. Se il ritardo con cui arrivavano le comunicazioni doveva diventare sospetto, meglio vedere sempre in faccia gli eventuali interlocutori.

Il volto che comparve sullo schermo gli risultò del tutto sconosciuto.

La sua mente faticava ancora parecchio ad acquisire concetti quali la rassomiglianza tra genitori e figli, nonostante i dieci lunghi anni mescliniti trascorsi con gli umani. Nessun umano avrebbe mancato di notare la forte somiglianza tra Easy e suo figlio, ma Barlennan non aveva avuto contatti con famiglie umane e quindi era completamente privo di esempi a cui far riferimento. Su Mesklin erano atterrati meno di venti uomini in quel periodo, e nessuna donna. Guzmeen riconobbe il ragazzo, ma lo stesso Benj gli evitò la fatica di introdurlo a Barlennan.

— Qui parla Benj Hoffman — disse l’immagine. — Nessun altro messaggio è arrivato dalla Kwembly da quando mia madre vi ha chiamato circa venti minuti fa. Al momento qui al salone non vi sono né scienziati, né ingegneri per rispondere adeguatamente ma se avete qualche domanda tecnica farò in modo di chiamarne uno. Se però mi chiedete solo un resoconto di quanto è successo a Dondragmer penso di potervi rispondere, perché sono rimasto quasi sempre in questa stanza nelle ultime sette ore. Attendo risposta.

— Voglio porvi due domande. A una lei può probabilmente rispondere, all’altra no. La prima riguarda il secondo pilota scomparso. Mi sono chiesto a che distanza si trovava il volatore dalla Kwembly quando le comunicazioni si sono interrotte. Se non conosce la distanza può dirmi per quanto tempo il pilota è rimasto in volo?

“La seconda è una domanda tecnica, come lei dice, e non so se saprà rispondere. Avete la possibilità di vedere la luce di un volatore dalla stazione spaziale? Immagino che a occhio nudo sia impossibile anche per voi, ma dovreste avere alla stazione degli strumenti ottici di cui conosco poco e probabilmente molti di cui non ho mai sentito parlare.” L’immagine di Benj annuì sollevando un dito quando Barlennan terminò di parlare, ma rimase in attesa circa un minuto per eventuali altre domande.

Alla prima domanda posso rispondere io, e il signor Cavanaugh è uscito in questo momento in cerca di qualcuno che possa rispondere alla seconda. Kervenser iniziò il suo volo di ricognizione circa undici ore fa. Nessuno si accorse di nulla fino a otto ore dopo, quando tutto venne fuori insieme: Kervenser era sparito e la Kwembly prigioniera in una pozza gelata con Beetchermarlf e Takoorch imprigionati nel ghiaccio. Nessuno sa dove sono, ma visto che erano usciti per lavorare sotto lo scafo, è logico supporre che si trovino ancora lì sotto impossibilitati a uscire. Poi uno dei marinai, Reffel, è stato inviato alla ricerca di Kervenser con l’altro elicottero e una telecamera. Per un po’ è rimasto vicino alla Kwembly, ma poi noi gli abbiamo suggerito di spostarsi più lontano, dove la luce di un incidente non potesse esser vista dal ponte. Poi è iniziata una discussione tecnica con il capitano Dondragmer sul modo migliore per liberarsi dal ghiaccio e nessuno ha più seguito lo schermo di Reffel. Finalmente, parecchi minuti dopo qualcuno ha notato che lo schermo di Reffel non trasmetteva più nulla… non era bianco come quando manca il segnale, ma vuoto come se non ricevesse più luce.

Barlennan rivolse un’occhiata a Guzmeen e agli scienziati. Nessuno disse nulla, ma tutti pensavano la stessa cosa: gli umani avevano tralasciato di osservare lo schermo e si erano dimenticati di registrare le immagini. Non si poteva certo definire un momento felice per loro. Benj stava ancora parlando.

— L’audio non era attivato perché nessuno stava parlando con Reffel in quel momento. Nessuno ha idea di cosa possa essere successo. Comunque, è successo poco prima che mia madre vi chiamasse. Tra le due sparizioni saranno passate circa due ore e mezzo. Per l’altra domanda bisognerà attendere perché il signor Cavanaugh non è ancora tornato.

Barlennan si sentì un po’ confuso dai calcoli, perché il ragazzo aveva parlato in mesclinita definendo però le ore in termini umani. Dopo qualche ponderazione, riuscì comunque a dare un senso al resoconto di Benj.

— Non vorrei dover protestare — rispose — ma mi pare di capire dal suo racconto che tra il momento in cui la Kwembly è rimasta bloccata e la scomparsa di Kervenser sono passate due delle vostre ore. Nessuno ci ha detto nulla. Conosce il motivo di questa mancanza? Certo non potevo fare niente nell’immediato, ma mi pare di ricordare che ci fosse un accordo tra noi proprio sull’aggiornamento tempestivo delle informazioni che provengono dai ricognitori. Non so quale sia il suo compito alla stazione spaziale, e forse lei non può rispondermi, ma ho sentito dal mio addetto alle comunicazioni che lei ha parlato molto con la Kwembly e quindi che potrebbe aiutarci. Attendo la risposta.

Barlennan aveva diversi motivi per parlare in quel modo. Il primo era abbastanza ovvio: voleva saperne quanto più possibile su Benj Hoffman, soprattutto perché si dimostrava notevolmente capace nella loro lingua e, se Guzmeen aveva ragione, sembrava felice di parlare con dei mescliniti. Forse poteva diventare un altro elemento affidabile alla stazione e in tal caso era utile sapere in anticipo quanto pesava la sua opinione.

Voleva anche sapere se era vero che il ragazzo aveva parlato a lungo con i marinai della Kwembly. A Barlennan non sfuggì certo che Benj Hoffman era troppo giovane per ricoprire incarichi di responsabilità: la selezione di parole e lo stile espositivo rappresentavano semplicemente una forma di cortesia, che comunque poteva tornare utile se si fosse stabilita una relazione amichevole.

La risposta del ragazzo fu inconclusiva per un verso ma molto promettente per l’altro.

— Non ho idea del perché non vi hanno detto di Kervenser e dell’incidente alla Kwembly — disse. — Credevo che avessero provveduto subito. Della Kwembly conosco Beetchermarlf, con cui ho parlato spesso ultimamente. Non so se lo conosce, ma è uno dei timonieri di Dondragmer. Con lui si può parlare e non solo ascoltare. Quando ho sentito che era rimasto bloccato sotto il ghiaccio ho subito cercato il modo migliore di liberarlo, tralasciando il resto. Non sono rimasto sempre qui al salone delle comunicazioni, perché non sono in servizio come operatore radio. Vengo qui solo per parlare con Beetchermarlf. Ammetto comunque che il messaggio sarebbe dovuto arrivarvi subito: se volete sapere chi doveva ritrasmetterlo e non lo ha fatto, posso andare a chiamare mia madre o il signor Mersereau.

“Non so bene come spiegare il mio lavoro alla stazione e i miei trascorsi prima di venire qui. Sulla Terra quando qualcuno termina il corso di educazione di base, che tutti debbono seguire e che comprende materie quali lo studio della nostra lingua, le scienze e la sociologia, deve far pratica con il lavoro per cui ha studiato per tre o quattro dei nostri anni per avere accesso alla specializzazione o a ulteriori corsi di studi. Nessuno lo dice chiaramente, ma è cosa risaputa che la gente per cui lavori ha sempre l’ultima parola su di te. E così, ufficialmente sarei assegnato al laboratorio di aerologia col compito di sistema di allarme per i miei superiori, ma in realtà chiunque abbia bisogno di me non deve far altro che passare dal laboratorio e domandare al superiore di turno. Comunque, debbo ammettere che nessuno mi rende la vita difficile e quindi ho potuto parlare spesso con Beetchermarlf in questi ultimi giorni.”

Grazie ai suoi cinquant’anni di esperienza, Barlennan non trovò molte difficoltà a comprendere il concetto che stava dietro la definizione umana di “giorno”. — Naturalmente — continuò il ragazzo — parlare la vostra lingua aiuta molto. Mia madre è bravissima con le lingue, e io ho imparato da lei. Ha cominciato a parlare la vostra circa dieci anni fa, quando papà è stato chiamato a lavorare al “progetto Dhrawn”. Immagino che da oggi in poi sarò semi-ufficialmente impiegato come addetto alle comunicazioni. Ah, ecco il signor Cavanaugh con uno degli astronomi il cui nome credo sia Tebbetts. Mentre loro risponderanno alla sua domanda sulle luci, io cercherò di saperne di più sull’altra faccenda.

Il volto di Benj fu sostituito sullo schermo da quello dell’astronomo, un uomo dalle caratteristiche così insolite da sorprendere Barlennan. Non aveva mai visto un uomo con la barba prima di allora, anche se si era abituato a tutte le varianti di colore della pelle e di lunghezza dei capelli. Tebbetts tra l’altro sembrava un Van Dyke in miniatura, con la barba aggiustata in modo da rendere possibile indossare l’elmetto spaziale. All’occhio di un mesclinita però la differenza rimaneva ugualmente drastica. Perplesso, Barlennan decise che domandare ragione di quell’anomalia poteva sembrare scortese e decise di lasciar perdere. Poteva sempre chiedere a Benj più tardi. Non c’era nulla da guadagnare dal mettere qualcuno in imbarazzo.

Con gran sollievo del capitano mesclinita l’anomalia facciale dello sconosciuto non interferiva con la sua dizione. Forse Tebbetts conosceva i suoi dubbi, perché cominciò a parlare per primo, usando la lingua umana.

— Possiamo vedere da qui qualsiasi luce artificiale in vostro possesso, incluse le semovibili, anche se abbiamo dei problemi se non sono puntate nella nostra direzione. Questo è possibile con la strumentazione ordinaria: fotomoltiplicatori a mosaico con obbiettivi appropriati e altro ancora. Insomma, qualsiasi informazione vi serva può essere ottenuta nel giro di minuti. Cosa dobbiamo fare per voi?

Questa domanda colse Barlennan impreparato. Nei pochi minuti trascorsi dalla discussione con i suoi scienziati si era convinto sempre più che gli umani avrebbero negato un’eccessiva sensibilità dei loro strumenti verso la luce. Comunque, se il comandante fosse stato un po’ più intuitivo non avrebbe risposto come fece. In effetti si pentì di quelle parole non appena terminò di pronunciarle.

— Non dovreste incontrare difficoltà a vedere la Kwembly, il ricognitore bloccato dal ghiaccio la cui posizione dovrebbe esservi ben nota. Le luci del ponte sono accese. I suoi due volatori sono scomparsi e anche loro normalmente hanno le luci di posizione accese. Vorrei che esploraste un’area di diciamo duecento chilometri attorno alla Kwembly per vedere se scoprite delle luci, riferendo sia a me che a Dondragmer qualsiasi movimento insolito riusciate a osservare. Ci vorrà molto? L’intervallo di trasmissione era abbastanza lungo da consentire a Barlennan di rendersi conto dell’errore; ma ormai, non c’era nulla da fare se non sperare, anche se questa definizione era inadatta a spiegare l’attitudine mesclinita in questi casi. Ma la risposta lo risollevò un poco. Forse l’errore non era affatto irreparabile, sempreché gli umani non si fossero accorti delle due luci non troppo distanti dalla Kwembly.

— Le confesso di aver pensato che si parlasse esclusivamente di scoprire delle luci. Scoprire delle luci in movimento è più difficile, specialmente da qui. Comunque, potremmo provare a risolvere il suo problema se i due elicotteri scomparsi stanno volando con le luci ancora accese, ma in caso di incidente non credo che ci siano molte possibilità di vedere alcunché. In ogni caso vado subito a dare le disposizioni necessarie.

— Che mi dice invece dei loro generatori di energia? — domandò Barlennan, determinato ad andare fino in fondo ora che aveva incominciato. — Ci sono altre forme di energia oltre alla luce che si irradiano nello spazio…

Quando la domanda raggiunse Tebbetts questi era già uscito come annunciato; fortunatamente Benj sapeva rispondere. Si trattava di un’informazione fondamentale per il “progetto Dhrawn” e aveva dovuto impararla scrupolosamente al suo arrivo alla stazione spaziale.

— I generatori a fusione liberano nello spazio delle onde di neutrini che possiamo misurare con i nostri strumenti, ma è difficile scoprire il punto esatto da cui provengono — disse. — Ecco a cosa servono i satelliti: per misurare i neutrini, che arrivano praticamente tutti dal sole. Le centrali elettriche su Dhrawn e qui alla stazione incidono poco rispetto al sole, anche se questi è molto debole. I computer controllano continuamente la posizione dei satelliti e soprattutto se un satellite si trova sul lato opposto del pianeta rispetto al sole, in modo da poter misurare la quantità di neutrini nella corona planetaria. In pochi anni speriamo di aver completato una mappa spettroscopica del pianeta… voglio dire, di conoscerne passabilmente le densità interne alla crosta. Lei saprà che stiamo ancora discutendo se Dhrawn debba venir considerato un pianeta o una stella, e se il calore in eccesso si debba all’esistenza di radiazioni superficiali o a un processo di fusione all’idrogeno attivo al centro della massa planetaria. Comunque, potrei scommettere che non saranno in grado di localizzare le emissioni dei convertitori degli elicotteri, per non parlare delle loro luci.

Barlennan riuscì a soffocare con fatica la gioia che provò a questa notizia. — Grazie — si limitò a rispondere. — Purtroppo, è impossibile avere tutto. Mi riferisca pure quando il suo astronomo avrà trovato qualcosa, oppure quando sarà sicuro di non trovare nulla: voglio comunque sapere se debbo smettere di farvi conto. Ora ho altro da fare, Benj, ma chiami subito se ci sono notizie sui piloti o sui timonieri prigionieri nel ghiaccio. Dopotutto, anch’io sono preoccupato per loro anche se in modo diverso da lei. Beetchermarlf non lo conosco, ma Takoorch sì e mi dispiacerebbe se gli succedesse qualcosa.

L’anziano comandante aveva sviluppato una buona capacità di percepire i sentimenti più profondi degli esseri umani, e grazie alle numerose esperienze vissute insieme a loro su Mesklin e su Dhrawn era riuscito a comprendere la personalità di quel ragazzo molto più di quanto non fosse riuscito a Dondragmer. Poteva tornare utile, a tempo debito: se lo sentiva con certezza. Ma nel frattempo chiuse il contatto con la stazione spaziale e concentrò la mente su altre faccende.

— Per noi, potrebbe essere sia positivo che negativo — osservò rivolto ai due scienziati. — Meno male che non abbiamo installato quel sistema di segnali ottici per la comunicazione notturna, perché ci avrebbero scoperto di sicuro.

— Mi permetta di dubitarne — ribatté Deeslenver. — Gli umani hanno detto che potrebbero scoprire le luci, ma mi sembra accertato che debbano cercarle per avere qualche successo e scommetto che gli strumenti sono impegnati in cose più importanti.

— Ci scommetterei anch’io, se la posta in gioco non fosse così elevata — rispose Barlennan. — In ogni caso, ora non se ne farà più nulla perché sappiamo che partirà una ricerca sulle luci emesse dalla superficie del pianeta. Glielo abbiamo appena chiesto noi…

— Ma questa ricerca non riguarderà la nostra zona. Gli strumenti saranno tutti puntati verso la Kwembly, a milioni di cavi di distanza.

— Provi a pensare a sé stesso su Mesklin mentre osserva Toorey: quanto ci vuole per passare col telescopio da una zona all’altra?

Deeslenver concesse con un gesto il suo accordo all’obiezione di Barlennan.

— Allora possiamo aspettare che sorga il sole, oppure inviare un volo speciale se vogliamo usare la Esket come lei propone. Ammetto di non aver considerato altre possibilità… non ho neppure pensato a cosa fare una volta arrivati per fare in modo che il test sia efficace.

— Non credo che importi più di tanto. La vera questione è scoprire in quanto tempo e quanto accuratamente gli umani ci riferiranno quello che noi faremo in modo che vedano alla Esket. Penserò a qualcosa entro un paio d’ore. Voi scienziati non state organizzando una partenza tra breve?

— Sì, ma non così presto — rispose Bendivence. — Tra l’altro, non mi trovo tanto d’accordo con lei sull’importanza da attribuire ai dettagli. Non vogliamo certo che gli umani sospettino della nostra messinscena. Non sono certo un branco di stupidi.

— Ma certo che no. Non intendevo dire che dobbiamo sottovalutarli. Dovrà trattarsi di qualcosa di naturale, tenendo ben presente che gli umani sanno addirittura meno di noi cosa è naturale su questo pianeta. Adesso tornate al laboratorio e informate tutti coloro che dovranno imbarcarsi sul Deedee di prepararsi per la partenza. Vi consegnerò un messaggio scritto per Destigmet in due ore.

— Va bene — risposero i due scienziati uscendo dalla sala radio. Barlennan li seguì con andatura molto più lenta. Stava cominciando appena ora a comprendere quanto valida fosse l’obiezione di Bendivence. Cosa poteva succedere nell’area ripresa dalle telecamere della Esket che, pur non suggerendo la presenza di mescliniti, fosse abbastanza insolito da attrarre l’attenzione degli umani e metterli in condizione di dover decidere se riferire l’accaduto alla colonia oppure censurarlo? E come sapere se la notizia era stata riferita subito o trattenuta per diverso tempo? Era possibile pensare a qualcosa di efficace senza sapere se i rapporti venivano veramente censurati e perché?

Dopotutto, il ritardo nella trasmissione delle notizie sulla Kwembly poteva sempre doversi a un genuino errore degli umani o di Dondragmer. Come il giovane umano aveva suggerito, forse tutti avevano pensato che spettava a qualcun altro inviare il rapporto. Per la sua visione delle cose, che aveva cercato in tutti i modi di inculcare ai suoi mescliniti, questo rappresentava un atto di incompetenza e superficialità impossibile da scusare, ma non era la prima volta che doveva fare i conti con questi due difetti degli esseri umani: non in tutti, naturalmente, ma in un numero preoccupante di soggetti.

La prova certamente andava effettuata e la strumentazione ancora funzionante della Esket rappresentava il mezzo più indicato per giungere allo scopo. Per quanto ne sapeva lui, gli schermi della stazione spaziale riservati al ricognitore abbandonato erano ancora attivi. Ovviamente, tutti avevano prestato la massima attenzione a non entrare mai nel campo visivo delle telecamere dopo la “scomparsa” dell’equipaggio ed era passato molto tempo da quando gli umani ne avevano parlato per l’ultima volta. Avrebbero dovuto coprirne gli obbietti


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vi, invece di limitarsi a evitarli, in modo da permettere all’equipaggio una maggiore libertà di azione ma l’idea dei copriobbiettivi non era venuta a nessuno prima che Destigmet partisse con le istruzioni per dare il via alla costruzione di un secondo insediamento al di fuori del controllo degli esseri umani.

Barlennan ricordava che una telecamera si trovava come al solito sul ponte, una al laboratorio e una nell’hangar dove venivano tenuti gli elicotteri, che aveva fatto in modo di far trovare in missione quando la catastrofe era avvenuta. La quarta infine si trovava nella sezione di biorigenerazione dell’atmosfera, anche se non riprendeva l’ingresso. Naturalmente, molto materiale di quella sezione tornava utile alla nuova colonia. Nonostante la pianificazione molto accurata, la situazione permaneva difficile. Il fatto che i laboratori e parte del materiale biorigenerativo si trovassero fuori portata complicava le cose non poco a Destigmet e al suo primo ufficiale, Kabremm. Più di una volta avevano richiesto il permesso di coprire le telecamere dopo la scoperta della tecnica giusta. Lui però aveva rifiutato, per evitare che l’attenzione degli umani tornasse a concentrarsi sulla Esket. Ma ora, forse si potevano prendere due pesci con la stessa rete. L’improvviso oscuramento non di uno, ma di tutti e quattro gli strumenti sarebbe certamente stato notato dalla stazione spaziale. Certo l’avvenimento riguardava la loro base solo in minima parte… gli umani avrebbero ritenuto opportuno informarli della cosa? Secondo gli accordi avrebbero dovuto, ma non c’era modo di saperlo in anticipo. Con più ci pensava, con più il piano gli sembrava convincente. Nella sua mente si fece strada pian piano la sensazione di entusiasmo comune a tutte le creature intelligenti che pensano di aver risolto un problema da soli. Ne gustò il sapore per più di mezzo minuto; poi, vide avvicinarsi un altro dei messaggeri di Guzmeen.

— Comandante! — disse il messaggero rallentando l’andatura a pochi metri da lui. — Guzmeen dice che dovrebbe tornare immediatamente in sala radio. Uno degli umani, quello chiamato Mersereau, è comparso sullo schermo. Guzmeen mi ha detto che pareva spaventato, e che ha riferito di qualcosa di strano alla Esket… qualcosa che si muove nel laboratorio!

10

Dati ponderati

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Star dietro a Barlennan con la sua andatura mentre si dirigeva in sala radio non era facile, ma in qualche modo il messaggero vi riuscì. Dal canto suo, il comandante dava per scontata la continua presenza al suo fianco del sottoposto e quindi non si girò neppure una volta.

— Ha detto qualcosa di speciale? Dettagli su chi o cosa si stava muovendo?

— No signore. L’umano è comparso sullo schermo e ha detto: “Sulla Esket qualcosa si sta muovendo. Riferite a Barlennan.” Guzmeen mi ha inviato da lei con priorità uragano e io mi sono precipitato fuori. Non ho sentito altro.

— Ha detto proprio così? Che lingua parlava?

— Parlava la lingua degli umani. Le sue parole esatte erano… — e il messaggero ripetè la frase usando stavolta le parole di Mersereau. Barlennan non poté trovarvi alcuna differenza con la traduzione.

— Allora non sappiamo ancora se hanno visto uno dei nostri, qualche oggetto fuori posto, oppure… no, è impossibile.

— Dubito molto della prima possibilità, signore. Gli umani avrebbero senz’altro riconosciuto uno dei nostri.

— Già, è vero. Be’, immagino che ne sapremo di più non appena arrivati in sala radio.

Non c’era più, comunque. Boyd Mersereau non occupava più lo schermo quando Barlennan entrò finalmente in sala radio. Ma ancora più sorprendente era il fatto che nessuno aveva preso il suo posto. Il comandante rivolse a Guzmeen un’occhiata sospettosa, e il responsabile delle comunicazioni radio rispose con l’equivalente di un sospiro. — Ha chiuso il contatto, signore, dopo quella sola frase sul laboratorio.

Barlennan, furente, premette più volte il tasto di chiamata.

Ma Boyd Mersereau aveva altri pensieri per la testa. La maggior parte riguardavano i misteri di Dhrawn, e non della Esket; gli altri invece questioni di stretta convivenza che avevano poco a che fare con il gigantesco pianeta-stella.

Il pensiero principale sul momento era come calmare Aucoin, seccatissimo per non essere stato interpellato né sullo scambio tra Dondragmer e Katimi né su quello tra il capitano mesclinita e Tebbets. Aveva una gran voglia di riprendere il giovane Hoffman per la sua perseveranza nel creare scompensi con comunicazioni non autorizzate. Lo tratteneva però il timore di mettersi contro Easy, che considerava nonostante tutto un membro indispensabile per i contatti. Di conseguenza, erano Mersereau e gli altri che dovevano patire le ire del capo.

Per Boyd comunque i guai non erano seri. Da tempo ormai seguiva con i superiori la stessa politica che seguiva con il proprio rasoio elettrico: maneggiare con cura e impiegare tutto il tempo necessario. Così facendo, si procedeva forse un po’ più lenti ma alla fin fine la convenienza si vedeva. Ma la cosa che assorbiva tutta l’attenzione e che manteneva in secondo piano addirittura la sensazionale notizia dell’avvistamento era l’attuale situazione della Kwembly.

La scala dei sentimenti vedeva Boyd tra coloro che si sentivano moderatamente coinvolti e un poco preoccupati. Non aveva alcun rapporto con i mescliniti dispersi, né tantomeno erano amici personali. Ma era abbastanza civilizzato da sentire la loro morte un evento spiacevole quanto quella di un essere umano, anche se appartenevano a una razza aliena.

No, era la stessa Kwembly a rappresentare un problema, che però ricadeva nei parametri della normalità. I ricognitori finivano spesso in guai come quello e sempre ne erano venuti fuori, presto o tardi. Tutto sommato Mersereau si sarebbe sentito semplicemente interessato se lo avessero lasciato in pace.

Invece no. Benj Hoffman sentiva la questione in modo estremamente personale e possedeva i mezzi per farsi sentire da tutti non solo a parole, nonostante queste non mancassero. Anche quando stava zitto irradiava simpatia. Boyd si era ritrovato a discutere con Dondragmer i progressi ottenuti contro il ghiaccio e la possibilità di un’altra inondazione in termini di rischio per i dispersi invece che con il solito, professionale distacco. Tutto ciò lo seccava. Beetchermarlf, Takoorch e persino Kervenser non contavano molto per l’esplorazione: quello che contava era la sopravvivenza dell’equipaggio. Ma Benj, col suo entusiasmo, faceva sembrare l’obbiettività un capriccio da persone insensibili. Mersereau non aveva difese per questo tipo di attacco. Easy comprendeva perfettamente quello che stava succedendo ma non interferiva perché concordava pienamente con i sentimenti del figlio, sia per sensibilità sia per il suo passato. Anche lei aveva vissuto momenti di vero panico venticinque anni prima, quando per una concatenazione di errori si trovò intrappolata su una sonda automatizzata diretta verso un pianeta con temperatura e pressione elevatissime.

Infatti, lei superò anche il punto oltre cui Benj non si sarebbe mai azzardato ad andare. Dondragmer stava per inviare una spedizione di soccorso alla ricerca di Reffel dato che il punto della sua scomparsa era perfettamente conosciuto, ma non voleva rischiare una delle tre telecamere rimaste affidandola ai membri della spedizione. Ma Easy, in parte utilizzando argomenti propri e in parte adottando le strategie del figlio quando voleva portare Mersereau dalla sua parte, riuscì a convincere il capitano mesclinita che non portare la telecamera avrebbe rappresentato un rischio ancora maggiore. Anche questa discussione era avvenuta ignorando completamente Aucoin; e proprio mentre parlava con Dondragmer, Mersereau si domandava cosa avrebbe potuto dire per giustificarsi davanti al responsabile del progetto. Tuttavia non esitò a prendere le parti di Easy, mentre Benj cercava di nascondere un sogghigno.

Con l’attenzione interamente assorbita in quel modo, Boyd prestò scarso orecchio all’addetto alle comunicazioni che gli riferì degli strani movimenti nel laboratorio della Esket. Si limitò a cercare la base mesclinita e a ripetere il messaggio senza nulla aggiungere, tornando subito dopo alla Kwembly senza attendere il termine del ciclo di comunicazione. Tempo dopo, Mersereau si difese dicendo che non si era accorto dell’importanza della cosa e che aveva preso il messaggio come uno dei messaggi di routine che venivano ritrasmessi dai ricognitori. In ogni caso, in quel momento provò solo irritazione per essere stato distratto. Qualcun altro avrebbe cercato di far cadere la colpa sull’addetto alle comunicazioni che gli aveva passato la notizia, ma con il suo carattere flemmatico Boyd ammise senza difficoltà di aver scelto il modo più veloce per liberarsi del messaggio inopportuno e successivamente di essersi tranquillamente dimenticato del fatto.

Benj vi aveva prestato persino meno attenzione. La faccenda della Esket era successa molto prima del suo arrivo alla stazione e quel nome non significava assolutamente nulla per lui, anche se sua madre gli aveva parlato della scomparsa di due suoi amici, Destigmet e Kabremm.

E così fu Easy, naturalmente, l’unica a rendersi conto dell’importanza della cosa. Prestò scarsa attenzione a quello che Mersereau disse o fece e scartò subito l’idea di riferire a Barlennan senza aver prima ottenuto maggiori dettagli su tutta la faccenda. Per prima cosa cambiò posto andando a sedersi sulle poltroncine che davano sugli schermi del ricognitore abbandonato e quindi relegò il resto dell’universo fuori dalla sua mente.

La chiamata di Barlennan non portò a grandi sviluppi. Easy, a cui alla fine la chiamata pervenne, chiarì subito che l’immagine sugli schermi era immobile come sempre quando lei aveva raggiunto la consolle della Esket. L’unico testimone oculare fu solo in grado di dire che aveva visto due oggetti, un pezzo di tubo e una gomena, rotolare sul pavimento del laboratorio. Poteva essere opera di qualche forma di vita, anche se erano mesi che il ricognitore pareva deserto, ma era più probabile che qualche cosa avesse fatto oscillare la Esket provocando la caduta di quegli oggetti sul pavimento. Come questo poteva esser successo però nessuno sapeva dirlo.

Questo lasciò Barlennan nel dubbio. Forse uno dei marinai di Destigmet aveva operato tanto malamente da farsi vedere oppure la causa era del tutto naturale, come gli umani sembravano voler credere, ma poteva anche trattarsi di una notizia inventata di sana pianta per qualche scopo misterioso. Le ultime discussioni avute con gli scienziati e la sua coscienza di comandante lo spinsero a dare a questa possibilità più peso del solito.

Impossibile però capire dove Poteva tendere una storia di questo genere. Non sembrava affatto una trappola di qualche sorta: cosa potevano farci loro se qualcosa si muoveva a bordo della Esket? No, se era una panzana poteva venir spiegata solo con una completa mistificazione di tutte le notizie riguardanti l’esplorazione. Altrimenti, doveva ammettere che non sapeva cosa pensare.

Questa era però una delle poche cose che non gli piacevano affatto. Preferiva prendere le notizie per quello che erano, concentrandosi sulle parole di chi le aveva riferite senza domandarsi i possibili motivi. Qualche volta, si disse il comandante, la noiosa correttezza di Dondragmer che lo aveva portato a schierarsi contro l’inganno della Esket dimostrava dei lati positivi.

Sì, in ogni caso era meglio far finta di aver creduto subito al rapporto. Era l’unico modo per ritorcere i trucchi degli umani contro di loro. Per il resto, non poteva far nulla se non controllare con Destigmet. Doveva solo inviare un altro messaggio con il Deedee.

Ma pensandoci bene, c’era un altro modo di controllare se le informazioni trasmesse dagli umani corrispondevano alla realtà. Qualsiasi cosa si potesse pensare sulla sua veridicità o meno, quest’ultimo rapporto sembrava esser stato trasmesso subito. E la signora Hoffman doveva esserne coinvolta.

L’idea che il coinvolgimento di Easy rendesse la situazione speciale era la sola idea che Barlennan e Aucoin potevano avere in comune. Naturalmente Aucoin non sapeva ancora nulla di quest’ultima faccenda; persino Mersereau l’aveva riferita senza pensarci bene: era troppo occupato.

— Easy — chiamò Boyd abbandonando il microfono e girandosi verso di lei. — Si direbbe che siamo riusciti a convincere Dondragmer. Ha intenzione di affidare una telecamera a un gruppo di ricerca composto da sei mescliniti. Dice di essersi deciso per controllare i suoi calcoli sul punto in cui Reffel è scomparso. Crede che noi possiamo localizzare il punto in cui si trova la telecamera. Certo, forse è possibile, ma non so se qualcuno si è ricordato di registrare il filmato. Vuole sedere qui intanto che io vado a parlare con gli addetti alla mappatura di Dhrawn o preferisce andare lei personalmente?

— Preferisco stare qui ancora per un po’. Ci mandi Benj: gli farà bene staccarsi da quegli schermi per dieci minuti — rispose Easy, rivolgendo uno sguardo interrogativo a suo figlio. Benj annuì e uscì senza proferire parola. Rimase fuori più a lungo del previsto, e quando tornò aveva un’espressione quasi mortificata.

— Mi hanno detto che sono felici di darmi la registrazione del primo volo di Reffel, ma non del secondo perché purtroppo non esiste. Inoltre, il punto in cui l’elicottero si è spostato dopo il mio suggerimento rimane fuori dalle mappe, che coprono la valle per circa un chilometro e mezzo verso ovest partendo dal ricognitore.

Mersereau, infastidito, rispose con un grugnito. — Umpf! Mi ero scordato di questo nostro piccolo disastro. Pazienza… — disse, rivolgendosi nuovamente a Dondragmer per passargli questa informazione decisamente inutile.

Il capitano non si mostrò né dispiaciuto né sorpreso. Semplicemente se lo aspettava e quindi aveva pensato bene di stimare con Stakendee, che doveva comandare la spedizione, la distanza a cui l’elicottero si trovava quando era precipitato.

— Forse gli umani hanno ragione riguardo il prendimmagini — disse il capitano. — Certo, trasportarlo sarà una scocciatura e non mi piace rischiare di danneggiarlo, ma averlo con voi ridurrà decisamente il rischio di perderci. Temo molto l’ipotesi di una seconda inondazione, anche perché gli umani non sono in grado di arrangiare una previsione decente. Sembra sicuro però che andiamo incontro al disgelo, e quindi una seconda inondazione ci sarà. Grazie a quell’arnese, gli umani potranno avvisarvi subito di qualsiasi cosa sospetta riescano a vedere con i loro satelliti, e voi potrete mettervi in contatto con me tramite loro per ricevere gli ordini appropriati o per comunicare le vostre scoperte.

— Se il ghiaccio si scioglie all’improvviso una seconda volta — rispose Stakendee — rischiamo di perderci comunque senza speranza. Naturalmente se la notizia mi viene data con qualche anticipo faremo di tutto per tornare sulla Kwembly, e se non ce la facciamo possiamo sempre riparare sul versante nord della valle, che mi sembra il più vicino. Se però ci troviamo in una situazione in cui è difficile decidere, non saprei cosa fare. Sopravvivere all’inondazione tornerebbe ben poco utile se la Kwembly venisse trasportata a grande distanza.

— Ci ho pensato anch’io — replicò il capitano — e non ho trovato soluzioni. D’altro canto, dubito molto che la Kwembly possa sopportare un’altra serie di colpi come quelli che ha già subito. In caso di una seconda inondazione, temo proprio che sarebbe ridotta male. Non so, forse è meglio rimuovere le vasche di biorigenerazione e installarle su un lato della valle prima di procedere a sciogliere il ghiaccio. In ogni caso le sue obiezioni sono fondate, e forse sarebbe meglio rimuovere anche i prendimmagini e portarli fuori dalla Kwembly con le vasche. Ci penserò sopra. Intanto cominciate ad andare: prima partite, meno dobbiamo preoccuparci di subire separati le conseguenze di un’altra inondazione.

Stakendee si dichiarò d’accordo con un gesto e cinque minuti dopo Dondragmer lo vide emergere con il suo gruppo dal portello principale. La telecamera donava al gruppo un aspetto quasi grottesco. Lo strumento di plastica alto dieci centimetri, largo altrettanto e lungo circa venticinque veniva trasportato come un oggetto di nessun valore da uno dei marinai che avanzavano sul ghiaccio in fila indiana. Il treppiede era completamente chiuso con le aste forzate a meno di cinque centimetri una dall’altra per poter passare nelle cinghie sistemate sul corpo del mesclinita addetto al trasporto. Sia il treppiede che le cinghie erano stati ricavati dal materiale presente nella stiva della Kwembly: l’equivalente mesclinita del legname da costruzione. Vi era forse una tonnellata di cianfrusaglie e scarti nella stiva: un’altra delle incongruenze che sembravano abbondare a bordo del grande veicolo con i motori a fusione.

La spedizione oltrepassò la prua della Kwembly, puntata verso nordovest, e proseguì diretta verso ovest. Dondragmer osservò le luci emesse dalle torce elettriche zigzagare per un po’ attorno ai massi che costellavano il letto del fiume, ma dovette dedicarsi ad altre faccende molto prima che il gruppo sparisse dalla vista.

Numerose figure allungate si arrampicavano sullo scafo per smontare la sezione esterna della barra di condizionamento. Dondragmer non aveva gradito molto ordinare una simile attività distruttiva, ma aveva soppesato attentamente i pro e i contro delle varie soluzioni e non faceva parte della sua natura preoccuparsi dopo aver deciso. Così come gli umani consideravano i drommiani dei paranoici, i mescliniti consideravano gli umani degli eterni indecisi. Una volta presa la decisione e dato l’ordine, Dondragmer si limitò a guardare per assicurarsi che la Kwembly non subisse danni. Dal ponte gli era impossibile vedere oltre la curvatura dello scafo, molto a poppa, dove si trovava la parte esterna della sezione di tubo che entrava nella parete e si ripromise di uscire più tardi per vedere com’erano andati i lavori. Forse era addirittura meglio portar fuori una delle telecamere degli umani e lasciare che fossero i loro ingegneri a supervisionare. Naturalmente, con l’intervallo di trasmissione risultava loro impossibile fermare in tempo qualche manovra errata.

Al momento quindi il lavoro poteva venir lasciato a Praffen. Il problema che il capitano aveva discusso con Stakendee meritava qualche approfondimento. Le vasche di biorigenerazione erano facili da trasferire a terra e probabilmente avrebbe potuto procedere senza incidere troppo sui lavori già in corso per sciogliere il ghiaccio. Ma se nel frattempo arrivava un’altra inondazione capace di spingere la Kwembly chilometri e chilometri a valle, le cose si sarebbero messe male senza biorigenerazione. Il sistema era a ciclo chiuso e si basava su un certo numero di vasche contenenti piante tipiche di Mesklin, mantenute in vita con l’energia sviluppata dai generatori. Per arrivare a definire il numero sufficiente di colture necessarie a rigenerare l’aria erano stati necessari numerosi calcoli: troppe piante avrebbero rischiato di morire per mancanza di cure, in quanto spettava all’equipaggio prendersi cura delle vasche. Comunque, poteva ordinare di portarne fuori una buona parte e lasciare il resto sulla Kwembly per poi allargare le colture in caso le circostanze obbligassero a decidere tra rimanere sulla Kwembly o scendere a terra. Costruire nuove vasche non era certo difficile, ma ampliare le colture al punto di fornire idrogeno per tutto l’equipaggio sia a terra che sulla Kwembly avrebbe senz’altro preso tempo.

Certe volte era un peccato dover passare attraverso gli esseri umani per comunicare con gli altri. Uno degli obiettivi principali dell’equipaggio della Esket era modificare il vecchio sistema di biorigenerazione o produrne uno diverso in grado di rispondere alle esigenze di una maggiore popolazione. Per quanto Dondragmer ne sapeva, il nuovo sistema poteva essere realtà già da mesi.

I suoi pensieri vennero interrotti da una chiamata.

— Capitano, sono Benj Hoffman. Sarebbe possibile sistemare una delle telecamere in modo da poter osservare lo svolgimento dei lavori? Forse la telecamera sul ponte è la più adatta, in quanto basta installarla a tribordo e rivolgerla verso prua.

— Darò subito l’ordine — replicò Dondragmer. — Stavo giusto pensando che sarebbe meglio se qualcuno dei vostri ingegneri potesse seguire i lavori.

Dato che la telecamera pesava meno di duecento chili nella gravità di Dhrawn, era solo la sua forma disgraziata per i mescliniti che causava dei problemi: il loro impaccio poteva paragonarsi a quello di un umano che cerca di sollevare una scatola di cartone grande quanto un frigorifero. Ma spingendo la telecamera lungo il ponte invece di sollevarla, il marinaio chiamato da Dondragmer riuscì a sistemarla in posizione nel giro di pochi secondi. Dopo un po’ risuonò nuovamente la voce del ragazzo.

— Grazie capitano, ora va bene. Riusciamo a vedere il terreno e quello che mi sembra il portello principale, oltre a parte dei suoi mescliniti che lavorano sul tubo metallico. Difficile calcolare le distanze, ma ora so quanto è grande la Kwembly e quanto dista il portello principale dal ponte. Calcolando le dimensioni in base alla lunghezza dei suoi mescliniti, direi che le luci consentono una visuale di quarantacinque, cinquanta metri oltre il portello.

Dondragmer ne fu sorpreso. — Io riesco a vedere molto più in là… no, aspetti, convertendo il vostro sistema decimale la differenza non è poi così pronunciata, ma senza dubbio vedo molto più distante. I miei occhi debbono esser meglio dei meccanismi contenuti nelle vostre telecamere. Ma mi auguro che lei non stia guardando solo questo schermo; gli altri schermi della Kwembly sono facili per lei da vedere? Voglio rimanere in stretto contatto con la squadra di ricerca appena partita. Dopo ciò che è accaduto a Reffel voglio seguire i loro progressi passo dopo passo.

Dondragmer dovette lottare con la sua coscienza per pronunciare queste parole. Da un lato era quasi certo che Reffel avesse coperto di proposito la lente della telecamera, anche se non sapeva perché questa mossa si era resa necessaria più di quanto lo sapesse Barlennan; dall’altro, disapprovava il gran segreto che circondava tutto l’affare della Esket. Non avrebbe mai rovinato i piani di Barlennan agendo di testa sua, ma non gli sarebbe dispiaciuto se gli umani avessero scoperto che qualcosa non quadrava. Comunque, esisteva anche la possibilità che Reffel si fosse trovato veramente nei guai e in questo caso qualcosa era successo a pochi chilometri da loro: strano che nessuno dei due piloti fosse tornato a riferire l’accaduto.

In breve, Dondragmer aveva una buona scusa ma non gradiva il pensiero di averne bisogno. Ma dopotutto era scomparso anche Kervenser.

— Tutti e quattro gli schermi della Kwembly sono qui davanti a me — lo rassicurò Benj. — Al momento sono qui seduto da solo, anche se il salone è pieno di gente. Mia madre si trova a qualche metro di distanza, davanti agli schermi della Esket. Le hanno riferito che prima qualcosa si è mosso nel laboratorio? Il signor Mersereau sta discutendo vivacemente con il dottor Aucoin — (Barlennan avrebbe dato mezza  chela per sentire quella frase). — Alle altre consolle lavorano circa dieci uomini, ma non conosco nessuno molto bene. Lo schermo di Reffel è ancora vuoto. In qualche stanza della Kwembly cinque mescliniti stanno lavorando, ma non saprei dire su che cosa. La squadra di ricerca da lei inviata continua ad avanzare. Posso vedere solo a pochi metri da loro, e naturalmente in una sola direzione. Le luci delle loro torce elettriche sono molto meno intense di quelle della Kwembly. Se si presenta una situazione di emergenza o qualcosa si avvicina al gruppo potrei vederlo addirittura in ritardo dallo schermo. In ogni caso, non riuscirei mai ad avvisarli in tempo per via dell’intervallo di trasmissione. — Forse è meglio riferirglielo — affermò Dondragmer. — Il gruppo fa capo a Stakendee, che non parla però la vostra lingua in modo soddisfacente. Credo che conti molto sul vostro aiuto per scansare eventuali pericoli. Temo proprio di averlo convinto che il vostro apparecchio possa diventare prezioso in caso di guai. Per favore, gli dica che l’unico scopo del prendimmagini è mantenere uno stretto contatto tra il suo gruppo e la Kwembly.

La risposta del ragazzo si fece attendere per un bel po’ anche considerando i tempi di trasmissione. Probabilmente aveva iniziato a ritrasmettere il messaggio senza prendersi il disturbo di chiudere la comunicazione con lui. Il capitano decise di non dare importanza alla cosa. Benj Hoffman era molto giovane, e lui aveva molte altre faccende in grado di occuparlo più produttivamente. Iniziò quindi a seguire un altro lavoro fino a quando il volto di Benj non ricomparve sullo schermo.

— Ho preso contatto con Stakendee e ho riferito la sua richiesta. Mi ha promesso che presterà la massima attenzione, ma non è molto lontano dalla Kwembly e si trova ancora tra i massi del letto del fiume. Mi ha detto di ricordarle che gli ordini erano di procedere verso ovest per un po’. Credo si trovi ancora sulla mappa, anche se non riuscirei mai a distinguere una certa area tra tutte quelle rocce, interrotte ogni tanto da pozze ghiacciate da cui affiorano altre rocce ancora. Se il terreno rimane così non vedo come si possa sperare in qualche risultato positivo. Persino arrampicandosi su uno dei massi più grandi non si riuscirebbe a vedere molto distante. Gli elicotteri non sono molto grossi, e voi non siete certamente molto alti.

— Ne abbiamo già parlato tra noi quando abbiamo organizzato il gruppo — rispose Dondragmer — In effetti, la ricerca difficilmente darà esiti positivi se i piloti sono morti o feriti. Comunque, sappiamo per certo che oltre l’area costellata di macigni si estende una pianura spoglia, il cui fondo dovrebbe essere costituito di sola roccia. In ogni caso, è sempre possibile che Kervenser o Reffel siano in grado di farsi vedere, oppure di chiamare aiuto se il gruppo passa loro vicino. Certamente di notte è più facile farsi sentire che vedere. Infine, qualsiasi cosa sia responsabile della loro scomparsa può essere di taglia tanto grossa da farsi scoprire facilmente.

Mentre pronunciava l’ultima frase il capitano immaginò la risposta del giovane umano. In effetti aveva ragione.

— Scoprire cosa è successo mettendo a repentaglio altre vite non rappresenterebbe un gran successo.

— Invece sì se riusciamo a sapere cosa abbiamo di fronte. Benj, si tenga in contatto con il gruppo di Stakendee per favore. Io debbo occuparmi di altre faccende, e lei verrà messo al corrente degli avvenimenti mezzo minuto prima di me. Non so quanta differenza possano fare pochi secondi, ma comunque in termini di tempo lei sarà più vicino a Stakendee di quanto lo sia io. Tra l’altro adesso debbo uscire. Siamo arrivati a un punto difficile nella rimozione di quella sbarra metallica dallo scafo. Porterei volentieri con me uno dei vostri strumenti, ma non so se sarò in grado di sentirla attraverso la tuta spaziale: il volume di quegli arnesi non è proprio gran cosa. La chiamerò io non appena avrò qualche notizia di rilievo da riferire, perché non c’è nessuno al momento in grado di sostituirmi. Nel frattempo, lei tenga d’occhio Stakendee e i suoi come più ritiene opportuno, purché si ricordi di registrare le immagini.

Il capitano aspettò con impazienza l’arrivo della conferma di Benj, che stavolta non si fece attendere più del dovuto, prima di scendere la rampa che conduceva al portello principale dove si infilò la tuta spaziale. Preferendo però salire sulla parte superiore dello scafo passando dall’interno piuttosto che dall’esterno, risalì fino al ponte e si diresse verso il portello secondario lì presente. Questi consisteva di un tubo metallico a U riempito di ammoniaca nella parte inferiore ed era largo appena a sufficienza per consentire il passaggio di un mesclinita. Dondragmer aprì la paratia mobile più interna e si immerse nel liquido, il cui volume non superava la quindicina di litri, mentre la paratia si richiudeva dietro di lui sospinta dal proprio peso. Avanzò nel liquido seguendo la curvatura dello stretto passaggio e finalmente raggiunse l’esterno spingendo una paratia mobile del tutto simile a quella più interna.

Osservando dall’alto la curvatura dello scafo, le cui sezioni in plastica estremamente levigate sembravano circondarlo da tutte le parti eccetto che a poppa, provò una forte tensione; ma aveva imparato tempo prima a controllare le sue emozioni anche in posizioni eccessivamente elevate. Le sue chele saettarono da un appiglio al successivo mentre si avvicinava al punto dove la sezione esterna della barra di condizionamento non era ancora stata rimossa. Gli umani avevano detto che due delle staffe di sostegno attraversavano completamente lo scafo per fungere da contatti elettrici e Dondragmer sentiva che i problemi maggiori potevano venire proprio dalla loro rimozione. Le altre staffe sembravano connesse allo scafo solo in superficie. Certo rimuoverle era più facile, ma il lavoro andava svolto in modo che fosse possibile rimettere tutto a posto una volta terminato di usare la barra. Conosceva solo in teoria l’arte di saldare con nastri adesivi speciali o con la fiamma ossidrica, ma sapeva che per funzionare entrambi i sistemi necessitavano di una sezione di tubo che sporgesse a suff


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icienza dallo scafo e quindi era uscito proprio per accertarsi che i suoi marinai tenessero questo particolare in considerazione.

Come gli era stato annunciato, tagliare la barra metallica non fu difficile con i seghetti da metallo in dotazione. Selezionò con cura i punti in cui bisognava segare e ordinò a due marinai di procedere, ordinando subito dopo a coloro che si trovavano immediatamente sotto di spostarsi perché a quel punto la barra metallica poteva cadere a terra all’improvviso. Per prudenza, fece allontanare dallo scafo anche tutti coloro che si trovavano entro un certo raggio. Certamente l’idea era di calare la barra metallica lentamente a terra, ma Dondragmer sapeva che l’elevata gravità poteva giocare brutti scherzi con i pesi. Persino un mesclinita si sarebbe pentito di trovarsi sotto se la barra fosse caduta di colpo, nonostante la loro provata resistenza alla gravità di Dhrawn.

Controllare la rimozione delle due staffe assorbì quasi un’ora del suo tempo. Dondragmer si domandò quali potevano essere le novità dal gruppo di ricerca, ma prima di scoprirlo doveva verificare un altro particolare del progetto. Rientrò quindi velocemente e si diresse verso il laboratorio, dove Borndender stava modificando un generatore in modo da adattarlo alle nuove esigenze. In effetti il lavoro non era nulla di particolarmente complicato: bisognava solo fare in modo di connettere la barra alle due fonti di energia polarizzata che si trovavano alle estremità dell’artefatto umano per sviluppare il flusso di corrente continua necessario per il riscaldamento della resistenza. Naturalmente era sconsigliabile modificare in qualche modo il generatore; meglio agire direttamente sulla barra. Fu necessario solo un attimo a Dondragmer per capire che lo scienziato sapeva come procedere, e quindi si congedò e si affrettò a tornare sul ponte. Solo quando attivò il trasmettitore e cercò di chiamare Benj si accorse di indossare ancora la tuta spaziale. Parlare con Borndender non gli aveva causato difficoltà perché erano vicini, ma parlare a un microfono era tutt’altra cosa. Liberò frettolosamente la parte superiore del suo corpo in modo che i suoni emessi dal suo sifone acustico risultassero chiari e fece partire la chiamata.

— Qui parla Dondragmer. È successo qualcosa di importante durante la mia assenza? — domandò, continuando a togliersi la tuta spaziale mentre aspettava la risposta del giovane umano. Una volta terminato, visto che la risposta ancora non arrivava, piegò con cura l’indumento e lo ripose in un angolino sul ponte. Non era certo il suo posto, ma non avrebbe mai fatto in tempo a scendere di sotto e tornare.

— Nulla di veramente significativo, capitano — rispose Benj. — Si sono limitati ad avanzare tra i grandi massi e credo abbiano percorso un bel po’ di strada, forse quattro o cinque chilometri, senza incontrare alcun relitto o segno di vita. Mi hanno però riferito di aver notato una formazione nuvolosa un poco più a ovest a meno di cento metri dal suolo. Dato che la telecamera è puntata verso la Kwembly, non sono però riuscito a dare un’occhiata a mia volta. Comunque, una formazione nuvolosa a bassa quota potrebbe rappresentare un rischio serissimo: se ben ricordo, gli elicotteri in vostra dotazione non possiedono strumentazione per il volo cieco e nelle nuvole è facile perdere l’orientamento e precipitare prima di rendersi conto di cosa è successo. Trovo incredibile che le cose siano andate così e anche Stakendee, che si dice convinto che quelle nuvole siano troppo piccole per provocare un disastro del genere.

Dondragmer si sentì subito propenso a condividere quell’opinione: non poteva credere che delle semplici nuvole potessero rappresentare un pericolo, e quindi avrebbe accettato qualsiasi ipotesi tranne quella. Un’occhiatina sopra la sua testa rivelò solo il cielo nero pieno di stelle; forse le nuvole non avevano ancora raggiunto la Kwembly. Comunque, se le nuvole venivano spinte verso la Kwembly come aveva detto Benj, Stakendee poteva aver visto la coda dell’ammasso nuvoloso che quindi doveva trovarsi molto più a ovest quando gli elicotteri erano in volo. Questo forse non significava molto per Kervenser, che poteva trovarsi molto lontano quando era scomparso, ma poteva avere qualche importanza per Reffel anche se ancora non ne era convinto. L’attenzione di Dondragmer tornò a Benj, che aveva ripreso a parlare.

— Stakendee dice che il letto del fiume sale in modo considerevole, ma non mi ha detto come ha fatto a stabilirlo. Solo che sono saliti di forse due metri da quando hanno lasciato la Kwembly — riferì il ragazzo. Variazioni di pressione, pensò Dondragmer. Erano sempre così percettibili nelle tute spaziali. Solo arrampicarsi sulla sommità della Kwembly creava una variazione che veniva distintamente avvertita. Inoltre, l’ondata di piena li aveva sospinti in basso molto velocemente; con la gravità di Dhrawn, la caduta di pressione doveva essere notevole. — La sola grande differenza riguarda la natura del terreno. Ormai si sono lasciati dietro i grandi massi che caratterizzano la vostra area e procedono sulla nuda roccia, rotta qua e là da pozze gelate.

— Grazie Benj. I vostri meteorologi sono riusciti a stabilire quando avverrà un’altra inondazione?

Il ragazzo ridacchiò, ma quel suono non significava nulla per il mesclinita. — No. Temo proprio che il dottor McDevitt abbia paura di sbilanciarsi. Il dottor Aucoin se ne stava lamentando poco fa, ma McDevitt ha risposto che ci sono voluti diversi secoli prima che l’uomo riuscisse a produrre previsioni accettabili sulla Terra con un solo elemento di cui tener conto, l’acqua, e con il pianeta interamente accessibile, e quindi che era assurdo aspettarsi risultati concreti nei pochi anni di esplorazione su Dhrawn: qui bisogna tener conto di due variabili oltre allo sbalzo di temperatura, che può variare da cinquanta a oltre mille gradi Kelvin, senza parlare del fatto che conosciamo molto poco di tutto il pianeta. Ha anche detto che siamo stati fortunati che non si siano create delle aree gelate pronte a trasformarsi in paludi a ogni variazione di temperatura e forti piogge locali intervallate da venti gelati capaci di ghiacciare il ponte dei ricognitori in pochi minuti e quaranta altre cose Che il computer continua a ripetere ogni volta che lui vi inserisce una variabile. Era divertente vedere Aucoin che cercava di calmarlo: in genere succede l’opposto.

— Quasi mi dispiace di non esser stato presente anch’io. Sembra si sia divertito — replicò il capitano. — Ha riferito a McDevitt delle nuvole descritte da Stakendee?

— Oh, certamente. L’ho detto a tutti. Questo comunque è successo pochi minuti fa e quindi bisognerà aspettare un po’ per la risposta. Comunque non conterei molto su una previsione, capitano. Non ne sappiamo abbastanza su Dhrawn per poter interpretare tutti i fenomeni atmosferici che ci descrivete, figuriamoci prevederli. Adesso che ci penso però c’era una cosa: il dottor McDevitt ha insistito molto per sapere di quanto Stakendee e i suoi erano saliti rispetto al punto di partenza e mi ha detto di fargli sapere quando le nuvole raggiungono la Kwembly. Mi dispiace… avrei dovuto dirglielo prima.

— Non importa — replicò Dondragmer. — Il cielo è completamente sgombro di nubi. Le farò sapere il momento in cui le vedo avvicinarsi. Questo significa forse che McDevitt teme stia per calare un’altra volta la nebbia, come poco prima dell’inondazione che ci ha trascinati fin qui?

Nonostante le sue difese innate contro la paura, Dondragmer non poté evitare di sentirsi profondamente a disagio mentre aspettava la risposta.

— Non lo ha detto e non lo dirà mai. Ha fatto troppe brutte figure. Eviterà attentamente di fare qualsiasi previsione per un po’, naturalmente se la questione non riguarda qualche emergenza in cui potreste trovarvi. Aspetti! C’è qualcosa sullo schermo di Stakendee — esclamò Benj. Dondragmer sentì tendersi le sue molte zampe. — Mi lasci controllare. Sì, tutti i componenti del gruppo sono in vista tranne uno che sta portando la telecamera, perché vedo l’immagine sobbalzare ogni tanto. In lontananza si vede una luce che mi pare più forte del solito anche se non sono affatto sicuro della distanza. Non so se l’ha vista anche il gruppo, ma credo di sì dato che lei mi ha detto che i vostri occhi sono più sensibili della telecamera. Mamma, guarda anche tu. Cosa può essere? Debbo avvisare Barlennan? Dondragmer è ancora in linea. Sì, Stakendee l’ha vista e il gruppo si è fermato. Anche la luce però si è fermata. Il volume della telecamera è al massimo, ma non riesco a sentire nulla che abbia un senso, ecco, adesso hanno sistemato la telecamera a terra e si stanno sparpagliando nelle vicinanze. Ora posso vederli tutti e sei. Il terreno è quasi completamente spoglio, solo roccia e qualche pozza gelata. Neanche un masso. Ora i mescliniti di Stakendee hanno spento le torce, e l’unica luce rimasta visibile è quella emessa dal misterioso visitatore. Ora è più luminosa, ma forse si deve al fatto che il buio è più intenso. Ora non si vede più nulla, ma…. ecco, l’immagine è tornata. Qualcuno del gruppo si era sistemato inavvertitamente davanti all’obbiettivo, forse qualcuno che si è sollevato per vedere meglio. Riesco a sentire qualche suono, ma non sono parole che conosco. Non capisco perché… aspetti. Adesso Stakendee e i suoi hanno riacceso le torce elettriche e due di loro stanno venendo verso la telecamera. La stanno sollevando e la stanno portando più vicino alle luci. Ora posso vedere bene: c’è un po’ di nebbia in giro, e un banco staziona a pochi metri dal suolo non molto distante da loro. Ma… la luce sembra provenire dal banco di nebbia! Non sono ancora riuscito a capire quanto dista dai nostri. Il terreno non offre nessun aiuto, composto com’è di sola roccia piatta, e gli unici punti di riferimento sono i sei mescliniti appiattiti al suolo con le loro luci e una linea scura a poca distanza da loro che potrebbe essere un ammasso roccioso, o forse un piccolo corso d’acqua che attraversa l’immagine da sinistra a destra. Ora mi sembra di vedere qualche movimento vicino alla luce. Non sarà per caso il fanale dell’elicottero? Non ho idea della distanza, e non so quanto grandi siano gi elicotteri e come sia puntato il fanale quando stazionano a terra.

“Ora si vede meglio. Sì, qualcosa si sta muovendo. Sta venendo verso i nostri e sembra una figura nera nella nebbia. Se la distanza è quella che penso, dovrebbe essere grande quanto un mesclinita. Forse… forse è Kervenser, o Reffel.

“Sì, sono certo che si tratta di un mesclinita ma è ancora troppo lontano per riconoscerlo. Tra l’altro non sono sicuro di conoscere i due piloti dispersi. Ecco, sta attraversando la linea scura di cui ho riferito prima. Deve trattarsi di acqua… sì, è acqua perché ho visto degli spruzzi levarsi al passaggio del nuovo venuto. Ora si trova solo a pochi metri di distanza. Gli altri si stanno avvicinando a lui. Credo che si stiano parlando, ma con voce troppo bassa per permettermi di sentire. Tutti si agitano e io non riconosco nessuno. Se solo si avvicinassero un po’ potrei chiedere notizie, ma suppongo che verremo messi al corrente di tutto tra pochi minuti. Non possono sentirmi così lontani e con addosso le tute spaziali. Ecco, si stanno avvicinando e il gruppo si sta aprendo. Due di loro sono davanti alla telecamera: suppongo si tratti di Stakendee e di uno dei…”

Un grido interruppe Benj, un grido emesso dalla persona che gli stava di fianco che raggiunse non solo le orecchie di tutti i presenti ma anche tre microfoni diversi e attraverso di essi tre stazioni riceventi su Dhrawn, dove produsse tre risultati molto diversi.

— Kabremm! Ma dove sei sparito in tutti questi mesi? — gridò Easy Hoffman, rimanendo a bocca aperta.

11

Gioco rischioso

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Non fu certo colpa di Kabremm, anche se Barlennan ci mise un bel po’ di tempo a perdonarlo. La telecamera si trovava lontana e dato che muoveva dal buio verso le luci del gruppo di Stakendee, il nuovo venuto non avrebbe mai potuto notarla in tempo. Ma anche se l’avesse notata, Kabremm non se ne sarebbe preoccupato più di tanto. Gli umani sembravano tutti uguali alla maggior parte dei mescliniti e quindi diede per scontato che la stessa cosa succedesse in senso opposto. Certo non si sarebbe messo in mostra di proposito, ma una volta notato che lo strumento lo stava inquadrando pensò che uno scarto improvviso o comunque un movimento sospetto rappresentassero un pericolo ben maggiore che rimanere tranquillo dov’era.

Quando la voce di Easy eruttò dal microfono era ovviamente sessantaquattro secondi troppo tardi per fare qualcosa. Stakendee, il cui primo impulso non appena udì l’urlo di Easy fu lanciarsi contro l’apparecchio e farlo in mille pezzi, realizzò in tempo che questo non avrebbe fatto altro che peggiorare sensibilmente le cose.

Ai due fu impossibile rimediare sul momento. Non erano molto esperti in imbrogli e intrighi vari, anche se i mescliniti conoscevano perfettamente l’arte dell’inganno. Quei due comunque non brillavano molto per la loro intelligenza. Entrambi infine sostenevano con entusiasmo il progetto della colonia clandestina.

Entrambi però capirono che qualsiasi cosa facessero per cercare di rimediare al pasticcio combinato poteva contraddire quello che Barlennan o Dondragmer avrebbero fatto una volta coordinate le idee. Ma concertare l’azione era impossibile. Dopo qualche istante Stakendee pensò di rivolgersi a Kabremm come se si trattasse di Reffel o di Kervenser, ma alla fine dubitò dell’efficacia dell’espediente. Easy Hoffman doveva sentirsi molto sicura per erompere in un’esclamazione del genere e una smentita da parte di Kabremm avrebbe aiutato poco, anche perché probabilmente Kabremm non sapeva dei due elicotteri mancanti.

La donna umana non aveva aggiunto altro all’esclamazione. Probabilmente attendeva la risposta. Cosa aveva visto durante quel breve lasso di tempo!

Anche Barlennan aveva sentito l’urlo di Easy. Nonostante la distanza, in quel momento si trovava in una posizione insolitamente simile a quella di Stakendee. Poteva solo ipotizzare il motivo per cui Kabremm si trovava nelle vicinanze della Kwembly, anche se la scomparsa dei due elicotteri lo aveva preparato per un’eventualità del genere. Solo uno dei tre dirigibili in servizio veniva impiegato per le comunicazioni tra la seconda colonia e la base; gli altri erano affidati al controllo di Destigmet con compiti di ricognizione ed esplorazione. Tuttavia, Dhrawn era tanto grande da rendere la presenza di uno di essi vicino alla Kwembly un’autentica coincidenza.

Comunque, ormai era successo. Pura sfortuna, si disse Barlennan, dovuta soprattutto al fatto che l’unico umano capace di riconoscere Kabremm seguiva in quel momento la scena. Pertanto gli umani ora sapevano che l’equipaggio della Kwembly non era scomparso nel nulla. Nessuno aveva pensato a una simile possibilità e quindi non esisteva una storia plausibile che Kabremm potesse raccontare senza paura di contraddirsi all’esame dei fatti. Forse Dondragmer sarebbe riuscito a riempire il vuoto; dopotutto, aveva avuto a disposizione un po’ di tempo per pensare e, indipendentemente dalla sua opinione sull’inganno della Esket, non era tipo da tirarsi indietro davanti a una decisione. Difficile comunque capire cosa potesse mai fare; Barlennan non aveva idea di come rispondere quando la questione sarebbe saltata fuori, né tantomeno sapeva cosa avrebbe risposto Dondragmer. Forse il modo migliore di uscirne era affermare con convinzione la propria estraneità ai fatti e rimettersi completamente al rapporto di Dondragmer. Perlomeno il capitano sarebbe riuscito a impedire che qualche risposta avventata di Kabremm, che aveva fatto proprio una figura da imbecille, compromettesse tutto una seconda volta.

Per buona pace della sua tranquillità mentale, Barlennan non capì veramente dove era avvenuto l’incontro. Pochi secondi prima del suo urlo Easy gli stava dicendo che Benj aveva visto qualcosa su uno degli schermi della Kwembly, altrimenti avrebbe pensato che Kabremm fosse inavvertitamente entrato nel campo ottico di una delle telecamere della Esket. In effetti non sapeva nulla della spedizione partita alla ricerca dei due piloti dispersi e quindi pensò che l’incontro fosse avvenuto all’esterno della Kwembly e non a sette chilometri di distanza. Per i mescliniti però quei sette chilometri equivalevano a sette anni luce data l’impossibilità di comunicare al di là della portata della propria voce. Bisognava per forza passare dagli umani e quindi Dondragmer poteva solo fare quello che si preparava a fare lui: aspettare. In ogni caso, almeno sul momento il capitano della Kwembly ebbe l’idea buona per sbloccare la situazione.

Anche Dondragmer udì l’esclamazione di Easy Hoffman e molto più forte di Barlennan, dato che si trovava proprio davanti allo schermo. Comunque, tutto questo rappresentava per lui solo un diversivo; la sua attenzione andava piuttosto ad alcune parole pronunciate da Benj con noncuranza. Il loro effetto fu tale da spingerlo a interrompere una comunicazione con una chiamata urgente, cosa che in genere veniva accuratamente evitata. — Ascoltatemi! — esclamò. — Prima di procedere oltre con le speculazioni vorrei ricevere maggiori informazioni su quell’acqua… quella di cui Benj ha riferito e che si trova a poca distanza dal gruppo di ricerca. Se si tratta di un corso d’acqua, questi sono i miei ordini: Stakendee con due aiutanti deve risalirlo portando con sé il prendimmagini per informare voi, e quindi me, della sua natura e delle sue origini e in particolare se il flusso di liquido sembra aumentare. Gli altri invece debbono discenderlo fino a scoprire quanto vicino arriva alla Kwembly. Una volta accertatolo debbono tornare immediatamente a bordo. Mi occuperò più tardi dell’identità del nuovo venuto. Comunque, sono lieto del risultato positivo della spedizione. Per tornare al corso d’acqua, se saltasse fuori che rappresenta l’inizio del nuovo disgelo dobbiamo smettere immediatamente qualsiasi attività e concentrare tutti gli sforzi nella rimozione delle colture idroponiche prima che sia troppo tardi: non basta portarle fuori dalla Kwembly, dobbiamo trasportarle completamente fuori dalla valle. Questi sono gli ordini, e vanno eseguiti al più presto.

Questa richiesta cominciò ad arrivare alla stazione subito dopo la ricezione a terra dell’urlo di Easy e sollevò Kabremm e Stakendee dall’obbligo di dire qualcosa. Mersereau e Aucoin non c’erano e quindi Benj ripetè l’ordine ai membri del gruppo senza creare difficoltà. Dopo qualche esitazione, Easy si ripromise di approfondire i suoi dubbi in seguito e iniziò a riferire gli ultimi sviluppi a Barlennan. Se Dondragmer riteneva possibile una nuova emergenza sentiva di dover operare in modo da non mettergli i bastoni tra le ruote: dopotutto era lui che rischiava. In ogni caso, non riuscì a staccare gli occhi dallo schermo su cui era comparso Kabremm. Come poteva trovarsi lì? La sua presenza necessitava una spiegazione. Ma l’emergenza fece il gioco di Barlennan.

Dopo aver riferito dell’ordine di Dondragmer, Easy pensò bene di aggiungervi un rapporto che chiarì molte cose a Barlennan.

— Non ho idea di che quadro abbia della situazione, comandante, perché gli avvenimenti si stanno succedendo piuttosto confusamente. Dopo la scomparsa degli elicotteri, Dondragmer ha inviato una spedizione dotata di telecamera in cerca di Reffel e Kervenser. Questo è il gruppo che ha scoperto il corso d’acqua che preoccupa tanto Dondragmer e che allo stesso tempo ha trovato Kabremm. Non ho idea di come possa essere arrivato fin lì, a migliaia di chilometri dalla Esket, ma immagino che Dondragmer lo interrogherà e ci riferirà la sua storia non appena possibile. Mi sono domandata spesso se lui e gli altri non erano ancora vivi, ma mi sembrava impossibile dopo tanto tempo. Sapevo che il sistema di biorigenerazione può venir rimosso e installato in un campo provvisorio in caso il veicolo debba venir abbandonato, ma sembrava che dalla Esket non fosse stato portato via nulla. Questa notizia rappresenta una grande novità e fornisce una speranza: che voi mescliniti possiate vivere da qualche parte su Dhrawn senza bisogno dell’aiuto umano.

La risposta di Barlennan si limitò a un generico “ricevuto” con qualche distratto ringraziamento di prammatica. L’ultima frase di Easy aveva dato in qualche modo un nuovo corso ai suoi pensieri.

Benj prestò scarsa attenzione alle parole di sua madre dato che doveva prestare attenzione a quello che stava facendo. Ripeté gli ordini di Dondragmer alla spedizione e vide il gruppo dividersi come richiesto, anche se mancò di notare la confusione causata da Kabremm quando raccontò a Stakendee come era giunto fin lì. Successivamente il ragazzo riferì al capitano mesclinita dell’inizio della missione. Si comportò complessivamente come dovuto, anche se non poté evitare di metterci del suo tra la serie di comunicazioni che si intrecciavano.

— Capitano, spero che questo non la spinga ad abbandonare il lavoro a metà. Immagino che per portare fuori le colture sia necessario tutto l’equipaggio, ma credo che valga la pena di tentare di liberare la Kwembly. Non può abbandonare così il ricognitore e Beetchermarlf è ancora prigioniero là sotto col suo amico: moriranno se i lavori si fermano. Non credo ci vogliano molti marinai per far funzionare il dispositivo a resistenza.

Dondragmer ormai si era fatta un’opinione chiara della personalità di Benj Hoffman, anche se alcuni comportamenti sembravano fondamentalmente oltre la sua portata. Rispose quindi con tutto il tatto possibile.

— Fino a quando esisterà qualche possibilità di salvarla non ho certamente intenzione di abbandonare la Kwembly — disse — ma la presenza di acqua a pochi chilometri da noi mi obbliga a pensare che il rischio di una seconda inondazione sia molto elevato. L’equipaggio, come gruppo, viene per primo. La barra metallica che abbiamo tagliato verrà posta a contatto del ghiaccio tra pochi minuti. Una volta attivata, rimarranno ad occuparsene solo Borndender e un altro marinaio. Tutti gli altri, a eccezione naturalmente di Stakendee e il suo gruppo, inizieranno a trasportare le colture e le lampade fuori dalla vallata. Non ho alcuna intenzione di abbandonare i miei timonieri, ma se mi dovessero riferire con certezza che l’acqua sta salendo non esiterei a ordinare l’evacuazione abbandonandoli al loro destino. L’idea può apparire sgradevole e me ne rendo conto, ma sono certo che capirà che non c’è altro da fare.

Il capitano non aggiunse altro domandandosi senza troppa enfasi cosa avrebbe risposto Benj. Ma non poteva stare ad aspettare: aveva troppo da fare.

Si spostò verso la vetrata per osservare il pesante pezzo metallico, destinato a diventare un elemento riscaldatore se l’idea degli umani funzionava, che veniva abbassato lungo il lato a tribordo dello scafo. Delle funi lo avvolgevano per intero passando per dei morsetti disposti lungo tutta la barra e mantenute sempre tese dai marinai sul ghiaccio, che la- i sciavano correre le funi centimetro dopo centimetro sotto l’occhio attento di Praffen. Appollaiato sulla paratia dell’hangar degli elicotteri con il corpo sollevato in tutta la sua altezza, Praffen osservava le attività sotto di lui emanando a gesti una serie di ordini quando la sezione di tribordo della barra metallica venne calata lentamente per lasciar posto qualche istante dopo alla sezione opposta. Dondragmer fremette leggermente quando il marinaio sembrò sul punto di perdere l’equilibrio tradito dal leggero dondolio della barra metallica, ma Praffen la lasciò scorrere mantenendo un buon numero di zampe sul cornicione della paratia mobile e almeno tre paia di chele saldamente attaccate alle maniglie. Una volta passata la sbarra i rischi erano terminati, e lui fece cenno ai marinai che tenevano le corde di accelerare un poco la discesa. Furono necessari meno di cinque minuti per posare la barra metallica sul ghiaccio. Approfittando di quell’ultima parte dell’operazione Dondragmer si infilò la tuta spaziale e uscì dalla Kwembly dove emanò un certo numero di ordini con gran dispendio di fischi e suoni. Alla fine tutti si avvicinarono al portello principale per iniziare il trasferimento delle vasche di biorigenerazione, mentre il capitano rientrò all’interno per riprendere il contatto radio con Benj e Stakendee.

Mentre la barra veniva calata Benj, che seguì tutte le fasi del lavoro grazie alla nuova posizione della telecamera sul ponte, non proferì parola. Quello che vedeva non necessitava di commenti. Il ragazzo però non poté evitare di fremere quando vide l’equipaggio al gran completo raggiungere il portello principale. Dondragmer aveva ragione, ma non gli piaceva comunque vedere che le operazioni destinate a salvare la vita di Beetchermarlf venivano sospese così crudamente, lasciando tutto in mano a due soli mescliniti. Le loro difficoltà con il generatore servirono comunque a distrarlo e contribuirono a farlo sentire utile.

Benj non sapeva quale dei due fosse Borndender. Tuttavia quello che fecero lo interessò più delle loro identità, soprattutto quando armeggiarono malamente con i contatti.

La barra metallica era abbastanza rigida da sopportare bene gli urti e anche posata sul ghiaccio mantenne discretamente la sua forma originale. Ricordava una stretta e gigantesca forcina per capelli, con una protuberanza ricurva al centro per evitare la grande paratia mobile dell’hangar, le cui estremità si trovavano a sessanta, settanta centimetri una dall’altra. I componenti originalmente verticali della sua curvatura, prima forzati in posizione dalla forma stessa dello scafo, tendevano però ad appiattirsi per via dell’attrazione gravitazionale. I morsetti sarebbero rimasti: si trovavano disposti verso l’alto e quindi rimuoverli era inutile: il contatto con il ghiaccio era ottimo lungo tutta la resistenza.

I mescliniti trascorsero alcuni minuti tentando di raddrizzare la barra. Benj pensò che agissero così per liberare la porzione maggiore di scafo nel minor tempo possibile. Finalmente qualcuno capì che le due estremità dovevano trovarsi vicine comunque per poter entrare nello stesso generatore; quel lavoro venne abbandonato e i due si affrettarono a portare a poppa il generatore. Uno di essi si abbassò per esaminare le prese e il collegamento realizzabile con la barra, mentre l’altro rimase immobile nelle immediate vicinanze.

Benj non riuscì a vedere bene il generatore, dato che sullo schermo appariva molto piccolo, ma conosceva quel tipo di apparato. Era un normale convertitore standard, leggermente modificato a beneficio dei mescliniti. Comprendeva numerose prese di corrente che traevano energia modificando gli impulsi del campo magnetico che consentiva il moto meccanico. La corrente elettrica continua necessaria al funzionamento della resistenza poteva venir tratta da una qualunque di quelle prese. Il generatore era inoltre fornito di piastre di contatto a cui poteva venir data corrente, di connettori a spina per circuiti e di semplici prese unipolari che si trovavano alle estremità opposte dell’involucro. Le piastre sarebbero state le più facili da impiegare, ma Benj apprese poi che i mescliniti rifiutavano di usarle perché le ritenevano troppo pericolose. Finalmente i due decisero di usare le prese. Questo significava che un’estremità della gigantesca forcina doveva venir connessa a una presa e l’altra a una presa diversa sul lato opposto. Borndender sapeva che le estremità erano troppo grosse per entrare nel foro della presa e che sarebbe stato necessario assottigliarle sensibilmente, e quindi aveva pensato di portare con sé tutta l’attrezzatura necessaria. Questo aspetto del lavoro non presentò particolari problemi. Piegare le estremità una verso l’altra fu però molto più difficile. Mentre ancora lavorava su questo problema, il resto dell’equipaggio emerse dal portello principale con il suo carico di vasche per colture idroponiche, pompe, lampade e generatori di energia dirigendosi subito verso il lato nord della valle. Borndender li ignorò, rivolgendo loro solo una breve occhiata per domandarsi se qualcuno poteva abbandonare il suo lavoro per venire ad aiutarlo. Piegare le estremità della barra una verso l’altra a novanta gradi non comportava solo una certa forza fisica. La barra era semicircolare, con un diametro inferiore al centimetro. Sullo schermo pareva un grosso cavo metallico, anche se da vicino il suo spessore appariva evidente. La lega rimaneva sufficientemente compatta anche a centosettanta gradi Kelvin e quindi non sussistevano rischi di rottura. La forza dei mescliniti era certamente sufficiente allo scopo. Quello che mancava ai due scienziati e che rendeva l’operazione un’avventura era la trazione. Il ghiaccio sotto le loro zampe, composto di acqua con una certa percentuale di ammoniaca neppure troppo ghiacciata, risultava estremamente scivoloso. Le zampe dei mescliniti avevano un diametro tanto ridotto da penetrare nel terreno a ogni passo e questo, combinato con la loro struttura appiattita e molteplicità di punti di appoggio, impediva loro di scivolare sulla superficie gelata che circondava la Kwembly. In quel momento però Borndender e il suo assistente cercavano di applicare una potente spinta verso l’interno sulle estremità della barra e il loro peso limitato non bastava per piantare le zampe saldamente nel ghiaccio. Il metallo rifiutò di piegarsi e i lunghi corpi affusolati vennero proiettati lontano con la terza legge


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della gravità di Newton in completo controllo della situazione. Quella vista fu tanto comica da far scoppiare Benj in una risata nonostante le sue preoccupazioni, risata condivisa da Seumas McDevitt che era appena sceso dal laboratorio.

Borndender risolse i suoi problemi rientrando nella Kwembly per uscirne poco dopo con la trivella. Con questa eseguì nel ghiaccio sei fori profondi una trentina di centimetri in cui sistemò alcune putrelle della torre di trivellazione, in modo da creare una serie di punti d’appoggio per le proprie zampe, e finalmente la grande forcina divenne più simile a un calibro.

Inserire le estremità nei fori appropriati risultò relativamente facile dopo la limatura. Bisognava sollevarle leggermente per portarle all’altezza delle prese, ma trattandosi di un lavoro di muscoli che non implicava alcuna trazione venne svolto in meno di mezzo minuto. Con qualche esitazione, evidente anche agli spettatori umani, Borndender si avvicinò ai comandi del generatore. Benj e McDevitt seguivano altrettanto tesi. Dondragmer non era affatto certo che la Kwembly non corresse rischi, visto che poteva basarsi solo sulla parola degli umani, ma anche i due spettatori nutrivano qualche dubbio sulla reale efficacia di un simile meccanismo.

I loro dubbi vennero subito dissipati. I meccanismi di sicurezza di cui il generatore era dotato si comportarono adeguatamente per quanto riguardò la sicurezza del generatore stesso, ma non furono in grado di analizzare in dettaglio la corrente esterna effettiva. I meccanismi di sicurezza consentivano al generatore di emettere corrente, e non voltaggio, fino al limite selezionato con i comandi manuali. Naturalmente Borndender selezionò la potenza minima disponibile. La resistenza tenne per parecchi secondi e avrebbe potuto tenere per sempre se le estremità non si fossero trovate fuori dal ghiaccio.

Per la maggior parte della lunghezza del circuito tutto andò bene. Una nuvola di microscopici cristalli di ghiaccio cominciò a salire qualche secondo dopo aver dato corrente, come se il ghiaccio si trasformasse direttamente in vapore sotto il calore della barra per ritrasformarsi nuovamente in ghiaccio a contatto dell’aria densa e gelata. Il vapore gelato nascose alla vista la barra che penetrava nel ghiaccio, ma nessuno dubitò che stesse succedendo.

Gli ultimi trenta centimetri del circuito non erano però protetti a sufficienza dagli elevati specifici e dalla dispersione di calore nell’acqua. Quella sezione metallica non diede inizialmente mostra in alcun modo della corrente elettrica che vi transitava, ma dopo tre secondi circa cominciò a diventare incandescente. La resistenza della barra crebbe naturalmente con la temperatura e nello sforzo di mantenere costante l’emissione di corrente il generatore aumentò il voltaggio. Il calore addizionale che ne seguì si concentrò soprattutto nelle sezioni già surriscaldate. La nuvola di cristalli di ghiaccio venne illuminata da un bagliore rosso che immediatamente iniziò a trasformarsi in bianco, obbligando Dondragmer a spostarsi istintivamente verso l’altra estremità del ponte mentre Borndender e il suo compagno si appiattirono sul ghiaccio il più possibile.

I due osservatori umani emisero un urlo, Benj senza senso mentre McDevitt esclamò: — Non può scoppiare! — Naturalmente le loro reazioni erano troppo tardive per risultare di qualche efficacia. Quando l’immagine raggiunse la stazione un’estremità della barra aveva già iniziato a fondersi e il generatore si era fermato da solo. Borndender, alquanto sorpreso di ritrovarsi vivo e integro, corresse la procedura automatica con i comandi manuali e senza perder tempo a contattare il suo capitano iniziò ad analizzare l’accaduto.

Non gli ci volle molto per capirlo. Era capace di analisi ordinate e approfondite e aveva appreso molta più tecnologia aliena di quanto avessero potuto fare i due timonieri che aspettavano di venir salvati a pochi metri di distanza. Comprendeva la struttura e il funzionamento dei generatori quanto uno studente di liceo comprendeva la struttura e il funzionamento di un televisore. Non sarebbe mai stato in grado di costruirne uno per conto suo, ma era capace di dedurre col ragionamento le cause di una malfunzione come quella. Ma era più un chimico che un fisico, perlomeno per quanto riguardava il suo corso di istruzione.

Mentre Benj e McDevitt osservavano la scena stupiti e Dondragmer provava un profondo disagio, i due scienziati piegarono nuovamente le estremità in modo da provare un’altra volta. Con la trivella eseguirono una buca larga abbastanza da contenere il generatore alla fine della profonda scanalatura scavata dalla resistenza in quei pochi secondi di funzionamento. I due sistemarono il generatore nella buca, collegarono le estremità e seppellirono il tutto sotto del ghiaccio lasciando fuori solo i comandi. Finalmente Borndender diede corrente, allontanandosi poi molto più velocemente di prima.

La nuvola di cristalli di ghiaccio ricomparve, ma stavolta crebbe e si estese avvolgendo in breve la sezione più vicina della Kwembly, che comprendeva il ponte. Dondragmer e la telecamera si ritrovarono così avvolti nella nebbia. Anche in lontananza la nube, illuminata dalle luci esterne del ricognitore, si fece visibile e i mescliniti che stavano portando via le colture idroponiche si fermarono per osservare il fenomeno mentre Stakendee e i suoi notarono un bagliore a chilometri di distanza in direzione della Kwembly. Stavolta la resistenza penetrò per l’intera sua lunghezza nella superficie gelata, trasformando all’istante il ghiaccio in vapore bollente, che si ritrasformò in acqua a pochi millimetri di distanza a causa dell’effetto condensa per ritrasformarsi in vapore mentre precipitava e in cristalli di ghiaccio non appena varcata l’area soggetta all’effetto del calore. La pozza d’acqua calda che si formò, lunga circa tre quarti della lunghezza della Kwembly e larga più di due metri, cominciò a infiltrarsi nel ghiaccio circostante mentre un soffio di vento spazzava via la nube di cristalli di ghiaccio che fluttuava sul terreno.

Una parte della pozza raggiunse lo scafo e Dondragmer, che notò la cosa grazie alla momentanea dispersione della nube per opera del vento, fu assalito da un pensiero terrorizzante. Si infilò in fretta e furia la tuta spaziale e scese di sotto per raggiungere la paratia interna del portello principale. Una volta arrivato però si sentì indeciso su cosa fare. Con adesso la tuta spaziale era impossibile dire se il calore penetrava nello scafo, sprovvisto di termometri a eccezione del laboratorio. Per un attimo pensò di scendere e prenderne uno, ma poi decise che ci voleva troppo tempo per andare e tornare. Aprì quindi senza esitazioni la valvola di sicurezza situata sulla paratia esterna, manovrabile anche dall’interno per mezzo di un sistema di funi che passava per il liquido contenuto nella vasca. Non sapeva se il calore sviluppato dalla resistenza fosse in grado di riscaldare la Kwembly al punto da causare l’evaporazione dell’ammoniaca che fungeva da isolante nei portelli, ma non se la sentiva di rischiare. Certo lo scafo era perfettamente isolato e la dispersione del vapore sarebbe avvenuta lentamente, ma se il vapore fosse stato tanto da generare pressione, e quindi un’esplosione, tutto era perduto. Questo rappresentava un esempio di scarsa conoscenza capace di portare a preoccupazioni inverosimili: la temperatura necessaria per portare la tensione di vapore dell’ammoniaca a valori vicini ai valori ambientali avrebbe reso la paura di un’esplosione l’ultimo dei pensieri di qualunque mesclinita. In ogni caso aprire la valvola non poteva arrecare alcun danno e il capitano tornò velocemente sul ponte sentendosi decisamente sollevato.

La brezza gentile che soffiava da ovest spazzò via le spirali di nebbia gelata provenienti dalla pozza, che gli parve subito notevolmente più grande e profonda. Anche l’area della Kwembly a contatto dell’acqua si era estesa, ma man mano che passavano i minuti sentiva che doveva pur esistere un limite all’uso di quella cosa. Di tanto in tanto riusciva a vedere Borndender e l’altro marinaio muoversi nei paraggi in cerca del punto di osservazione più indicato. Finalmente i due si sistemarono quasi sotto il ponte con il vento alle spalle.

Per qualche tempo il livello del liquido sembrò statico, anche se nessuno degli osservatori sapeva dire perché. Più tardi si pensò che la pozza aveva raggiunto una sacca d’acqua rimasta sotto la Kwembly che impiegò almeno quindici minuti per evaporare del tutto. Passato quel periodo, tra l’acqua ribollente cominciarono a spuntare i massi del fondo e Dondragmer cominciò a considerare il problema di disattivare il generatore prima che la barra cominciasse di nuovo a fondere.

Sapeva ormai che il generatore non poteva esplodere, ma la barra si era già accorciata di diversi centimetri e un altro corto circuito avrebbe reso del tutto impossibile rimettere in funzione l’impianto di condizionamento. Bisognava fare di tutto per evitarlo; fondere altri centimetri dell’elemento metallico era quindi l’ultima cosa che desiderava. L’acqua evaporava a una velocità considerevole e la barra metallica si trovava ormai a contatto del fondo sotto pochi centimetri di acqua. Il capitano si chiese se avrebbe fatto in tempo a raggiungere i controlli per evitare il ripetersi del cortocircuito avvenuto in precedenza. Non sprecò neppure un secondo per rimproverare mentalmente gli scienziati per non aver connesso una fune ai comandi appropriati del generatore: anche lui dopotutto se n’era scordato.

Si infilò nuovamente la tuta spaziale e uscì all’esterno passando dal portello sul ponte. In quel punto la curvatura dello scafo nascondeva la pozza alla vista. Dondragmer iniziò a scendere nella nebbia il più in fretta possibile, mantenendosi saldamente agli appigli. Mentre scendeva urlava a squarciagola: — Borndender, disattivi il generatore! Borndender, non voglio perdere neppure un altro millimetro di barra!

Un fischio proveniente dal basso gli rivelò che era stato sentito, ma attraverso la nebbia non giunsero conferme o richieste di chiarimenti. Dando fondo a tutta la sua agilità, Dondragmer discese a tempo di record. La vista incoraggiante di qualche voluta di vapore proveniente da sotto il materasso pneumatico e le ruote, tornate visibili, lo aiutò a vincere la paura dell’altezza. Naturalmente l’acqua non bolliva, data la pressione esistente su Dhrawn, ma risultava caldissima anche per gli standard dei mescliniti e Dondragmer non si fece troppe illusioni sulla capacità della tuta spaziale di proteggerlo. Solo in quel momento gli venne in mente che la temperatura doveva esser troppo calda anche per i due timonieri dispersi. Facile quindi che fossero morti, bolliti vivi dall’apparato destinato teoricamente a salvarli. Ma questo pensiero non durò molto: c’era troppo lavoro da fare.

Il generatore si trovava molto a poppa rispetto alla sua posizione ma poteva avanzare al sicuro solo in avanti. In ogni caso raggiungere l’unità non sarebbe stato facile, dato che ora si trovava presumibilmente immersa nell’acqua bollente. Se bisognava saltare, darsi la spinta sugli appigli dello scafo non rappresentava certo la soluzione migliore. Dondragmer decise di avanzare.

Finalmente uscì dal banco di nebbia gelata. Borndender e il suo assistente non erano in vista. Probabilmente stavano girando attorno allo scafo per tentare di eseguire i suoi ordini. Il capitano continuò ad avanzare e pochi metri più avanti trovò il modo di scendere su un cornicione di ghiaccio rimasto attorno allo scafo.

Fu obbligato però a fermarsi quasi subito, in quanto il cornicione penetrava nuovamente nella nebbia gelata: era troppo stretto per rischiare. Lanciò un richiamo nell’assoluto silenzio e fu molto confortato nel sentire che qualcuno rispondeva. I due membri del suo equipaggio non erano caduti nell’acqua bollente. Li raggiunse quasi sotto la prua del ricognitore, dopo aver compiuto un mezzo giro attorno alla Kwembly dalla parte ancora prigioniera del ghiaccio. I risultati erano estremamente scarsi, in quanto non solo il generatore risultava fuori portata, ma anche fuori vista. Saltare nell’acqua rappresentava come minimo un’idea balzana, anche se normalmente i mescliniti tendevano a considerare simili ipotesi. Borndender e il suo assistente però non lo avevano fatto e Dondragmer si ritrovò a pensare che a lui succedeva per via delle esperienze vissute durante l’esplorazione della zona equatoriale a bassa gravità di Mesklin molto tempo prima.

Ma non restava molto tempo. Guardando oltre il margine del cornicione i tre notarono che la parte superiore arrotondata dei massi si era asciugata e che l’acqua tendeva ad abbassarsi sempre più. La resistenza doveva ormai trovarsi quasi esposta; con un po’ di fortuna poteva scivolare verso il punto più basso della pozza e conceder loro ancora qualche minuto per agire, ma non vi si poteva certamente far conto. Il capitano considerava i rischi connessi alle varie possibilità ormai da diversi minuti: senza esitare oltre e senza dire nulla ai due sottoposti si lasciò scivolare oltre il cornicione cercando di raggiungere il masso più vicino, circa ottanta centimetri più sotto.

La botta fu sensibile. Il salto equivaleva a una caduta di una trentina di metri sulla Terra e persino il mesclinita accusò il colpo. Ma Dondragmer si riprese subito. Un fischio prolungato rivelò ai due rimasti sopra che non aveva sofferto serie conseguenze e li avvisò di non seguirlo in caso il loro orgoglio li spingesse a fare qualcosa che la loro intelligenza certamente rifiutava. Dopo aver ordinato loro di rimanere dov’erano, Dondragmer relegò i due scienziati in fondo ai suoi pensieri e si preparò a compiere i passi successivi.

Il masso più vicino su cui saltare si trovava a più di sessanta centimetri, un poco oltre una lunghezza corporea, ma perlomeno lo vedeva. Ancora meglio, un altro masso un po’ fuori linea mostrava una superficie piatta di circa cinque centimetri quadrati dove poter atterrare. Due secondi dopo aver analizzato la situazione Dondragmer si trovava cinquanta centimetri più vicino al generatore e stava cercando un altro masso appropriato. Quei cinque centimetri quadrati scarsi di superficie piana offrirono appoggio a forse una dozzina di zampe quando il corpo rosso e nero del mesclinita si distese dopo il lungo salto.

Avanzare ora era però più complicato. Difficile stabilire da che parte andare, dato che lo scafo non poteva più fungere da punto di orientamento perché scarsamente visibile. Inoltre non vedeva altri massi nelle vicinanze tranne quello da cui aveva saltato. Esitò, guardandosi intorno e cercando di pensare in modo chiaro, ma prima che riuscisse a raggiungere una decisione il problema si risolse da solo. Il profondo sibilo presente nell’aria da parecchi minuti e che si doveva all’acqua trasformata istantaneamente in vapore dalla resistenza incandescente e di nuovo ritrasformata dalla pressione e dal freddo di Dhrawn cessò all’improvviso. Dondragmer capì che era troppo tardi per salvare la barra. Si rilassò immediatamente e attese con pazienza il raffreddamento dell’acqua, la dispersione del vapore e il precipitare della nebbia ghiacciata. A un certo punto però gli sembrò che l’aria stesse diventando insopportabilmente calda e si domandò più di una volta se non era il caso di tornare indietro, ma l’obbligo di doversi arrampicare sul cornicione di ghiaccio con il rischio di precipitare nell’acqua bollente lo obbligò a rimanere dov’era.

Finalmente l’aria si schiarì e attorno alle cime arrotondate dei massi cominciarono a prender forma incredibili combinazioni cristalline. Bastò un’occhiata per rendersi conto che si trovava a meno di due metri dal generatore, facilmente raggiungibile saltellando sulle rocce. Pochi secondi dopo l’apparecchio veniva disattivato. Fu solo dopo che Dondragmer alzò la testa per dare un’occhiata in giro.

Borndender e il suo assistente avevano girato nuovamente attorno alla Kwembly raggiungendo il punto dove avrebbe dovuto trovarsi la curvatura superiore della “forcina”. Dondragmer pensò che forse era lì che la barra si era nuovamente fusa.

Dall’altra parte, sotto lo scafo, si era formata una profonda caverna buia impossibile da illuminare con i riflettori della Kwembly. Il capitano non provò alcun desiderio di entrarvi: con tutta probabilità vi avrebbe trovato i corpi dei due timonieri. La sua esitazione venne notata da sopra.

— Perché rimane lì immobile vicino al generatore? — borbottò McDevitt. — Cosa sta aspettando? Forse i rischi che già corrono non sono abbastanza?

— Dondragmer sa quello che fa. Conosce la situazione meglio di noi — ribatté Benj con un tono di voce tale da far girare bruscamente lo scienziato.

— Non capisco. Che succede? — domandò McDevitt.

— Beetchermarlf e l’altro mesclinita si trovano ancora là sotto, ecco cosa succede. Non avevano via di scampo: come potevano sfuggire all’acqua bollente? Scommetto che solo ora il capitano se ne è ricordato perché altrimenti non avrebbe dato il permesso di procedere dopo il primo tentativo, come non l’avrei dato io. Riesce a pensare a come sono ridotti ormai quei due poveretti?

McDevitt pensò rapidamente. Difficile convincere o anche solo confortare il ragazzo a quel punto con la sola forza della ragione, che d’altro canto gli suggeriva formalmente che Benj aveva ragione. In ogni caso decise di provare.

— Mi sembra una brutta situazione, ma la speranza è l’ultima a morire. Non mi sembra che la resistenza abbia fuso il ghiaccio tutt’intorno alla Kwembly, ma potrebbe averlo fatto; e anche se fosse così rimarrebbero delle speranze. L’acqua calda può aver formato delle aperture o delle rientranze nel ghiaccio e forse i due timonieri sono riusciti a riparare sul lato opposto della Kwembly invisibile alla telecamera. Tra l’altro, potrebbero benissimo trovarsi altrove.

— Il ghiaccio avrebbe potuto salvarli? Pensavo avesse detto che il liquido era gelato per via della perdita di ammoniaca, non per la temperatura dell’aria. L’acqua gela a zero gradi centigradi, cioè una temperatura da colpo di calore per un mesclinita.

— In effetti così si ritiene — ammise il meteorologo — ma personalmente non ne sarei troppo sicuro. Non esistono abbastanza studi sulle loro reazioni. Certo, i due mescliniti là sotto possono essere morti entrambi, ma sappiamo così poco di quanto è successo che sarebbe sciocco perdere ogni speranza. Limitiamoci ad aspettare: tanto a questa distanza non potremmo fare altro comunque. Anche Dondragmer sta aspettando, ma possiamo star certi che scenderà a controllare il più presto possibile.

Benj cercò di controllarsi e fece del suo meglio per pensare in termini positivi, ma gli occhi che avrebbero dovuto seguire le mosse di Stakendee non riuscivano a staccarsi dall’immagine del capitano.

Molte volte ancora Dondragmer si allungò sul ghiaccio per ritrarsi subito dopo, con estrema irritazione del ragazzo. Finalmente sembrò convinto della resistenza del ghiaccio e la sua figura avanzò centimetro dopo centimetro sulla nuova superficie gelata. Una volta allontanatosi completamente dal generatore, il mesclinita attese qualche istante come se temesse qualcosa. Il ghiaccio tenne, e Dondragmer riprese ad avvicinarsi alla Kwembly. Gli umani seguivano la scena passo dopo passo; Benj serrava i pugni per la tensione, ma anche McDevitt dava mostra di un insolito nervosismo.

Non riuscirono a sentire nulla, neppure il richiamo lanciato da Dondragmer che attraversò la struttura della nave e venne raccolto dal microfono della telecamera. Non riuscirono neppure a capire il motivo per cui il capitano mesclinita si girò improvvisamente proprio quando stava per entrare nella buia caverna. Poterono solo vederlo correre sulla superficie gelata gesticolando affannosamente verso i due marinai che seguivano la scena dal cornicione di ghiaccio rimasto attorno alla Kwembly, apparentemente indifferente alla sorte toccata ai suoi due timonieri.

12

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Dondragmer invece era tutt’altro che indifferente; solo, tendeva a focalizzare l’attenzione dove era necessario e non su situazioni in cui ormai l’azione poteva fare poco o nulla. Non aveva scordato il destino dei suoi due marinai, ma quando un fischio lontano portò le parole: “Eccolo, abbiamo trovato la fine del ruscello!” i suoi programmi cambiarono radicalmente e in modo drastico.

Non poteva vedere da dove provenisse la voce perché si trovava mezzo metro sotto il livello del suolo, ma Borndender riferì che le luci delle torce elettriche distavano al massimo tre-quattro-cento metri. Il capitano ordinò allo scienziato di salire in cima alla Kwembly per vedere meglio e riferire, mentre il suo assistente corse via in cerca di una fune per issare il capitano sul cornicione di ghiaccio. Questo però richiese tempo. Con notevole professionalità Skendra, l’assistente di Borndender, aveva riportato al loro posto dentro la Kwembly le funi usate per calare la barra metallica. Ma quando il marinaio arrivò al portello principale scoprì che l’accesso era bloccato da una patina di ghiaccio formata con tutta probabilità dal vapore e spessa quasi un centimetro. Tutta la sezione a tribordo della Kwembly era coperta di ghiaccio lucente e trasparente. Fortunatamente la maggior parte delle maniglie sporgeva abbastanza da fornire una sicura presa e consentirgli di arrampicarsi fino al portello sul ponte.

Contemporaneamente, Borndender avvisava che due luci avvicinavano dalla parte opposta dell’avvallamento formato dal fiume. A un ordine del capitano, un fischio potente si levò domandando ai due, distanti anche più di settecento metri, se avevano qualche informazione. Dondragmer e lo scienziato ascoltarono poi in silenzio la risposta quando questa arrivò: anche ai mescliniti riusciva difficile farsi sentire in modo chiaro tanto distante, soprattutto indossando due strati di spesso tessuto alieno. Mentre il capitano usciva dalla depressione tra le rocce, apprese che i due facevano parte del gruppo di Stakendee a cui era stato ordinato di discendere il corso d’acqua e che questo sfociava in una pozza semigelata a meno di un chilometro dalla Kwembly. I due non aggiunsero altro; evidentemente aspettavano di trovarsi più vicini per procedere con un rapporto completo.

Una volta arrivati alla Kwembly i due ripresero a parlare, anche se Dondragmer non riuscì a capire molto del loro racconto: quanto descrissero non corrispondeva a nulla di familiare.

— La portata del corso d’acqua rimane più o meno sempre la stessa fino alla fine — riferirono i due marinai. — Non abbiamo visto alcun affluente e ci sembra che l’acqua non stia evaporando. Una volta raggiunti i massi, il suo percorso si fa molto tortuoso. Da un certo punto in poi ci siamo imbattuti in una serie di strani ostacoli al suo percorso: si tratta di strani sbarramenti di ghiaccio che il corso d’acqua supera in parte girandovi attorno e in parte penetrandovi. A mezzo cavo di distanza abbiamo trovato un altro sbarramento, che l’acqua supera nello stesso modo. Era come se l’acqua fosse gelata man mano che penetrava tra le rocce, naturalmente solo l’acqua superficiale perché il ruscello continua a scorrere fino a sbucare nella pozza. Gli sbarramenti saranno alti al massimo una mezza lunghezza corporea e sembrano crescere ancora. Pensiamo che anche la pozza finale, quella poco distante dalla Kwembly, diverrà uno di quegli sbarramenti. A quel punto abbiamo visto una nuvola biancastra levarsi dalla Kwembly e ci siamo chiesti se era il caso di tornare per prestare il nostro aiuto, ma prima abbiamo concluso l’esplorazione come ordinato. La pozza semigelata non è ancora piena, ma senza dubbio l’acqua presto traboccherà e il ruscello dovrebbe tendere ad allontanarsi dalla nostra posizione.

— Bene — disse il capitano mesclinita. — Siete certi che la portata sia rimasta la stessa dall’inizio alla fine?

— Sì, per quel poco che abbiamo potuto vedere.

— Perfetto. Forse ci resta più tempo di quanto credessi. Un semplice ruscello mi sembra un po’ poco per affermare con sicurezza che sta per ripetersi l’inondazione che ci ha trascinato fino qui, ma non si sa mai. Vorrei tanto sapere però perché l’acqua ha creato gli sbarramenti che mi avete descritto.

— Meglio domandarlo agli umani — suggerì Borndender, anche lui incapace di spiegarsi la cosa e poco desideroso di fare brutte figure.

— Sì, forse è meglio. Ma gli umani ci domanderanno tutti i dati necessari per un’analisi… suppongo che non abbiate prelevato un campione di quell’acqua.

— No signore, per via della mancanza di un contenitore adeguato.

— Già. Vediamo un po’. Borndender, prenda un contenitore e si rechi al ruscello per prelevare un campione. Voglio conoscere la sua composizione il più presto possibile. Uno di questi marinai le farà da guida. Io tornerò sul ponte e mi metterò in contatto con gli umani — disse Dondragmer, rivolgendosi poi a Skendra e all’altro marinaio. — Voi due, prendete gli attrezzi e cominciate a ripulire il portello principale dal ghiaccio in modo da poterlo usare.

Senza altro aggiungere il capitano cominciò ad arrampicarsi sullo scafo incrostato di ghiaccio per raggiungere l’accesso al ponte. Mentre saliva gesticolò qualcosa in direzione della telecamera, dando per scontato che gli umani lo riconoscessero e comprendessero il suo linguaggio gestuale.

Benj e McDevitt in effetti lo riconobbero subito, nonostante non fosse facile distinguere i mescliniti a quella distanza dalla telecamera. Quando videro Dondragmer entrare nel portello secondario che dava accesso al ponte, entrambi provarono un’intensa curiosità per quanto aveva da dire il capitano mesclinita. Benj in particolare provava anche una certa tensione, in quanto intendeva contestare a Dondragmer l’interruzione delle ricerche sotto lo scafo. Ma forse i due timonieri non si trovavano là, dopotutto. Forse si erano uniti al gruppo di Stakendee, oppure si aggiravano nei paraggi, oppure…

Ma anche McDevitt provava una certa tensione, nonostante fosse un uomo tranquillo per natura. Finalmente la voce di Dondragmer raggiunse la stazione.

Il rapporto affascinò il meteorologo, anche se non servì a consolare il suo giovane sottoposto. Benj pensò di interrompere la conversazione e portare il discorso sulla scomparsa di Beetchermarlf e Takoorch, ma sapeva che era inutile; e quando il racconto del capitano terminò, McDevitt fu lesto a prendere la parola tagliando fuori il ragazzo con le sue obiezioni.

— La mia risposta non è molto più di un tentativo, capitano — cominciò lo scienziato — ma può servire da base per i suoi scienziati quando analizzeranno l’acqua del ruscello. Abbiamo già stabilito che la soluzione in cui la Kwembly era immersa consisteva di acqua e ammoniaca: ne siamo certi per via delle analisi effettuate. Ora, questa soluzione è gelata all’improvviso non per un repentino cambiamento di temperatura, ma perché l’ammoniaca che conteneva è evaporata e questo ne ha abbassato il punto di congelamento. La nebbia improvvisa che vi ha avvolto prima che tutto questo avesse inizio era composta di ammoniaca pura, che secondo me proveniva dalle regioni occidentali perennemente gelate a migliaia di chilometri dalla vostra attuale posizione. Le goccioline di cui la nebbia era composta hanno fatto reazione con la neve su cui vi trovavate e l’ha sciolta, in parte per azione eutettica e in parte per il rilascio di calore generato dalla reazione stessa; ricordo bene, tra l’altro, che lei temeva molto questa possibilità all’inizio. Questo fenomeno ha dato origine alla prima inondazione. Quando il vento ha sospinto la nebbia d’ammoniaca verso Alfa Inferiore, il liquido in cui eravate immersi ha perso la sua ammoniaca gelando come sappiamo. Ma Stakendee ci ha riferito della presenza di nebbia e nuvole molto basse sul livello del suolo. Supponiamo che la nebbia fosse composta di ammoniaca gelata: questo fornirebbe nuovamente l’elemento mancante per dare il via a un secondo, repentino scioglimento del ghiaccio dando origine al ruscello che avete trovato. Quando il liquido che lo alimenta viene a contatto con il ghiaccio presente della vostra zona avviene una reazione che diluisce ulteriormente l’ammoniaca presente nell’acqua, creando gli strani sbarramenti che lei mi ha descritto. Naturalmente il ruscello viene continuamente alimentato, e quindi trova sempre il modo di aggirare gli ostacoli, creandone però di nuovi. Suggerirei di provare a deviarne il corso verso di voi: se la portata è sufficiente e la composizione chimica rimane stabile potrebbe risolvere il nostro problema e liberare la Kwembly molto più rapidamente dei mezzi provati finora.

Benj, che seguì attentamente nonostante il suo umore, pensò a delle gocce di cera che colavano da una candela e solidificavano prima da una parte e poi da un’altra. Si chiese se i computer avrebbero valutato allo stesso modo le due situazioni, fuoco e suo effetto sulla cera, sempreché calore e ammoniaca esercitassero lo stesso peso nella situazione generale.

— Intende dire che non devo temere un’altra inondazione? — rispose finalmente Dondragmer.

— Credo di no — replicò lo scienziato. — Se ho capito bene la situazione generale, che abbiamo ampiamente discusso qui alla base, la nebbia avvistata da Stakendee dovrebbe provenire dalla pianura innevata su cui eravate tempo fa, pianura o qualsiasi cosa sia diventata adesso, e se fosse stata tanto intensa da pro


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vocare un’altra inondazione l’acqua avrebbe dovuto raggiungervi già da tempo. Ho il sospetto che la quantità d’acqua rimasta nella pianura non sia sufficiente a traboccare da quelli che sono i suoi confini naturali, ed ecco perché vi siete arenati. Tra l’altro penso di aver compreso i motivi per cui la nebbia non vi ha ancora raggiunti. Stakendee si trovava alcuni metri più in alto e il vento soffia da ovest, e con la gravità di Dhrawn più la composizione dell’aria viene a crearsi un “effetto föhn”, cioè un riscaldamento adiabatico proporzionale all’aumento di pressione. La nebbia stava già evaporando quando Stakendee l’ha avvistata, ed ecco il perché delle nuvole.

Dondragmer rimase silenzioso a lungo dopo le due lunghe spiegazioni, e McDevitt si domandò per un attimo se era stato sufficientemente chiaro. Ma il meschinità pose un’altra domanda.

— Ma se la nebbia d’ammoniaca è semplicemente evaporata, il gas esiste ancora e si deve trovare nell’aria attorno a noi. Perché allora non scioglie il ghiaccio come succede quando assume la forma di minuscole goccioline? Forse per qualche legge fisica che non ho studiato alla vostra università?

— Non sono certo dell’importanza da annettere a stato e concentrazione — ammise il meteorologo — ma quando Borndender sarà pronto con le analisi inserirò tutto nel computer e vedremo se la nostra ipotesi non tiene conto di qualche fattore. Con gli elementi a mia disposizione lo ritengo un ragionamento sensato, ma ammetto che possiamo trovare di meglio. Esistono troppe variabili: con acqua e basta sono possibili infinite combinazioni, ma con acqua e ammoniaca le combinazioni equivalgono all’infinito al cubo, se mi consente l’astrazione.

“Comunque, per passare dall’astratto al concreto, sto sempre tenendo d’occhio lo schermo di Stakendee. Sta ancora cercando la sorgente, ma non ho visto altri corsi d’acqua confluire nel ruscello. È largo circa un paio delle vostre lunghezze corporee e mi sembra praticamente sempre uguale.”

— Questa è una buona notizia — fu la risposta. — Finché la portata del ruscello non cresce immagino di non dovermi preoccupare più di tanto. Bene, ci risentiremo quando Borndender avrà le sue informazioni. Per favore, continuate a seguire Stakendee. Io torno fuori: prima stavo controllando sotto lo scafo e sono stato interrotto.

Il meteorologo avrebbe voluto aggiungere altro, ma venne fermato dalla considerazione che Dondragmer non sarebbe stato più là all’arrivo del messaggio. Forse il mesclinita aveva agito così anche per simpatia verso Benj. I due umani aspettarono in silenzio che la forma allungata rossa e nera di Dondragmer comparisse sul lato esterno dello scafo visibile alla telecamera. Non tutto il percorso poteva venir ripreso, dato che Dondragmer dovette passare da sotto il ponte e quindi uscire dal campo ottico, ma il capitano mesclinita ricomparve alla vista vicino alla corda utilizzata prima per issarlo, ancora connessa a una maniglia.

Lo videro scendere lungo la corda fino a toccare terra. Un mesclinita che penzolava da una corda spessa quanto un filo di nylon per pesca d’alto mare su un pianeta con quaranta gravità faceva un certo effetto anche se il fondo distava poco più della lunghezza del suo corpo. Persino Benj smise per un attimo di pensare a Beetchermarlf.

Il capitano non era più preoccupato per lo spessore del ghiaccio, che presumeva spesso fino al letto del fiume, e si diresse direttamente verso la caverna su un lato della Kwembly senza preoccuparsi di rimanere sui massi, esplorandone pensieroso l’oscurità.

La Kwembly era praticamente ancora prigioniera. L’area interessata dallo scioglimento artificiale si estendeva per una ventina di metri da poppa a prua, ma poco oltre il ghiaccio appariva ancora compatto e circondava completamente il ricognitore a tribordo. Ma anche nella fossa scavata dall’evaporazione la Kwembly non era completamente libera: qualche centimetro d’acqua sul fondo era rimasto, ghiacciando nuovamente attorno alle ruote una volta disperso il calore generato dalla resistenza. Le funi di controllo del timone penzolavano libere, ma non vide alcuna traccia dei timonieri. Dondragmer non nutriva alcuna speranza di vedere i due ancora vivi, poiché se lo fossero stati avrebbe udito i loro richiami già da tempo. Anche i loro corpi potevano risultare impossibili da trovare. Come McDevitt, sapeva che potevano anche trovarsi lontani dallo scafo quando l’acqua era gelata; dopotutto, non sarebbero stati i primi a scomparire misteriosamente. Sentiva infatti che sulla scomparsa di Reffel e Kervenser molto rimaneva ancora da scoprire.

Era buio là sotto, fuori dalla portata dei riflettori. Questo non creò particolari problemi a Dondragmer in quanto le pupille dei mescliniti si adattavano con sorprendente rapidità al buio per via della rotazione di Mesklin, che durava solo diciotto minuti; alcuni dettagli comunque gli sfuggirono. Vide però le condizioni delle due serie di ruote, i cui pneumatici apparivano forati in seguito ai tentativi di fuga dei due sventurati, e vide il rozzo deflettore con cui avevano cercato di convogliare l’acqua calda in un punto preciso. Non vide però il taglio nella sezione di materasso pneumatico in cui i due avevano cercato rifugio.

Comunque, da quello che vedeva si capiva chiaramente che almeno uno dei due timonieri era rimasto intrappolato là dentro. Dato che il volume di liquido rimasto tra le pareti di ghiaccio era molto ridotto, bisognava pensare che i due si trovassero tra il ghiaccio circostante dopo aver tentato di liberarsi in vari modi. Però, era difficile capire perché non avevano cercato scampo nel piccolo anfratto rimasto libero. Il capitano controllò rapidamente tutta la caverna e le pareti di ghiaccio, verificando anche le condizioni delle ruote davanti e dietro. Mai comunque pensò a rivolgere lo sguardo verso l’alto: aveva preso parte al montaggio della Kwembly su Dhrawn e sapeva benissimo che verso l’alto non esisteva posto dove andare.

Finalmente tornò fuori, esponendosi al campo ottico della telecamera. Il fatto che fosse ricomparso da solo sollevò un poco il morale di Benj. Il ragazzo era giunto alla conclusione, come del resto il capitano, che i due dispersi non potevano essere sopravvissuti se si trovavano sotto lo scafo e si aspettava di vederlo uscire trascinando fuori due cadaveri. Ma il senso di sollievo durò poco, e la domanda di fondo rimaneva: qual era stata la sorte di Beetchermarlf e Takoorch? Il capitano uscì dalla buca e abbandonò l’immagine. Forse stava tornando sul ponte per riferire la situazione. Benj, che ora tradiva un gran sonno, aspettò in silenzio con i pugni serrati.

Ma la voce di Dondragmer non arrivò. Il capitano aveva pensato in effetti di raggiungere il ponte per riferire agli umani quanto aveva visto, ma mentre saliva si era fermato a parlare con uno dei marinai che lavoravano al portello principale.

— Ho saputo dal giovane umano chiamato Hoffman che avete incontrato qualcuno giù al ruscello — disse. — Ora vorrei conoscere la cosa in dettaglio. Nessuno mi ha ancora detto se si trattava di Reffel o di Kervenser. Chi era? Avete ritrovato i volatori? A quel punto c’è stata un’interruzione: qualcuno ha visto Kabremm sugli schermi della Esket. Non ho chiesto nulla prima perché mi premeva di più sapere del ruscello, anche per la sicurezza del gruppo che lo ha risalito. Chi avete trovato?

— Kabremm.

Dondragmer quasi cadde al suolo per la sorpresa.

— Kabremm? Il primo ufficiale di Destigmet? Era quindi il vostro schermo quello su cui Easy Hoffman lo ha visto?

— Sembra di sì, signore. Kabremm non ha visto il prendimmagini e si è avvicinato troppo. Nessuno poteva sapere che gli umani potevano distinguerci l’uno dall’altro, perlomeno non nel breve periodo in cui Kabremm è rimasto vicino all’apparecchio.

— Ma… ma cosa fa qui? Questo pianeta è grande tre volte Mesklin! Lo sapevo che prima o poi la faccenda della Esket ci avrebbe procurato dei guai, ma mai ho pensato che tutto potesse crollare in questo modo per un attimo di sfortuna mista a stupida disattenzione.

— Non completamente sfortuna, signore. Kabremm non ha trovato il tempo di dirci molto perché abbiamo pensato di approfittare dei suoi ordini per dividerci e allontanarlo dal prendimmagini, ma ci ha riferito che l’inondazione è stata più lunga ed estesa di quanto sapessimo. Una immensa massa di ghiaccio si è accumulata a cinque milioni di cavi di distanza, non molto lontano dalla Esket, e una specie di fiume gelato sta lentamente invadendo i territori più caldi. La Esket, le miniere e le coltivazioni si trovano proprio sul suo cammino.

— Coltivazioni?

— Così le ha battezzate Destigmet. In effetti si tratta di una serie di colture idroponiche, una specie di sistema di depurazione dell’atmosfera in grandi dimensioni che non deve venir bilanciato con l’attenzione necessaria ai sistemi presenti sui ricognitori. In ogni caso, Destigmet ha inviato il dirigibile Gwelf sotto il comando di Kabremm per esplorare il fiume a monte e scoprire quanto ghiaccio ancora poteva alimentarlo. Il dirigibile è atterrato vicino a noi per via della nebbia; avrebbero potuto sorvolarla facilmente, ma correvano il rischio di perdere di vista il fiume.

— Debbono trovarsi qui dalla prima inondazione e se stavano esaminando il letto del fiume sono passati proprio sopra di noi. Come mai non ci hanno visto, con tutte le luci accese?

— Non ne ho idea, signore. Non so se Kabremm ne ha parlato con Stakendee.

Dondragmer rispose increspando la pelle nell’equivalente di un’’alzata di spalle.

— Probabilmente ci hanno visti, però hanno deciso di lasciarci nei guai per non farsi vedere dagli umani. Immagino che Kervenser e Reffel si trovino con loro e che Reffel abbia oscurato di proposito il prendimmagini per non inquadrare il dirigibile. Però Kervenser poteva tornare a riferire.

— Temo di non sapere nulla di tutto questo, signore.

— Allora il letto del fiume in cui ci troviamo bloccati deve piegare verso nord se porta nell’area vicino alla Esket — disse Dondragmer. L’altro si disse, giustamente, che il capitano stava pensando ad alta voce e non rispose nulla. Dondragmer rimase pensieroso per qualche minuto. — Il punto è riuscire a sapere se anche al comando hanno sentito quel grido… credo proprio si tratti di Easy Hoffman: è l’unica in grado di distinguerci l’uno dall’altro… chiamare Kabremm per nome. Barlennan deve aver pensato che l’avvistamento è avvenuto alla Esket, come me. Voi l’avete sentita col vostro apparecchio e io l’ho sentita col mio, ma questo è ragionevole: entrambi sono collegati allo stesso circuito, sia qui che alla stazione spaziale umana. Non sappiamo però quale tipo di contatto abbiano con la base: mi hanno detto molte volte che anche loro tengono tutta la strumentazione radio in una stanza, ma deve trattarsi di un locale molto ampio e le diverse consolle possono trovarsi a una certa distanza una dall’altra. Quindi Barlennan può anche non saperne nulla.

“Ma la cosa più importante — continuò Dondragmer — rimane il fatto che un umano ha riconosciuto uno dei marinai della Esket non intorno al proprio ricognitore, ma a milioni di cavi di distanza dal punto dove era teoricamente morto. Non sappiamo quanto sicura Easy fosse in quel momento: sicuramente lo era al punto da chiamare Kabremm ad alta voce, ma forse non tanto da sostenere la cosa davanti agli altri umani. Conosco gli umani e so che non amano passare per stupidi come del resto non lo amiamo noi e non sappiamo se Barlennan è informato di questa piccola catastrofe; ma soprattutto non abbiamo coordinato le risposte da dare in eventualità come queste. Il modo migliore di uscire dai guai è dar mostra di genuina ignoranza guarnita con autentica meraviglia. Suppongo che Barlennan non abbia bisogno di sentirlo da me, ma certamente vorrei parlargli senza dover passare per gli umani.”

— Non converrebbe anche a lei mostrare la più completa ignoranza? — intervenne il marinaio.

— Forse, ma non so se riuscirei a farla franca con un simile atteggiamento — rispose il capitano. — Ho dovuto riferire agli umani che parte del gruppo di ricerca era tornato, ma non ho fatto nulla per convincerli che le cose andavano come sempre. Immagino che la cosa migliore sia affrontare Easy e convincerla che si è sbagliata, che il marinaio da lei scambiato per Kabremm era in realtà Kervenser o Reffel, ma finché non ne troviamo almeno uno non conviene provarci. Ma come ha fatto a riconoscere Kabremm? Come fa a distinguerci uno dall’altro? Dal colore della corazza, o dall’andatura… come fa?

“Inoltre, che ne è stato dei due piloti? Immagino che Reffel si sia imbattuto nel dirigibile in modo del tutto casuale e quindi che abbia dovuto oscurare il prendimmagini per impedire agli umani di vederlo; in tal caso, dovrebbe farsi vivo tra non molto. Vorrei che assomigliasse di più a Kabremm: potrei dire che si trattava di Reffel. Dopotutto, immagino che la luce era scarsa anche per i loro apparecchi. Se solo sapessi cosa ha intenzione di dire Barlennan… ma non so neppure se ha sentito anche lui il grido di Easy. Ecco perché mi preoccupava la faccenda della Esket: dato che le comunicazioni tra i ricognitori e la base debbono passare per gli esseri umani, la coordinazione era destinata a risultare difficile. In un’eventualità come questa, che facilmente poteva verificarsi prima di aver installato un sistema di comunicazioni tutto nostro, ci troviamo a girare in tondo su una zattera senza chiglia né remi per governarla.”

Il capitano si fermò un attimo, piombando nuovamente nei suoi pensieri. — Vi siete messi d’accordo in qualche modo con Kabremm per risentirvi una volta levato di mezzo il prendimmagini?

— Che io sappia no, signore. L’ordine di dividerci per esplorare tratti diversi del ruscello è arrivato quasi subito.

— Va bene. Continui pure il suo lavoro e cerchi di ricordare tutti i particolari.

— Quello che mi preoccupa di più — spiegò il marinaio mentre riprendeva a lavorare sulla lastra di ghiaccio — è quello che potrebbe succedere se scoprissero cosa stiamo facendo in realtà. Continuo a ripetermi che non ci abbandonerebbero qui; gli umani della stazione spaziale non mi sembrano molto risoluti neppure quando si parla di affari. Comunque potrebbe succedere, perlomeno fin quando non saremo in grado di progettare un’astronave per conto nostro.

— Proprio la paura di venir abbandonati ha spinto il comando generale a mettere in atto il progetto della seconda colonia — rispose Dondragmer. — Gli umani mi sembrano delle creature bene intenzionate, con molti individui su cui si può contare per l’intera durata della loro breve vita; personalmente, mi fido di loro quanto di qualunque membro della nostra razza. Tuttavia, la loro mentalità è molto, molto diversa dalla nostra e uno non sa mai cosa potrebbero considerare motivo di offesa o ragione sufficiente per dei comportamenti al di fuori della norma. Ecco perché Barlennan ha fatto di tutto per favorire la nostra indipendenza qui a loro insaputa. Certamente molti umani vorrebbero vederci dipendere completamente dalle loro tecnologie.

— Credo proprio di sì, signore.

— Lo sfruttamento delle miniere è stato il primo passo di un lungo cammino, facilitato moltissimo dal trionfo ottenuto con i dirigibili, ma in effetti ci siamo appena mossi: bisognerà lavorare ancora moltissimo, perché per l’energia dipendiamo ancora dai generatori degli umani. Talvolta mi chiedo se Barlennan realizzi quanto siamo tecnologicamente arretrati rispetto a loro. Comunque, non è stando qui a discutere che risolveremo i nostri problemi. Debbo raggiungere il ponte e contattare di nuovo la stazione. Eviterò accuratamente di menzionare Kabremm: spero che questo basti per convincere tutti che Easy Hoffman ha preso un granchio. Forza, al lavoro. Mi avvisi quando il portello principale sarà disponibile.

Il marinaio rispose con un gesto che significava “comprendo e ubbidisco” e Dondragmer iniziò finalmente ad arrampicarsi verso il ponte.

Aveva moltissime cose da dire agli umani senza menzionare la faccenda di Kabremm. Il capitano cominciò a parlare non appena sfilata la tuta spaziale.

— Almeno uno dei timonieri si trovava sotto lo scafo e sembra logico pensare che lo fossero tutti e due, ma le uniche tracce della loro presenza sono i tentativi che hanno compiuto per uscire dalla trappola… perlomeno, immagino che di questo si tratti perché non avrei mai ordinato loro di danneggiare la Kwembly come invece è successo. I pneumatici delle due serie di ruote alla loro portata sono praticamente distrutti. Sotto lo scafo il ghiaccio è ancora ben presente e temo proprio che entrambi si trovino imprigionati nelle pareti da qualche parte. Ho intenzione di ordinare una ricerca approfondita riposizionando i fanali della Kwembly non appena l’equipaggio tornerà a bordo e potrò disporre dei marinai necessari. Il vapore generato dall’acqua bollente ha formato una patina di ghiaccio sulla parte esterna a tribordo dello scafo, bloccando anche il portello principale. Dobbiamo assolutamente rimediare in fretta. A bordo è rimasto troppo equipaggiamento utile per la nostra sopravvivenza se dobbiamo abbandonare la Kwembly in fretta e furia e il blocco del portello principale impedisce anche di riportare a bordo quanto rimosso in caso l’emergenza passi senza danni e riuscissimo a liberarci.

“Inoltre, la barra di condizionamento è rimasta danneggiata e ha perso circa una lunghezza corporea di circuito per parte. Non credo proprio che sarà possibile riutilizzarla per lo scopo originale. Questo può non assumere alcuna importanza per il momento, ma anche se riusciamo a salvare la Kwembly non sarà facile proseguire col programma e penetrare in Alfa Inferiore senza condizionamento. Una delle poche cose di cui sembrate sicuri su questo pianeta è che le zone di bassa pressione vengono generate da elevate temperature, provenienti forse dall’interno stesso del pianeta, e so bene che avete dato la massima priorità alla verifica di questa ipotesi. Sulla Kwembly si trova pochissimo metallo, e una delle poche cose che ho capito del sistema di condizionamento è che il radiatore esterno deve essere un conduttore. Ho capito bene?”

Il capitano attese la risposta con segreto interesse. Sperava che i problemi tecnici riuscissero a distrarre l’attenzione dei suoi interlocutori dalla faccenda del ritrovamento e della Esket. Sapeva però che vi erano poche possibilità finché l’attenzione fosse concentrata tutta su di lui. Benj Hoffman era giovane, ma probabilmente non era solo davanti agli schermi della Kwembly.

Finalmente arrivò la risposta di Benj. Non sembrava molto interessato in problemi tecnologici.

— Se è convinto che siano nel ghiaccio, perché non invia qualcuno a dare un’occhiata quanto prima? Potrebbero essere ancora vivi nelle tute spaziali, non è forse vero? Prima abbiamo detto che nessuno conosce i limiti di resistenza dei mescliniti, ma che certamente non sarebbero soffocati, direi però che rimandare ancora le ricerche significhi correre il rischio di farli morire davvero per soffocamento. Non è forse questo il problema più importante che avete?

La voce di Easy si sovrappose alle parole di Benj, coprendo parzialmente l’ultima frase. La donna intendeva così rivolgersi sia a suo figlio che al mesclinita.

— No, Benj, non è quello il problema più importante. Salvare la Kwembly significa salvare le vite di tutto l’equipaggio. Il capitano non sta trascurando i suoi due timonieri perché cerca di salvare sia loro che il ricognitore. Capisco come ti senti e credo proprio sia perfettamente normale, ma non ti scordare che chi detiene il potere, e la responsabilità, deve saper ragionare e mai può permettere all’istinto di prendere il sopravvento.

— Io… pensavo che tu fossi d’accordo con me!

— Diciamo che ti capisco in pieno, ma questo non mi impedisce di dichiararmi perfettamente d’accordo con il capitano quando ha ragione.

— Barlennan la pensa come me. Perché non lo contattiamo e ci facciamo dire cosa dovrebbe fare Dondragmer? — insisté Benj, cocciuto come un mulo.

— Barlennan non ci ha più chiamato, ma conosce benissimo la situazione — replicò Easy con una punta di impazienza. — Non mi credi? Ecco là il microfono: chiamalo pure. Ma ti avviso che, a mio modesto parere, Barlennan non si sogna neppure di ordinare qualcosa a Dondragmer o a chiunque altro in una situazione come questa perché si renderebbe conto di risultare inopportuno non essendo presente per vedere di persona cosa è meglio fare.

Seguì una pausa, mentre Benj cercava disperatamente le parole giuste per rispondere adeguatamente. Era ancora abbastanza giovane da pensare che ci fosse qualcosa di profondamente inumano nel pianificare più di un intervento alla volta. Dopo mezzo minuto e più di silenzio Dondragmer ritenne che la trasmissione dalla stazione fosse terminata e che si aspettasse solo la sua risposta.

— La signora Hoffman, che mi sembra di aver riconosciuto dalla voce, ha ragione. Benj, non ho dimenticato Beetchermarlf quanto mi auguro lei non abbia dimenticato Takoorch, nonostante risulti ovvio anche a me che lei pensa di meno a quest’ultimo che al suo amico. Cerchi di capire che ho molte più vite a cui pensare in questo momento. Penso proprio che la cosa migliore da fare adesso sia lasciare alla signora Hoffman il compito di spiegare questa cosa a Benj. Ma passiamo alle cose concrete: volete esporre il mio problema con la barra di condizionamento a qualche vostro ingegnere? Attendo risposta. Credo che anche voi vediate Borndender arrampicarsi verso il ponte con i campioni d’acqua: i dati richiesti sul ruscello dovrebbero arrivare in pochi minuti. Se il dottor McDevitt si trova ancora nella stanza, ditegli di rimanere. Se invece è uscito, vi spiacerebbe richiamarlo indietro?

Gli spettatori volsero insieme lo sguardo sullo schermo appropriato e tutti videro un mesclinita che si arrampicava lungo lo scafo, anche se persino Easy non fu in grado di riconoscere Borndender. Prima che Benj potesse dire qualche cosa, McDevitt rispose: — Sono ancora qui, comandante. Aspetterò le analisi, poi inserirò i dati nel computer. Se Borndender può comunicarci la temperatura e la pressione unitamente alle analisi chimiche dell’acqua, sarà tanto di guadagnato.

Benj si sentiva ancora infelice, ma capiva benissimo che non era certo il momento per nuove interruzioni. Inoltre, suo padre era appena entrato nel salone delle comunicazioni in compagnia di Aucoin e di Mersereau. Con molto tatto, il ragazzo scivolò fuori dal suo posto per lasciare spazio ai nuovi arrivati, anche se era troppo arrabbiato e agitato per sperare che nessuno facesse parola delle sue insistenze. Non si sentì sollevato neppure quando sua madre, che aggiornò i tre sugli ultimi avvenimenti, tralasciò volutamente di parlare dei due timonieri dispersi.

Il suo racconto fu interrotto dalla voce di Dondragmer. — Borndender dice che ha controllato la densità e la temperatura di ebollizione del liquido del ruscello. La composizione consiste per tre ottavi di ammoniaca e cinque ottavi d’acqua. La temperatura esterna è di settantuno, la pressione ventisei virgola uno atmosfere standard e il vento soffia da ventun gradi nordest a centoventi cavi l’ora. Naturalmente le misure seguono i nostri standard. Una dolce brezza notturna. Basteranno questi dati per i vostri computer?

— Tutto aiuta. Torno subito — replicò McDevitt saltando giù dalla sedia e dirigendosi verso la porta. Ma quando aveva già la mano sulla maniglia si girò verso la consolle e disse: — Benj, mi dispiace di doverti strappare dagli schermi proprio in questo momento ma penso di aver bisogno di te su al laboratorio. Puoi darmi una mano con le simulazioni e scendere per riferire il primo responso a Dondragmer mentre io eseguo qualche simulazione aggiuntiva.

Easy approvò in silenzio la mossa di McDevitt mentre Benj seguiva sconsolato il suo superiore. L’approvazione era diretta in parte verso McDevitt per il perfetto tempismo e in parte verso Benj per aver dato prova di più autocontrollo di quanto si fosse aspettata.

Aucoin non prestò alcuna attenzione alla faccenda. Stava ancora cercando di capire bene come stavano le cose.

— Mi pare di capire che nessuno dei piloti dispersi sia stato ancora ritrovato — disse infine. — Bene, dando per scontato che Barlennan sia stato informato come deciso qualche ora fa, c’è qualcos’altro di cui dovrei essere informato? Ci ho pensato un po’ sopra, e credo di avere qualche idea.

Easy lo studiò velocemente cercando di leggere sul volto dell’amministratore i segni di qualche risentimento, ma Aucoin sembrò del tutto ignaro dei timori scatenati dalle sue parole. Easy soppesò velocemente le parole prima di rispondere.

— Sì. Circa tre ore fa Cavanaugh ha riferito di qualche movimento su uno degli schermi della Esket. Ha detto che un paio di oggetti sono caduti o si sono mossi sul pavimento del laboratorio attraversando completamente lo schermo. Da allora ho tenuto gli schermi della Esket costantemente sotto controllo, ma non ho visto nulla.

— Poi, un’ora fa, la spedizione che Dondragmer ha inviato alla ricerca degli elicotteri dispersi si è imbattuta in un mesclinita che tutti noi abbiamo inizialmente preso per uno dei due piloti. Ma non appena la telecamera lo ha inquadrato bene ho riconosciuto Kabremm, il primo ufficiale della Esket.

Novemila chilometri dal punto in cui la Esket è stata data per dispersa?

— Esatto.

— Ha riferito la cosa a Barlennan?

— Sì.

— E qual è stata la sua reazione?

— Nessuna reazione. Si è limitato a prendere atto delle mie parole senza alcuna obiezione.

— Ma… non le ha chiesto quanto sicura fosse dell’identificazione, come ha fatto a riconoscerlo… nulla?

— Nulla.

— Be’, se non le dispiace vorrei saperlo io. Come fa a conoscere questo Kabremm e su quali basi dice di averlo riconosciuto?

— L’ho conosciuto prima della perdita della Esket, e abbastanza bene da garantirvi che potrei riconoscerlo tra mille mescliniti. Semplicemente, i mescliniti sono diversi tra loro per sfumature del colore della pelle, movenze, lineamenti del viso… proprio come lei e Boyd.

— Riesce a distinguere le sfumature? Mi pareva che fosse notte su Dhrawn.

— La telecamera si trovava nella luce, anche se non si trattava di luci fisse e Kabremm era illuminato da dietro.

— Ma lei conosceva tanto bene anche i due piloti dispersi? Voglio dire, come fa a escludere che non si trattasse di uno di loro? Senz’altro questo Kabremm avrà dei sosia, come tutti.

Easy si sentì avvampare per l’ironia gratuita. — Certamente non era Kervenser, il primo ufficiale di Dondragmer, ma se proprio vuole le dirò che non conosco Reffel e non posso escludere a priori che sia un sosia di Kabremm. Non avevo pensato a questa eventualità. Io ho visto in volto quel mesclinita e l’ho chiamato istintivamente per nome. Dopo non ho potuto evitare di fare rapporto a Barlennan: la linea con la colonia era attiva, e chiunque si trovasse dietro ai microfoni non poteva evitare di sentirmi.

— Allora esiste la ragionevole possibilità che Barlennan non abbia risposto nulla per evitare educatamente di metterla in imbarazzo. Forse ha pensato bene di glissare su quella che gli è sembrata una pura e semplice svista.

— Debbo ammettere che questo è possibile — rispose Easy suonando dubbiosa suo malgrado. Sapeva bene che la sua risposta non sarebbe stata giudicata altrimenti obbiettiva.

— Allora penso — disse Aucoin lentamente e sovrappensiero — che sia meglio parlare con Barlennan a mia volta. Mi ha detto che nulla è successo sulla Esket dopo l’avvistamento di Cavanaugh, vero?

— Vero. La telecamera sul ponte naturalmente inquadra il buio più completo, ma le altre tre sono perfettamente illuminate e non hanno mostrato alcun movimento tranne quello menzionato.

— Bene. Barlennan parla a sufficienza la nostra lingua, così non avrò bisogno di traduzione.

— Non credo. Barlennan la capirà perfettamente. Questo significa che dovrei uscire?

— Oh no, certamente no. Anzi, le chiedo di restare in modo che possa eventualmente intervenire per evitare malintesi — fece Aucoin, raggiungendo la consolle della colonia e lanciando un’altra occhiata a Easy prima di premere il tasto di chiamata. — Non le importa se mi assicuro dell’opinione di Barlennan sulla faccenda di Kabremm, vero? Il nostro problema principale rimane la Kwembly, ma vorrei appianare anche questa questione. Visto che ormai è successo, non vorrei che Barlennan ricevesse l’impressione che noi operiamo qualche censura nei suoi confronti, per dirla come Ib alla riunione — concluse, lanciando un’occhiata anche a Ib che seguiva in silenzio. Aucoin si girò e premette nuovamente il tasto di chiamata. Sullo schermo comparve direttamente Barlennan, che evidentemente si trovava già nella sala radio della colonia. Una volta assicuratosi che il volto che vedeva sullo schermo appartenesse veramente al comandante mesclinita, Aucoin si identificò e cominciò a parlare.

Easy, Boyd e Ib trovarono che il discorso ripeteva in maniera irritante tutto quanto da loro riferito, ma dovettero ammirare l’abilità con cui Aucoin enfatizzava i propri punti di vista. In breve, cercava di prevenire l’eventuale invio di un ricognitore in soccorso della Kwembly senza far trasparire le sue reali intenzioni. Si trattava di un numero molto difficile di manipolazione del linguaggio, ma Aucoin aveva cominciato a prepararsi fin dal termine della riunione e quindi qualsiasi improvvisazione era esclusa. Poteva passare come una commedia di teatro, si disse più tardi Ib. Parlò anche della presunta identificazione di Kabremm, ma in


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modo così casuale che Easy si domandò se avesse capito cosa poteva significare un fatto del genere. Evitò di classificare il comportamento di Easy come giusto o sbagliato, ma si comportò in effetti come se la cosa fosse di nessuna importanza.

Peccato, si disse in seguito Easy, che tanta eloquenza venisse sprecata in modo tanto sciocco. Naturalmente Aucoin non sapeva, come tutti loro, che l’identificazione di Kabremm era la preoccupazione principale di Barlennan, che aveva trascorso le ultime due ore cercando disperatamente una via d’uscita. Davanti alla possibilità di un crollo repentino del complesso schema da lui sviluppato e preoccupato per la totale mancanza di qualsiasi alternativa, come comprese solo in quel momento, il comandante mesclinita non poté fare altro che spremersi le meningi in cerca di una soluzione. Nel momento stesso in cui Aucoin aveva chiamato, Barlennan stava discutendo i primi passi di una possibile azione di recupero e si sentiva tanto ansioso di metterla in pratica che non prestò la minima attenzione alle parole accuratamente selezionate del comandante umano. Quando Aucoin smise di parlare, Barlennan era già pronto a rispondere anche se quella risposta aveva molto poco a che fare con quanto era stato detto.

La pausa non significava che Aucoin stesse aspettando una risposta, ma che doveva semplicemente coordinare le idee prima di continuare. Mersereau comunque lo fermò prima che riprendesse.

— Ormai ha aspettato troppo a lungo e Barlennan avrà pensato che il discorso era finito — disse. — Meglio attendere. Probabilmente comincerà a parlare prima che qualsiasi cosa lei voglia aggiungere arrivi a destinazione.

L’amministratore attese ubbidiente: dopotutto, una convenzione andava rispettata. Preparò comunque il suo migliore sarcasmo, pronto a usarlo contro Mersereau se quanto aveva detto non si fosse rivelato realtà. Ma pochi attimi più tardi, la voce del comandante mesclinita risuonò chiara attraverso gli amplificatori: troppo chiara e troppo velocemente, si dissero più tardi Ib e Easy.

— Ho pensato molto da quando la signora Hoffman mi ha detto di Kabremm — disse — e credo che l’unica spiegazione possibile sia di questo tipo: tutti noi ci siamo sempre chiesti se Dhrawn non ospitasse una specie intelligente. Molti vostri scienziati ne erano convinti anche prima dell’inizio del progetto, per via dell’ossigeno contenuto nell’atmosfera del pianeta. Per quel che ne so io, i ricognitori non hanno trovato nulla se non batteri e piante molto semplici, ma la Esket stava esplorando una zona molto lontana di Alfa Inferiore e le condizioni in quell’area sono diverse: siamo certi che la temperatura sia molto più elevata, e non sappiamo quanti altri fattori diversi possano esistere.

“Fino a questo momento l’ipotesi che la scomparsa dell’equipaggio della Esket fosse dovuta all’azione di qualche forma di vita intelligente faceva parte del novero delle possibilità, senza mai acquistare abbastanza peso da distinguersi nettamente. In ogni caso, come subito ci avete fatto notare, l’equipaggio non sarebbe mai riuscito a sopravvivere privo com’era di sistema biorigenerativo e senza di esso nessuno avrebbe potuto coprire la distanza che separa la Esket dal ricognitore di Dondragmer. A questo punto, non risulta più azzardato pensare che la Esket sia stata assalita dai nativi di Dhrawn e che il suo equipaggio sia stato fatto prigioniero. Non ho idea di cosa ci facesse Kabremm nelle vicinanze della Kwembly; forse è scappato, ma potrebbero anche averlo rilasciato apposta per stabilire un contatto. Vi chiedo di riferire questa mia idea a Dondragmer e di chiedergli cosa ne pensa assieme all’ordine di interrogare Kabremm, sempre che si tratti proprio di lui. A proposito, non mi avete detto dove si trova adesso. Si trova ancora con la spedizione di ricerca? Attendo risposta.”

Molti tasselli assunsero la loro posizione nel mosaico mentale di Ib Hoffman. Il suo applauso silenzioso rimase un segreto anche per Easy.

13

Fatti inattendibili

Fantasie convincenti

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Barlennan era molto compiaciuto con sé stesso per la capacità di convincimento dimostrata. Non aveva detto una singola bugia; al massimo, poteva venir accusato di fantasia troppo spigliata. Non vi era motivo per cui gli umani dovessero tacere la sua teoria a Dondragmer, a meno che fra di loro non circolassero già dei sospetti, e sapeva di poter contare in pieno sulla capacità del capitano della Kwembly di far sì che la faccenda assumesse un aspetto convincente anche in seguito. Il vero tocco di classe era stato, comunque, azzardare che Kabremm non fosse disponibile al momento per un interrogatorio. Peccato però giocare tanto in anticipo la carta della minaccia dei nativi: il piano prevedeva che fossero gli umani a tirar fuori l’argomento per primi, ma se un piano non poteva venir modificato a seconda delle circostanze non era un buon piano.

Aucoin venne preso totalmente alla sprovvista. Dentro di sé non aveva esitato un secondo a giudicare un clamoroso abbaglio il riconoscimento di Kabremm, dato che da molto tempo la Esket non faceva più parte dei suoi pensieri. Ma Barlennan aveva creduto Easy senza esitazioni e quello era stato un duro colpo per il suo orgoglio. Aucoin sapeva benissimo che Easy era la persona alla stazione che più conosceva i mescliniti, ma non si sarebbe mai aspettato che anche Barlennan ne fosse al corrente. Si rimproverò mentalmente per non aver prestato la necessaria attenzione ai quotidiani contatti tra la stazione spaziale e gli esploratori su Dhrawn, specialmente quando Easy ne era coinvolta. Gli eventi lo stavano scavalcando, un peccato mortale per un amministratore.

In ogni caso non vide motivo di rifiutare la richiesta di Barlennan. Si diede un’occhiata intorno. Easy e Mersereau attendevano con impazienza il suo commento, la donna con la mano sull’interruttore del microfono pronta a chiamare Dondragmer. Ib Hoffman lo guardava con un mezzo sorrisetto che lo lasciò per un attimo perplesso, ma quando i loro occhi si incontrarono Ib annuì come a dire che aveva valutato attentamente la cosa e trovava accettabile la teoria di Barlennan. Aucoin esitò ancora per un attimo, poi parlò nel suo microfono. — Contatteremo Dondragmer immediatamente, comandante — disse, rivolgendosi a Easy con un cenno. La donna attivò immediatamente il microfono e iniziò a parlare. Proprio in quel momento Benj entrò nel salone con l’espressione di chi non vede l’ora di riferire ciò che sa. Riuscì comunque a dominarsi quando notò che la Kwembly era già in linea. Suo padre lo osservò mentre Easy riferiva l’ipotesi di Barlennan a Dondragmer e riuscì a stento a trattenere un moto d’ilarità: Benj seguiva tutto a bocca aperta e chiaramente non aveva difficoltà ad accettare quell’ipotesi. “È giovane”, si disse il padre “e non vedo perché dovrebbe rifiutarla quando tanti adulti più esperti di lui l’accettano senza obbiettare”.

— Barlennan vuole sapere che ne pensa di questa ipotesi — terminò Easy — e ci ha chiesto di riferirgli quanto prima le informazioni ottenute da Kabremm. Questo è tutto… anzi, aspetti — aggiunse guardando finalmente Benj. — Mio figlio è tornato dal laboratorio di aerologia e sembra ansioso di riferirle i risultati delle simulazioni.

— Il dottor McDevitt ha eseguito una prima serie di simulazioni inserendo i nuovi dati sulle precedenti informazioni e sta eseguendo un secondo giro alterando alcune variabili — disse Benj senza preamboli. — Questa prima serie di simulazioni conferma la sua teoria sulle cause che hanno provocato lo scioglimento della neve e la successiva gelata improvvisa, oltre alla natura delle nuvole avvistate da Stakendee. Vi sono molte possibilità che la densità di queste ultime aumenti, generando quindi un aumento di portata del ruscello che scorre vicino alla Kwembly. Mi ha raccomandato di riferirvi di prendere attentamente nota del momento in cui le nuvole passeranno sopra di voi. Il computer ha confermato che si tratta di nebbia in evaporazione per via del calore adiabatico generato dal vento che soffia lungo la naturale pendenza dell’altopiano. McDevitt è convinto che più il loro passaggio sopra di voi viene ritardato e più il ruscello ingrosserà quando si faranno vedere. Personalmente non ho capito il motivo, ma sia lui sia il computer ne sono assolutamente certi. Mi ha poi detto di ricordarvi che questi sono solo dei tentativi, corretti o sbagliati esattamente come tutti gli altri eseguiti in precedenza. Infine, ha concluso con un lungo discorso sul perché non possiamo mai essere sicuri delle condizioni atmosferiche su Dhrawn, ma immagino che lei l’abbia già sentito.

Dondragmer cominciò a rispondere prima ancora che Benj terminasse di parlare; trascorsero a malapena trenta secondi prima che la sua voce risuonasse nel salone.

— Molto bene. Per favore, riferite a Barlennan che la sua idea mi sembra ragionevole e che contribuisce non poco a spiegare la scomparsa dei miei due piloti. Purtroppo non ho ancora potuto interrogare Kabremm, sempre naturalmente che si tratti proprio di lui, perché non l’ho ancora visto. Lo farò appena tornerà alla Kwembly. Voi potete dire meglio di me se si trova ancora con Stakendee e il gruppo a cui ho ordinato di risalire il fiume. Prenderò comunque le mie precauzioni in caso l’idea di Barlennan si provi corretta: certo che se l’avessi saputo prima non mi sarei mai sognato di ordinare all’equipaggio di portare fuori le colture dal ricognitore, né di costruire una base provvisoria su un lato della valle.

“In ogni caso ormai è troppo tardi. Tra l’altro non vedo proprio come fare per liberare alla svelta il ricognitore e se il dottor McDevitt pensa che stia per verificarsi un’altra inondazione non ci resta altro da fare che abbandonare la Kwembly mentre si trova ancora in posizione sicura. Se la forza della corrente equivarrà anche solo alla metà di quella che ci ha trascinato fin qui, potete scommettere che ritroveremo pezzi di scafo per milioni di cavi più a valle. Non appena i miei marinai saranno di ritorno porteremo via un altro carico e abbandoneremo momentaneamente il ricognitore. Termineremo di installare tutto sull’orlo della valle e non appena rimesso insieme il sistema di biorigenerazione torneremo qui per cercare di liberare la Kwembly, naturalmente se l’inondazione non è ancora avvenuta. Mi sembra un buon piano, almeno in generale; esaminerò più tardi con voi i dettagli per fare in modo che il lavoro dell’equipaggio si svolga in modo pratico e veloce, e se la teoria di Barlennan implica qualche provvedimento speciale sarò ben lieto di obbedire, ma non ho tempo di discutere questa impostazione. Vedo delle luci in avvicinamento da nord; immagino si tratti del mio equipaggio che sta tornando indietro. Sistemerò il prendimmagini in modo che anche voi possiate seguire.”

L’immagine sullo schermo iniziò a vibrare per poi muoversi a scatti quando il capitano spostò goffamente l’apparecchio di centoventi gradi. Ne risultò un evidente peggioramento, almeno dal punto di vista degli osservatori umani: la zona illuminata che circondava la Kwembly, che risultava tanto chiara da fornire una serie di dettagli estremamente utili per l’analisi della situazione, lasciò il posto a un’oscurità quasi totale in cui si poteva a malapena distinguere una fila di piccole luci che procedevano da nord. Fu necessario osservarle per svariati minuti prima di asserire con certezza che si stavano muovendo. Easy stava per chiedere a Dondragmer di riportare l’apparecchio nella posizione precedente quando Benj cominciò a parlare.

— Sta dicendo che ha intenzione di rinunciare a cercare Beetchermarlf, Takoorch e i due piloti e che abbandonerà la Kwembly lasciandoli morire dove si trovano? Capisco benissimo che in questo momento si sente responsabile della vita di un centinaio dei suoi, ma mi sembra che questo argomento ora costituisca solo una scusa per giustificare le proprie azioni!

Easy fu colpita ed estremamente sorpresa dall’arroganza contenuta nelle parole del ragazzo e provò allo stesso momento una vampata d’ira e un grande imbarazzo verso Dondragmer. Esitò comunque a rimproverare Benj, nel tentativo di farlo senza dimenticare i propri principi. Inoltre, qualcosa in lei si sentiva molto vicino ai sentimenti espressi da Benj. Per fortuna Aucoin e Mersereau non avevano seguito lo scambio di battute appena occorso in quanto erano ancora impegnati con Barlennan sull’altra consolle e Benj aveva parlato in stennita. Forse Ib aveva sentito ma la sua espressione rimase imperturbabile, alterata solo da un vago sorrisetto divertito. In quel momento entrò McDevitt, troppo tardi per qualsiasi cosa tranne che per notare il volto adirato di Easy.

La pausa si prolungò un po’ troppo e quindi non rimase altro da fare che aspettare la risposta di Dondragmer. Quando arrivò, le sue parole non rivelarono la minima traccia di rabbia o anche solo seccatura. Easy lo guardò per cercare di percepirne l’umore dall’atteggiamento corporeo.

— Non ho alcuna intenzione di lasciarli morire così, Benj. Stakendee e i suoi possono benissimo cercare anche i piloti, mentre per quanto riguarda i due sotto lo scafo sappia che per sistemarci in modo definitivo sui lati della valle avremo bisogno anche dei generatori installati sotto lo scafo e quindi dovrò inviare là sotto una squadra di operai: avevo pensato di ordinare loro di cercare eventuali tracce dei due dispersi anche nelle pareti, assegnando a qualcuno il compito di tirarli fuori in caso dovessero trovarli completamente avviluppati nel ghiaccio. In ogni caso, le chiarisco subito che non ho alcuna intenzione di distrarre l’equipaggio al completo da compiti più importanti, necessari alla nostra sopravvivenza. Dopotutto è sempre possibile che il ghiaccio si sia formato in modo irregolare, avviluppando i due mentre cercavano una via d’uscita da qualche altra parte della pozza.

Benj, rosso in volto, annuì. Easy intervenne per risparmiargli l’umiliazione di doversi scusare.

— Grazie, capitano — disse. — Approviamo in pieno. Benj non stava veramente accusandola di nulla; è giovane e ha scelto male le parole. Piuttosto, le darebbe fastidio rimettere la telecamera dove stava prima? Non riusciamo a vedere nulla così come è puntata.

— Inoltre — si intromise McDevitt senza lasciare che la pausa divenisse troppo lunga — se pensate di evacuare la Kwembly potete lasciare un generatore a bordo per tenere in funzione le luci e fissare la telecamera sul ponte in posizione tale da inquadrare la zona illuminata dai riflettori? Questo ci consentirebbe non solo di osservare l’ondata di piena se arriverà, e secondo me succederà tra le prossime tre e le prossime quindici ore, ma anche di sapere se vale la pena di recuperare la Kwembly dopo e forse addirittura dove cercarla. So che questo vi lascerebbe con solo due telecamere, ma direi che ne vale decisamente la pena.

Di nuovo, Dondragmer decise sul momento senza indugi. La sua risposta echeggiò dai microfoni quasi immediatamente dopo lo scadere dei sessantaquattro secondi.

— Va bene, faremo come dice lei. Avevo già pensato di lasciare un generatore per le luci per i marinai che dovranno tornare a liberare la Kwembly. Inoltre credo che ci tornerà utile poter comunicare tra noi continuamente e quindi non ho difficoltà ad accettare il suo suggerimento. Ho già risistemato il prendimmagini nella posizione precedente, come senza dubbio vedete dai vostri schermi. Ora debbo lasciare il ponte: l’equipaggio sarà qui in pochi minuti e voglio scendere di sotto e ripartire subito i compiti in modo da vederli al lavoro il più velocemente possibile.

Di nuovo, Benj cominciò a parlare senza consultare nessuno.

— Capitano, se è ancora in ascolto quando questo messaggio arriverà vuole farmi un segnale particolare se per caso ritrovate Beetchermarlf vivo? Non so, potremmo concordare qualcosa… che ne pensa di un gesto ripetuto tre volte? So che è troppo impegnato per tornare sul ponte solo per questo e vorrei essere informato subito.

Non ci fu risposta. Presumibilmente Dondragmer aveva abbandonato il ponte non appena terminato di parlare. Non si poteva far altro che aspettare.

Intanto Aucoin, con l’assistenza di Easy, riferì la risposta di Dondragmer alla colonia mesclinita ricevendo la conferma di Barlennan. Il comandante chiese di venir aggiornato il più tempestivamente possibile sugli sviluppi della situazione e soprattutto della faccenda di Kabremm. Aucoin rispose positivamente e chiese a Easy dì riferire la richiesta al capitano, ricevendo come risposta che sarebbe stato fatto non appena possibile.

— Bene — esclamò soddisfatto il responsabile — perlomeno nessuno ha parlato di inviare una missione di soccorso e non ne parleremo certo noi per primi.

— Personalmente — ribatté Easy — avrei inviato il Kallif o la Hoorsh qualche ora fa, quando la pozza è improvvisamente gelata.

— So che lo avrebbe fatto e sono felice che abbia dimostrato tanto tatto da evitare di tirar fuori per prima l’argomento. Spero solo che Barlennan non decida di agire per conto suo, perché tutte le volte che ho avuto a che fare con voi due coalizzati ne sono uscito davvero male — commentò Aucoin. Easy lo squadrò da capo a piedi e fece scivolare lo sguardo sul microfono con aria dubbiosa. Ma suo marito decise che a quel punto s’imponeva una distrazione e ruppe il cupo silenzio che stava calando con una domanda.

— Alan, che ne pensa della teoria di Barlennan?

Aucoin fremette. Conosceva perfettamente il motivo dell’interruzione, ma la domanda era impossibile da ignorare. Easy invece trovò l’intervento di Ib molto appropriato.

— L’idea mi sembra affascinante — rispose lentamente Aucoin — ma non posso dire di considerarla molto probabile. Dhrawn è un pianeta enorme, sempreché di un pianeta si tratti, e mi sembrerebbe strano… be’, non so dire se mi sembra più strano che ci imbattiamo in questa possibilità solo adesso oppure che è capitato solo a uno dei ricognitori. Sicuramente non si tratta di una cultura che utilizza energia elettromagnetica altrimenti li avremmo già scoperti quando abbiamo inviato le sonde tempo fa. Una cultura di livello inferiore… come potevano penetrare nella Esket e abbattere gli elicotteri?

— Non conoscendo le loro capacità fisiche e mentali, lasciando perdere il livello culturale, non saprei proprio dire. Anche i mescliniti non usano energia elettromagnetica: come abbiamo fatto a scoprirli? — replicò Ib.

— Paragone infelice — commentò Aucoin. — Lo so che confermerebbe quanto discusso prima, ma mi sembra comunque un’ipotesi troppo fantasiosa. Esistono infiniti problemi in grado di bloccare un ricognitore senza tirare in ballo un attacco da parte di creature intelligenti. Lo sapete bene quanto me: anche voi avete contribuito a stenderne un elenco, rifiutandovi però di includervi il rischio di attacchi da popolazioni autoctone. Si tratta di speculazioni pure e semplici. La teoria di Barlennan getta una luce nuova sul problema e nulla più.

— Non è ancora convinto che il mesclinita che ho riconosciuto come Kabremm fosse proprio lui, vero Alan? — disse Easy.

— No, non ne sono convinto. E neppure credo possibile che su Dhrawn viva una specie intelligente. E non paragonatemi più a coloro che rifiutarono di credere che le selci di DePerthe erano manufatti umani. Il fatto è che certe cose sono intrinsecamente improbabili.

Ib ridacchiò. — La capacità umana di giudicare le probabilità, che definirei il suo istinto statistico, è sempre stata alquanto traballante — commentò — naturalmente evitando i classici esempi di vista telescopica alla Superman. Al momento, mi sembra che le possibilità non siano poi così scarse. Lei sa bene quanto me che nel ridotto volume di spazio compreso in un raggio di quattro parsec da Sol, che comprende solo settantaquattro stelle con circa duecento pianeti privi di sole, abbiamo le prove della diffusione capillare della vita nell’universo: venti razze che hanno raggiunto il nostro livello di sviluppo, ben oltre l’età delle Crisi Energetiche, otto che non hanno ancora raggiunto lo stadio di produzione di energia, tra cui Tenebra e Mesklin, otto che l’hanno raggiunto ma si sono autodistrutte senza speranza, tre che si sono autodistrutte ma hanno speranze di sopravvivenza, e qualcuna allo stadio totalmente primitivo. E ognuna, ricordi, si trova entro centomila anni da quel punto chiave della svolta evolutiva. Qui c’è più che coincidenza, Alan.

— Forse Paneshk, la Terra e i pianeti più antichi hanno visto il sorgere di altre culture prima della attuali; forse è un ciclo che si ripete ogni determinato numero di eoni.

— Personalmente dubito molto di questa teoria, a meno che le civiltà dominanti su questi pianeti milioni di anni fa non siano state tanto intelligenti da poter fare a meno di sfruttare selvaggiamente le risorse naturali del sottosuolo come siamo obbligati a fare noi. Lei crede che la presenza di un’antichissima civiltà umana sulla Terra non risulterebbe evidente a livello geologico e dai reperti che amiamo lasciarci dietro, tipo le piramidi o le lattine di birra del ventesimo secolo? Non ci crederò mai, Alan.

— Forse lei ha ragione, ma non sono mistico al punto da credere che un essere intelligente stia conducendo le razze che vivono in questo settore della galassia verso un unico, grande scopo.

— Può appellarsi all’ipotesi dello Spirito o alla teoria dell’Esfa, ma il risultato non cambia: parlare di coincidenze è impossibile e quindi lei non può usare la legge della probabilità per dare del visionario a Barlennan. Certo non bisogna dare per scontato che abbia ragione, ma non può rifiutare di prendere in considerazione la sua ipotesi. Io lo sto facendo.

A Dondragmer sarebbe piaciuto seguire quella discussione, proprio come avrebbe trovato interessante seguire la riunione di qualche ora prima. In ogni caso, i suoi impegni lo avrebbero impedito anche se fisicamente ciò fosse stato possibile. Con il ritorno dell’equipaggio, tranne alcuni specialisti rimasti alla nuova base per lavorare sul sistema di biorigenerazione, vi era molto da sovrintendere e da lavorare anche per lui. Venti marinai vennero assegnati come rinforzo a coloro che cercavano di liberare dal ghiaccio il portello principale; altrettanti vennero inviati a lavorare sotto lo scafo per liberare i generatori bloccati nel ghiaccio. Il capitano mantenne la promessa fatta a Benj e ordinò ai suoi di esaminare molto accuratamente le pareti in cerca di qualche traccia dei due timonieri dispersi. In ogni caso, l’importanza di cercare nelle pareti venne troppo enfatizzata e quindi i marinai non si avvidero dello squarcio nella sezione pneumatica sopra di loro. Dopo un po’ il gruppo emerse dalla cavità trasportando i due generatori che i prigionieri avevano usato per generare calore e altri due liberati dall’azione della resistenza. Rimanevano ancora sei generatori, se Dondragmer ricordava bene la loro disposizione e se la matematica non era diventata un’opinione; questi però erano irraggiungibili anche se i marinai poterono ragionevolmente indicare presso quali serie di ruote erano installati.

Contemporaneamente il resto dell’equipaggio penetrava nella Kwembly dai portelli disponibili: quello più piccolo che dava sul ponte, la paratia mobile che chiudeva l’hangar degli elicotteri e le due coppie di portelli d’emergenza, tanto stretti da consentire il passaggio a un solo mesclinita alla volta, che si trovavano a poppa e a prua. Una volta dentro i marinai cominciarono senza indugio a svolgere i compiti loro assegnati. Durante la loro assenza Dondragmer aveva anche ragionato sulle procedure di evacuazione oltre che discutere con gli umani della stazione spaziale. Alcuni presero a raccogliere le scorte alimentari in un unico luogo preparandole per il trasporto. Sarebbero tornate utilissime in attesa della piena ripresa delle colture. Altri si dedicarono a prelevare dalla stiva il materiale necessario alla sopravvivenza: corde e gomene, lampade, generatori e altro.

Molti erano impegnati nella preparazione dei mezzi per trasportare agevolmente il materiale. Dato che la Kwembly funzionava sui generatori a fusione, a bordo si registrava una drammatica carenza di ruote. Molti pensarono di ricorrere alle sottili pulegge che consentivano la guida del veicolo ma in effetti queste si dimostrarono troppo piccole per tornare utili come ruote di un carrello. Inoltre, non appena gli giunse la richiesta Dondragmer proibì tassativamente di smantellare lo scafo. A bordo non vi erano muletti meccanici, carrelli automatizzati o anche solo i buffi carretti spinti a mano che i mescliniti usavano sul loro pianeta per il trasporto delle merci. Per fortuna nulla a bordo pesava tanto da non poter essere sollevato e trasportato fino al luogo prescelto per la base provvisoria. Pertanto, con chilometri di strada da fare e la necessità di trasportare quanto più carico possibile in una volta sola, Dondragmer decise di improvvisare. Un gruppo di marinai venne assegnato alla costruzione di barelle e “travois”, mentre il corridoio che conduceva al portello principale si riempiva sempre più di materiale accatastato.

L’attività che ferveva a bordo comunque non riguardò minimamente il materasso pneumatico entro cui Beetchermarlf e Takoorch si trovavano ancora nascosti. Più tardi si calcolò che i due erano penetrati in quel rifugio più o meno nel momento in cui l’assieme a resistenza veniva messo in funzione. Lo spesso materiale gommoso che componeva il materasso, tanto difficoltoso anche per i loro coltelli da penetrare, bloccava i suoni emessi dalle bolle di liquido sul metallo incandescente e dal gruppo di marinai inviati da Dondragmer. I loro potenti fischi potevano trapassare lo spesso isolamento, ma non si verificò alcuna evenienza in cui fosse necessario comunicare a distanza e i membri del gruppo parlarono poco tra loro perché tutti conoscevano perfettamente il proprio compito. Il lungo taglio attraverso il quale i due timonieri avevano guadagnato la salvezza si era richiuso a causa dell’elasticità dell’insieme, bloccando il passaggio di aria e di luce. Infine, il tratto della personalità mesclinita descritto come una combinazione di pazienza e fatalismo fece sì che nessuno dei due si degnasse di dare un’occhiata fuori fino a quando l’idrogeno delle riserve non diveniva un serio problema.

Pertanto, anche se Dondragmer avesse sentito l’ultima frase di Benj non avrebbe potuto segnalare nulla: i timonieri, avvolti in uno spesso involucro a un metro sopra i compagni, non vennero trovati.

Non tutto l’equipaggio della Kwembly era però impegnato nelle manovre che precedevano l’abbandono del ricognitore. Una volta terminati i preparativi più urgenti, Dondragmer chiamò due dei suoi marinai per un compito speciale.

— Risalite il ruscello, dirigendovi verso nordovest e non potrete mancare di trovare Kabremm e il Gwelf — disse. — Gli direte che stiamo per trasferirci sul lato nord della valle il più velocemente possibile e gli darete le coordinate, che tra l’altro io ancora non conosco. Sistemeremo i prendimmagini nell’area illuminata e attiva dell’accampamento, in modo che possa attraccare con il Gwelf sull’altro lato o a qualche distanza da noi senza correre il rischio di venir avvistato dagli umani. Gli direte anche che il comando ha giocato la carta della civiltà autoctona un po’ in anticipo proprio per giustificare la sua presenza; non sono stati forniti dettagli e quindi Barlennan intende probabilmente far sì che gli umani se li inventino per conto proprio.

“Una volta avvisato Kabremm proseguirete fino a trovare Stakendee e gli darete la stessa informazione. State attenti a non farvi riprendere dall’apparecchio umano: quando credete di averlo avvistato, spegnete subito le luci e prestate molta attenzione. Naturalmente io mi terrò in contatto con lui tramite gli umani, ma non con quel messaggio. Avete capito bene?”

— Sì, signore — replicarono i due all’unisono per sparire un attimo dopo.

Passarono le ore. Il portello principale era libero dal ghiaccio ormai da tempo e tutto il materiale da trasportare giaceva all’esterno quando arrivò l’eco di una chiamata. La telecamera del laboratorio, non imballata, si trovava tra gli oggetti da portare via per ultimi e quindi Dondragmer poté venir raggiunto direttamente. Sullo schermo comparve il volto di Benj.

— Capitano, Stakendee mi ha appena riferito che il corso d’acqua si sta visibilmente ingrossando e che dalle nuvole cade una fitta pioggerella. Gli ho detto di tornare indietro. Me ne assumo tutta la responsabilità — disse. Dondragmer scrutò attentamente il cielo, che però rimaneva sgombro di nubi, e volse lo sguardo verso ovest dove presumibilmente si trovavano Stakendee e i suoi. Ma anche là il buio non consentì di vedere nulla.

— Grazie Benj. Avrei dato esattamente lo stesso ordine. Stiamo per abbandonare la Kwembly e la sua tempestività ci facilita molto le cose. Dobbiamo attraversare la valle adesso prima che il corso d’acqua ingrossi troppo. Ho già fissato la telecamera sul ponte e lascerò le luci accese come richiesto dal dottor McDevitt. Spero ancora di riuscire a liberare la Kwembly prima che succeda l’irreparabile. Riferisca a Barlennan e aggiunga che staremo molto attenti a eventuali incontri con i nativi e che se stanno usando Kabremm come mezzo per entrare in contatto con noi, come lui ritiene, farò del mio meglio per stabilire un contatto amichevole. Ricordatevi però che io non ho ancora visto Kabremm, o chiunque altro Easy abbia sca


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mbiato per lui, e quindi non so cosa pensare di tutta questa storia.

“Vorrei infine venir informato di tutte le idee di Barlennan con la stessa tempestività dimostrata adesso; io farò lo stesso da qui, ma le cose possono succedere troppo velocemente per riuscire ad avvisare subito. Tenete d’occhio gli schermi. Questo è tutto.”

Il capitano emise un lungo fischio che, fortunatamente per le orecchie umane, venne parecchio smorzato dal microfono della telecamera. I mescliniti si disposero in fila indiana e nel giro di due minuti uscirono dal campo ottico della telecamera sul ponte.

Una telecamera si trovava in fondo alla colonna e quindi sullo schermo compariva solo una fila di luci che si snodava sinuosa tra le rocce del fiume. I mescliniti più vicini, cioè quelli entro due o tre metri dall’obbiettivo, risultavano chiaramente visibili mentre avanzavano appesantiti dal carico, ma oltre risultava impossibile vedere alcunché. La colonna poteva venir attaccata su entrambi i lati da una legione di nativi e gli umani l’avrebbero saputo solo quando era troppo tardi. Come tutti, anche Aucoin imprecava contro la rotazione di millecinquecento ore che obbligava Dhrawn a lunghi, forzati periodi di buio e di luce. Mancavano oltre seicento ore al momento in cui la debole luce di Lalande 21185 avrebbe cominciato a illuminare il gigantesco pianeta.

Il corso d’acqua era ancora molto stretto quando i mescliniti lo attraversarono, anche se Stakendee doveva trovarsi in linea d’aria a non più di una decina di chilometri di distanza. Dopo aver ricevuto conferma sulla pioggia e sull’aumento della portata del ruscello, Benj suggerì a Stakendee di attraversare il corso d’acqua a sua volta per non rischiare di trovarsi bloccato. Per fortuna stavolta ne parlò prima con Dondragmer; il capitano, ben sapendo che così i due messaggeri non avrebbero più trovato il gruppo di ricerca, ribatté frettolosamente che il ruscello andava attraversato il più tardi possibile per poter confrontare meglio l’aumento di portata nella stessa zona. Benj e Easy accettarono questo argomento senza difficoltà ma Ib, che sapeva dell’assoluta mancanza di strumentazione del gruppo e quindi dell’impossibilità per loro di eseguire paragoni sulla variazione di portata nel tempo, rimase decisamente perplesso. Ma alla fine non diede importanza alla cosa e sorrise della propria diffidenza.

Passarono i minuti, che presto divennero un’ora e poi un’altra, senza che succedesse nulla di particolare. L’equipaggio raggiunse e scalò le nude rocce che formavano i lati della valle, giungendo finalmente in vista della base provvisoria. Subito i mescliniti iniziarono a lavorare, terminando le strutture del sistema di biorigenerazione e ampliando i confini di quello che poteva definirsi una via di mezzo tra una base e un accampamento. Naturalmente la priorità andava a qualsiasi cosa avesse a che fare con la produzione di idrogeno. Dovevano passare ancora diverse ore prima del termine delle scorte di aria respirabile nelle tute spaziali e quindi tutto andava completato in quel breve lasso di tempo. Ma visto il metabolismo accelerato del loro organismo, anche il cibo rappresentava motivo di preoccupazione. I piccoli alieni a forma di bruco affrontarono però la situazione con la loro solita efficienza e determinazione. Dondragmer aveva ben chiaro il comportamento da tenere, in quanto tutti i capitani dei ricognitori dovevano seguire un corso apposito sulle modalità di abbandono dei loro ricognitori.

Finalmente anche il gruppo di Stakendee attraversò il ruscello e si avvicinò alla base provvisoria. Dondragmer autorizzò la manovra dopo che ebbe ricevuto tramite Benj un messaggio da Stakendee che conteneva il nome di uno dei due messaggeri in modo incidentale.

Di conseguenza nessun mesclinita o umano fu in grado di osservare la crescita del ruscello composto d’acqua e d’ammoniaca. Sarebbe stata una vista interessante. Inizialmente, come riferito dai membri del gruppo di Stakendee, si trattava di un piccolo ruscello che scorreva da uno sbarramento gelato all’altro piegando a destra e a sinistra quando il suo corso veniva deviato dai massi arrotondati. Ma man mano che la densità della nebbia aumentava e le minuscole goccioline coalescevano dando origine a una pioggia di pura ammoniaca cominciarono ad apparire qua e là sottili tributari che lentamente si infittirono e si ingrossarono a loro volta, causando un deciso aumento di portata e di velocità di quello che ormai passava per il corso d’acqua principale. L’ostacolo costituito dalle rocce venne affrontato dal liquido con sempre maggiore impeto e presto alcune cominciarono a scivolare a valle mentre l’acqua iniziava a erodere i bizzarri sbarramenti di ghiaccio. Sui lati del nuovo fiume, laddove il liquido rallentava formando una pozza, la veloce dispersione dell’ammoniaca provocava la formazione di ghiaccio in modo pressoché istantaneo per via della temperatura ancora decisamente bassa: centosettantaquattro gradi Kelvin secondo il sistema di misurazione umano, settantuno secondo quello mesclinita.

Tra i massi che circondavano la Kwembly il ruscello accumulò sempre più acqua pura proveniente dallo scioglimento del ghiaccio e le cose si fecero molto più complicate. L’ammoniaca intaccava la superficie di quegli insoliti ostacoli, che goccia dopo goccia alimentavano ancora di più il corso d’acqua. Ma poco più a valle il fronte dell’acqua si fermava e cominciava a solidificare proprio come la cera di una candela, come Benj aveva immaginato, per sciogliersi nuovamente sotto l’effetto delle nuove ondate di liquido.

Finalmente l’acqua raggiunse la cavità sotto la sezione a tribordo della Kwembly, dove gli umani poterono finalmente osservarne l’avanzata. Il disgelo coinvolgeva ormai una superficie decisamente estesa: permanevano rocce e cumuli di ghiaccio, ma la larghezza del fronte d’acqua raggiungeva i due chilometri. Il ghiaccio tendeva a scomparire: anche se il cielo sopra il ricognitore rimaneva sgombro di nubi, l’aria era praticamente satura d’ammoniaca, satura cioè con riferimento a una superficie composta di pura ammoniaca liquida. La tensione di vapore dell’ammoniaca necessaria per l’equilibrio su una mistura di acqua e ammoniaca è inferiore al normale e pertanto il ghiaccio, composto quasi esclusivamente d’acqua, subiva un effetto condensa estremamente elevato. Man mano che veniva raggiunta la composizione appropriata la superficie si scioglieva, esponendo nuovo ghiaccio all’azione dei vapori. Il liquido tendeva a solidificare ancora man mano che assorbiva altri vapori di ammoniaca, ma il proprio movimento lo portava sempre in contatto con nuove sorgenti di acqua pura.

La situazione era un po’ diversa nella cavità sotto la Kwembly, ma non più di tanto. Laddove il liquido entrava in contatto con il ghiaccio questi si scioglieva e l’acqua faceva la sua comparsa, favorita anche dall’azione dell’ammoniaca sui lati. Lentamente, minuto dopo minuto, la presa del ghiaccio sul grande veicolo venne meno tanto dolcemente che né gli umani intenti a seguire la scena grazie alla telecamera né i due timonieri nascosti nel loro buio rifugio si accorsero di nulla.

Ormai il fiume era interamente tornato allo stato liquido, con l’unica eccezione di pochi cumuli di ghiaccio più massicci degli altri già comunque mezzo sciolti. Dolcemente e in modo assolutamente diverso da un centinaio di ore prima, quando cinque milioni di chilometri quadrati di neve gelata avevano subito l’effetto della prima nebbia di ammoniaca della nuova stagione, cominciò a formarsi una corrente. Il movimento fu impercettibile a tutti, perché non esisteva una parvenza di mozione che potesse catturare l’attenzione degli umani e neppure sobbalzi tali da risultare percepibili dai mescliniti.

Quel fiume stagionale, che drenava l’acqua dell’altopiano dove si trovava la Kwembly, si snodava attraverso una catena di colline che per Dhrawn erano montagne di tutto rispetto. La catena si estendeva per seimila chilometri da nordovest a sudest, costeggiata dalla Kwembly mentre veniva portata a valle dalla corrente. Dondragmer, i suoi timonieri, i suoi piloti e in effetti la maggior parte dell’equipaggio erano perfettamente coscienti dei dolci pendii alla loro sinistra, talvolta tanto vicini da risultare visibili dal ponte e talvolta presenti solo nei rapporti dei piloti.

La corrente li aveva trascinati attraverso un passo vicino alla parte sudorientale della catena montuosa, depositandoli nelle regioni basse e aspre vicino al confine di Alfa Inferiore. La prima ondata costituiva un massiccio ma esitante inizio della nuova stagione, stimolato dall’avvicinarsi di Dhrawn al suo pallido sole e dall’alterazione della latitudine della fascia sub-stellare. Questo invece era il disgelo vero e proprio, che doveva terminare solo una volta prosciugato l’intero altopiano più di un anno terrestre più tardi. I primi movimenti della Kwembly risultarono impercettibili perché il ghiaccio si scioglieva lentamente; poi, rimasero impercettibili perché lo scafo galleggiava su un liquido dalla consistenza sciropposa pieno di cristalli in sospensione; e infine, con il fiume di nuovo presente e la corrente in aumento, rimasero impercettibili per via della gran massa d’acqua che scivolava in basso senza conoscere ostacoli. Beetchermarlf e Takoorch potevano forse avvertire una leggera vertigine per via della pressione dell’idrogeno in diminuzione, ma anche prestando la massima attenzione il leggero rollio della Kwembly veniva attutito dal loro peso sul materiale flessibile su cui poggiavano.

Alfa Inferiore non era la regione più calda di Dhrawn, ma gli effetti di fusione locale che tendono a concentrare gli elementi radioattivi di qualsiasi pianeta riscaldavano l’atmosfera in molte aree fino al punto di fusione del ghiaccio, oltre duecento gradi Kelvin in più di quanto Lalande 21185 poteva produrre da solo. In quelle zone gli esseri umani avrebbero potuto vivere senza bisogno di molto equipaggiamento se non fosse stato per la pressione e la gravità troppo elevate. La regione più calda del pianeta, Beta Inferiore, si trovava sessantamila chilometri più a nord e costituiva il vero perno del clima del pianeta.

La deriva della Kwembly la stava portando verso regioni sempre più calde e quindi il fiume rimase liquido nonostante l’evaporazione dell’ammoniaca nell’atmosfera. Il corso del fiume era interamente influenzato dalla topografia locale, e quasi mai avveniva l’opposto perché quel corso d’acqua si era formato troppo recentemente per poter modellare il paesaggio con la sua azione. Inoltre, questa parte del pianeta era composta soprattutto di solida roccia, ignea e compatta, invece che da uno strato superficiale di sedimento in cui un fiume poteva facilmente scavare.

A circa cinquecento chilometri dal punto in cui era stata abbandonata, la Kwembly si ritrovò in un grande lago non troppo profondo. Subito il ricognitore si incagliò dolcemente nel delta fangoso che costituiva l’accesso dell’immissario. Questo deviò le correnti attorno allo scafo e il fondo fangoso venne ben presto asportato dalle acque. Dopo circa mezz’ora lo scafo si inclinò di lato e la spinta delle acque lo convogliò nel nuovo canale raddrizzandolo una volta superato l’ostacolo. Fu l’oscillazione associata a questo avvenimento che catturò l’attenzione dei due timonieri e li spinse a uscire per dare un’occhiata in giro.

14

Squadra di recupero

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Non sarebbe corretto affermare che Benj riconobbe Beetchermarlf immediatamente. Di fatto, la prima agile figura che emerse dal fiume e si arrampicò sullo scafo fu Takoorch. In ogni caso, fu il nome del giovane timoniere che echeggiò da quattro diversi microfoni su Dhrawn.

Uno di questi si trovava sul ponte della Kwembly e nessuno era presente ad ascoltare. Due si trovavano nella base provvisoria di Dondragmer a poche centinaia di metri dal bordo del grande fiume che ora riempiva la valle. Il quarto era nell’elicottero di Reffel, ora parcheggiato vicino al dirigibile mesclinita chiamato Gwelf.

La macchina umana e il dirigibile si trovavano a circa un chilometro dal campo, dato che Kabremm non volle assolutamente correre il rischio di ripetere il clamoroso errore di prima. Probabilmente non si sarebbe mai mosso dal punto dove Stakendee l’aveva trovato se il livello dell’acqua non fosse salito. Il comandante del dirigibile temeva la nebbia e non provava alcun desiderio di volare. Reffel era ancora meno entusiasta all’idea di muoversi. In ogni caso non avevano scelta e quindi Kabremm ordinò ai suoi di salire fino a superare il livello della nebbia; Reffel si mantenne vicino al dirigibile quanto bastava per non perderne le luci, evitando comunque di avvicinarsi troppo. Una volta saliti oltre la decina di metri in cui si addensava la nebbia di ammoniaca fu possibile avanzare e quindi raggiunsero le coordinate date da Dondragmer, atterrando a una distanza dalle luci della base giudicata sufficiente. Lasciare che gli umani si accorgessero dell’esistenza del dirigibile sarebbe stato uno sbaglio ancora più irrimediabile del precedente. Kabremm stava ancora cercando di stabilire cosa dire a Barlennan la prima volta che si sarebbero incontrati.

Tra l’altro aveva passato molte ore a domandarsi con Reffel se l’obbiettivo della telecamera era stato oscurato abbastanza prontamente concludendo, vista la mancanza di qualsiasi commento, che doveva essere così.

In ogni caso, perlomeno Kabremm e Dondragmer avevano potuto parlarsi e coordinare le proprie versioni in caso si fossero verificate ulteriori ripercussioni di quello sfortunato incidente. Dondragmer si sentì come sollevato da un peso, ma comunque non cessò di prendere decisioni collegate con quell’errore.

L’urlo che provenne dal microfono lo distrasse proprio mentre doveva prendere una di queste decisioni. Quel grido: “Beetchermarlf!” poteva provenire solo da Benj. Dondragrner stava controllando se nessuno dell’equipaggio assomigliava a Kabremm. Voleva farlo prima, ma erano mesi e mesi che non vedeva l’ufficiale e non ricordava bene la sua fisionomia. Purtroppo non aveva ancora trovato il tempo di visitare il dirigibile, anche perché Kabremm rifiutava categoricamente di avvicinarsi oltre alla base provvisoria. Il suo piano era fare in modo che tutti coloro che assomigliavano al comandante del dirigibile comparissero davanti alle telecamere in modo casuale ma continuo, per spingere Easy a dubitare di aver visto veramente il primo ufficiale della Esket. Qualsiasi cosa potesse aiutare a risolvere quella faccenda in modo semplice era la benvenuta.

Il capitano aveva però tenuto sempre presente il destino della Kwembly e dei due timonieri nelle dodici ore in cui le luci del ricognitore erano sparite oltre il limitato orizzonte della notte, e l’urlo di Benj riportò la sua attenzione su questo argomento.

Capitano — disse il ragazzo. — Due mescliniti sono comparsi adesso sullo schermo e si stanno arrampicando sulla Kwembly. Sono usciti dall’acqua; probabilmente si trovavano da qualche parte sotto lo scafo per tutto questo tempo, anche se nessuno li ha trovati. Non può trattarsi che di Beetchermarlf e Takoorch. Non posso mettermi in contatto con loro finché non raggiungono il ponte, ma sembra che esista ancora qualche possibilità di salvare il ricognitore. Due marinai sono sufficienti per guidarla, vero?

La mente di Dondragrner spaziò tra mille sentimenti diversi. Non si era affatto rimproverato di aver abbandonato il ricognitore, anche se stavolta non si poteva parlare di inondazione repentina. Si trattava della decisione più ragionevole sul momento e con le poche informazioni disponibili. Quando la vera natura del disgelo era divenuta chiara, e con essa il fatto che avrebbero potuto restare a bordo e farsi trascinare a valle dalla debole corrente in tutta sicurezza, non si poteva più tornare indietro. Il suo carattere mesclinita gli impediva di perdersi in infinite variazioni di “se” e di “ma”. Sapeva benissimo, quando aveva ordinato di abbandonare la Kwembly, che le possibilità di riuscire a tornare a bordo erano decisamente limitate, soprattutto dopo aver constatato che lo scafo scivolava dolcemente sull’acqua invece di incagliarsi tra gli scogli. Rifiutava di ridurre queste possibilità a zero, ma sapeva che il ricognitore era perduto.

E adesso, inaspettatamente, le speranze risorgevano. Non solo la Kwembly era intatta, ma i suoi timonieri si trovavano a bordo. Si poteva senz’altro fare qualcosa, se…

— Benj — disse Dondragrner quando i suoi pensieri raggiunsero questo punto. — Vorrebbe provare a riunire i tecnici per determinare con tutta la precisione possibile a quale distanza da noi si trova la Kwembly adesso? Beetchermarlf e Takoorch possono certamente condurre la Kwembly da soli, anche se avranno molti problemi che rallenteranno la loro marcia. In ogni caso dovrebbero riuscirci. Certo è importantissimo scoprire se la distanza consiste in cinquanta chilometri o cinquemila. Dubito però che siano molto lontani perché la corrente non è molto forte e sono passate solo dodici ore. In ogni caso chieda agli scienziati di lavorarci sopra e riferisca a Barlennan quanto è successo.

Benj obbedì in modo veloce ed efficiente. Non si sentiva più stanco, preoccupato e pieno di risentimento. Dopo l’abbandono della Kwembly dodici ore prima aveva perso ogni speranza di vedere di nuovo sano e salvo il suo amico mesclinita e aveva raggiunto la sua cabina per una dormita agognata da molto tempo. Non che fosse molto convinto di riuscire a chiudere occhio, ma alla fine la chimica corporea vinse la partita e Benj crollò in un sonno profondo. Nove ore dopo si era presentato al lavoro da McDevitt in laboratorio e solo il fato aveva fatto sì che si trovasse nel salone delle comunicazioni quando i due emersero dall’acqua. McDevitt lo aveva inviato di sotto a raccogliere i dati arrivati con l’ultimo rapporto degli altri ricognitori, in quanto il meteorologo dipendeva sempre più dalla sua conoscenza dello stennita per le comunicazioni dirette con gli equipaggi, e Benj non aveva potuto evitare di aggirarsi per qualche minuto vicino alla consolle della Kwembly.

La dormita e la scoperta che Beetchermarlf dopotutto era vivo lo aiutarono a superare il sentimento di rivalsa che provava nei confronti di Dondragmer. Confermò al capitano di aver ricevuto la sua richiesta, chiamò sua madre per farsi sostituire davanti agli schermi e si diresse al livello superiore, dove si trovavano i laboratori, con tutta la velocità consentita dai suoi muscoli nella gravità della stazione spaziale.

Easy, anche lei riposata grazie a qualche ora di sonno, riferì della partenza di Benj e annunciò che prendeva il suo posto. Poi chiamò Barlennan e gli ripetè l’ordine dato da Dondragmer, per tornare poi con l’attenzione al capitano mesclinita con l’intenzione di porre una domanda per conto suo.

— Abbiamo trovato i suoi due timonieri e ne sono felice, ma pensa che esistano ancora speranze per i due piloti?

Per quanto cercasse di pesare le parole, Dondragmer quasi si tradì. Certamente sapeva dove si trovava Reffel, grazie allo scambio di messaggi occorso tra il campo e il dirigibile, ma Kervenser sembrava sparito nel nulla. La sua scomparsa era assolutamente veritiera e Dondragmer ora considerava le sue possibilità di sopravvivenza addirittura inferiori a quelle dei due timonieri un’ora prima. Chiaramente menzionare questo a Easy non comportava alcun problema, ma il suo errore consistette nel dimenticare completamente di menzionare Reffel: i pronomi personali “lui” e “loro” in stennita erano diversi quanto nella lingua degli umani, ma Dondragmer si sorprese parecchie volte a usare il primo quando invece parlava di più soggetti. Easy sembrò non farci caso, ma il dubbio per Dondragmer rimase.

— Difficile a dirsi — rispose Dondragmer. — Non vi sono loro tracce ormai da molte ore e se hanno dovuto effettuare un atterraggio di emergenza sull’altro lato della valle non vedo come possano raggiungerci adesso. La circostanza è doppiamente sfortunata perché con un volatore a disposizione avremmo forse potuto trasferire altri marinai sulla Kwembly e riportarla indietro più facilmente. Naturalmente sarebbe impossibile usare i volatori per il trasporto del materiale, ma la differenza non è tutta qui: se saltasse fuori che per qualsiasi motivo è impossibile riportare qui la Kwembly, un volatore farebbe una differenza enorme per i due rimasti intrappolati a bordo. Peccato che i vostri scienziati non riescano a localizzare la trasmittente che Reffel portava con sé come invece possono fare per quella sul ricognitore; ci avrebbe aiutato molto.

— Lei non è l’unico a rammaricarsi per questo — concordò Easy. La faccenda era saltata fuori poco dopo la scomparsa di Reffel. — Non conosco a sufficienza il funzionamento delle telecamere da sapere perché la potenza del segnale dipende in senso stretto dalla chiarezza dell’immagine; ho sempre pensato a un’onda portante come a una costante nello spazio, ma si direbbe che sbagliavo. Quindi, o la telecamera di Reffel si trova in un ambiente completamente buio oppure è andata distrutta. Ma vedo che avete quasi terminato di sistemare le vasche di biorigenerazione.

L’ultima frase non rappresentava per Easy un tentativo di chiudere l’argomento: era la prima volta che riusciva a osservare da vicino l’installazione del sistema e provava una genuina curiosità a riguardo. Consisteva di parecchie vasche quadrate e trasparenti, forse un centinaio, che coprivano una superficie pari a circa cento metri quadrati. Un terzo del volume della vasca era riempito di liquido, in costante movimento per le colonne di bolle generate dall’emissione di idrogeno quasi puro che costituiva l’atmosfera di Mesklin. Un generatore forniva l’energia necessaria al funzionamento delle lampade speciali che davano luce alle colture, mentre le pompe per il ricircolo del gas venivano azionate a mano. Il manto vegetale che ossidava gli idrocarburi saturi prodotti dal ciclo respiratorio dei mescliniti emettendo in cambio idrogeno puro era composto soprattutto di organismi unicellulari assomigliante per quanto si trattasse di un paragone improprio, ad alcune specie di alghe terrestri. Il criterio della scelta si basava sulla loro commestibilità anche se il gusto lasciava molto a desiderare, o almeno così sapeva Easy. Ma qualcosa era rimasto sul ricognitore: le grosse vasche idroponiche che contenevano i cespugli fruttiferi, troppo voluminose per venir trasportate sui lati della valle.

Easy non sapeva come avvenisse la rimozione e l’inserimento di oggetti nelle serre, ma poté assistere alla saturazione delle cariche necessarie per respirare nelle tute spaziali. Di nuovo, la forza manuale giocava una parte importante per pompare l’idrogeno in grossi recipienti contenenti un certo numero di blocchi di un materiale poroso. Anche questo non era di fattura mesclinita: si trattava di materiale assorbente, con una struttura molecolare vagamente simile a quella della zeolite e in grado di assorbire l’idrogeno nei suoi canali strutturali e rilasciarlo mantenendo una pressione parziale equilibrata anche in una vasta gamma di temperature.

Dondragmer rispose all’osservazione di Easy: — Già, ma abbiamo cibo e aria a malapena. Il vero problema è cosa fare adesso. Abbiamo salvato molto poco dell’equipaggiamento necessario per gli studi, e quindi non possiamo continuare il nostro lavoro. Potremmo tornare alla colonia a piedi, ma questo significherebbe dover mettere in piedi un campo a poche centinaia di cavi da qui, trasferirvi tutto l’equipaggiamento, aspettare che le vasche ricomincino a produrre idrogeno, saturare le cariche e ripartire per ricominciare da capo alcune centinaia di cavi dopo. Dato che distiamo dalla colonia più di trentamila… pardon, più di quindicimila dei vostri chilometri ci impiegheremo anni per arrivare fin là. E questa non è una metafora, né sto parlando dei vostri anni. Se vogliamo continuare a far parte del progetto dobbiamo riportare qui la Kwembly.

Easy poté solo dichiararsi d’accordo, anche se pensava a un’alternativa che il capitano non aveva menzionato. Naturalmente Aucoin non sarebbe mai stato d’accordo; ma forse, viste le circostanze, il suo umore poteva diventare più malleabile. Dopotutto l’equipaggio di un ricognitore, preparato ed esperto com’era, rappresentava un investimento cospicuo; forse era questa la linea migliore da seguire.

Passarono altri lunghi minuti prima che Benj tornasse con la sua informazione, e casualmente con un certo seguito di scienziati molto interessati agli ultimi avvenimenti.

— Capitano — disse. — La Kwembly si sta ancora muovendo ma non molto velocemente: qualcosa come venti cavi l’ora. L’abbiamo localizzata sei minuti fa a quattrocentonovantasette chilometri, cioè a più di duecentotrentatremila cavi di distanza da voi. La cifra potrebbe variare se la differenza di altitudine è cospicua, non siamo riusciti a stabilire la lunghezza complessiva del fiume, nonostante le venti e più letture satellitari prese da quando vi siete incagliati la prima volta, però abbiamo tracciato una mappa approssimativa.

— Grazie — rispose dopo un po’ Dondragmer. — Siete riusciti a stabilire un contatto con i due che si trovano a bordo?

— Non ancora, ma sappiamo che sono riusciti a entrare. Sicuramente troveranno l’apparato trasmittente sul ponte molto presto, anche se immagino che cercheranno prima in altri posti. Tra l’altro l’aria nelle loro tute spaziali deve essere quasi terminata.

Questo corrispondeva perfettamente alla realtà. I due timonieri non impiegarono più di pochi minuti ad accertarsi che la Kwembly era deserta e che la maggior parte delle colture idroponiche mancava. Questo li obbligò a pensare a un modo per assicurarsi che l’atmosfera a bordo non recasse traccia di contaminazione da ossigeno. Nessuno dei due possedeva sufficienti nozioni di chimica di base, o delle procedure seguite da Borndender, da sviluppare un test. I due stavano valutando l’opportunità alquanto drastica di aprirlo togliendosi l’elmetto quando Beetchermarlf pensò che una telecamera doveva senz’altro trovarsi a bordo, lasciata di proposito per scopi scientifici. Forse gli umani potevano aiutarli. Ma in laboratorio non videro nulla; l’unico altro posto dove poteva logicamente trovarsi era il ponte. La voce di Beetchermarlf si levò verso la stazione spaziale non più tardi di dieci minuti dopo il loro ritorno a bordo.

Benj rimandò i convenevoli quando sentì la richiesta di Beetchermarlf e avvisò immediatamente Dondragmer. Il capitano chiamò i suoi scienziati e spiegò loro la situazione, e per la mezz’ora successiva il canale radio rimase sempre occupato. Borndender spiegava una cosa e Beetchermarlf la ripeteva, poi scendeva in laboratorio per controllare il materiale e l’equipaggiamento tornando infine sul ponte per chiedere qualche chiarimento.

Finalmente tutte e due le parti ritennero che le spiegazioni fossero sufficienti. Dalla sua posizione in cima alla piramide Benj ne era certo. Conosceva abbastanza chimica di base da escludere un’esplosione in caso Beetchermarlf avesse pasticciato un po’. La sua sola preoccupazione era che i due timonieri potessero effettuare il test in modo errato, mancando così di notare percentuali di ossigeno per loro pericolose. In tal caso rischiavano solo di avvelenarsi o la miscela di ossigeno e idrogeno presentava altri rischi? Non lo sapeva, ma ricordava che le miscele di ossigeno e idrogeno erano variabili quanto quelle di acqua e ammoniaca.

Benj attese con una certa tensione che Beetchermarlf ritornasse sul ponte per riferire i risultati delle analisi. Il catalizzatore che eliminava l’ossigeno accelerandone la reazione con l’ammoniaca era ancora attivo e la concentrazione di vapori d’ammoniaca nell’aria era sufficiente a fornirgli qualcosa su cui lavorare. I due timonieri si erano già sfilati la tuta spaziale senza sentire il minimo odore di ossigeno, anche se come per gli umani l’acqua, l’odorato non rappresentava sempre una prova affidabile.

Perlomeno i due potevano vivere a bordo senza problemi per un po’. Una delle prime mansioni che svolsero a bordo fu pompare nelle vasche rimaste tutto l’idrogeno disponibile, che attraversò il liquido contenuto sul fondo con una colonna di bollicine, assicurandosi contemporaneamente che i cespugli fruttiferi non avessero subito danni. Ma il problema più importante rimaneva come uscire dal lago.

Benj riferì al suo amico tutto quello che poteva riguardo la loro posizione, quella della base provvisoria in cui l’equipaggio aveva trovato rifugio, la velocità e la direzione presa dalla Kwembly. Ma queste informazioni in effetti non costituivano problema. Beetchermarlf poteva determinare con facilità la direzione in cui venivano sospinti. Le stelle erano perfettamente visibili e la bussola funzionava. Di fatto il campo magnetico di Dhrawn era molto più forte di quello della Terra, gettando nella costernazione gli scienziati che avevano sempre dato per scontata una correlazione tra il campo magnetico e la velocità di rotazione dei pianeti.

La discussione, che diede origine a un dettagliato piano, fu molto più breve di quella che precedette il test sull’ossigeno, anche se si rese di nuovo necessario un lungo ponte radio. Ma né Dondragmer né i due timonieri nutrivano dubbi su cosa si dovesse fare e come farlo.

Beetchermarlf era molto più giovane di Takoorch ma sembravano non sussistere dubbi su chi comandava tra i due. Il fatto che Benj chiamasse Beetchermarlf se


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mpre per nome e si rivolgesse solo a lui contribuì indirettamente ad affermare la sua autorità. Easy e qualcun altro sospettarono che nonostante facesse di tutto per parlare delle sue peripezie passate, Takoorch preferisse lasciare a qualcun altro l’onere della responsabilità. In ogni caso concordava sempre con i suggerimenti di Beetchermarlf, se non proprio subito almeno dopo qualche discussione.

— Veniamo ancora portati a valle dalla corrente e se non ci fermiamo presto finiremo troppo lontani per tentare qualcosa — concluse alla fine il giovane mesclinita. — L’unica cosa da fare è sistemare delle pale su qualcuna delle ruote collegate a un motore. Inutile tentare di installarle su tutte: ci vorrebbe troppo tempo. Basteranno un paio di serie di ruote a prua, meglio se ai lati, e una nel mezzo per dare controllo, azionando contemporaneamente gli altri motori dovremmo guadagnare abbastanza spinta da raggiungere la sponda in breve tempo. Takoorch e io abbiamo deciso di uscire adesso; tenete d’occhio la situazione il meglio possibile. Lasceremo il prendimmagini dove si trova.

Beetchermarlf non attese la risposta. Lui e il suo compagno indossarono le tute e afferrarono le pale progettate per agganciarsi ad apposite scanalature sulla circonferenza esterna del cerchione. Le pale erano state provate su Mesklin, ma nessuno le aveva ancora utilizzate su Dhrawn e quindi nessuno sapeva quanto fossero affidabili. La superficie di aggancio non era eccessiva per via del gioco ridotto al centro delle ruote, occupato in parte da un meccanismo in plastica che serviva a inclinare progressivamente le pale a seconda della direzione da prendere e della spinta da esercitare. In ogni caso stando alle prove il sistema funzionava; ora bisognava solo vedere quanto. Il pescaggio della Kwembly era molto inferiore su quella soluzione di acqua e ammoniaca che non sull’idrocarburo degli oceani di Mesklin si cui era stata provata.

L’installazione del meccanismo e delle pale fu un lungo e faticoso lavoro per entrambi. Le pale andavano installate una alla volta e con cura per non perderle nel fiume; le funi di sicurezza finivano sempre per impacciarli al momento buono; e le chele dei mescliniti si dimostravano talvolta meno efficaci delle mani umane, anche se l’handicap veniva compensato dal fatto che i mescliniti potevano usarle tutte e quattro in perfetta sincronia dato che la loro struttura corporea non conosceva l’asimmetria corrispondente alla divisione in destra e sinistra degli umani.

Il bisogno di luce artificiale rappresentava un’altra seccatura. Alla fine occorsero più di quindici ore per sistemare dodici pale e un meccanismo inclinante su ogni ruota delle tre serie prescelte per l’operazione. Beetchermarlf spiegò a Benj che non ne occorrevano più di due per lo stesso lavoro con quattro marinai per serie.

I due timonieri si erano accorti ormai da qualche tempo che la Kwembly si muoveva ma non si spingeva ulteriormente nel lago. Dovevano esser stati presi dal margine di un mulinello, che li forzava a compiere un giro dal diametro di sei chilometri. Beetchermarlf pensò di sfruttare questa circostanza quando diede potenza ai motori. Attese fino a quando gli scienziati umani gli confermarono che venivano spinti verso sud prima di avviare le ruote con le pale. Per alcuni secondi nulla fece trasparire l’impiego dei motori. Poi, lentamente, sia gli umani che i mescliniti videro lo scafo muovere debolmente in avanti. Dal ponte i mescliniti constatarono che l’acqua davanti alla chiglia s’increspava, mentre gli umani potevano vedere una serie di piccole onde allontanarsi dai lati del ricognitore. Beetchermarlf spostò la barra con energia per portare la prua in linea con Sol e Fomalhaut. Per circa mezzo minuto rimase pensieroso domandandosi se questo poteva bastare a rispondere ai suoi dubbi; poi, quando il grande scafo virò con tutta la sua mole, il cambiamento di posizione delle due stelle divenne chiaramente visibile. Una volta iniziato a virare fu però difficile fermarsi.

Lo scafo continuò a girare su se stesso privo di controllo per molti minuti prima che Beetchermarlf potesse assumerne il completo controllo. Poi per più di un’ora riuscì a tenere una rotta sicura, anche se non aveva idea della direzione presa. Sembrava logico ritenere che il mulinello lo avesse riportato al punto di partenza, ma poi pensò che forse ne era uscito puntando verso est.

Passò qualche tempo comunque prima che le antenne direzionali dei satelliti e i computer della stazione spaziale confermassero quest’ultima ipotesi. Nel momento in cui questo avvenne la Kwembly toccò gentilmente terra.

Subito Beetchermarlf diede energia ai rimanenti motori disattivando i tre connessi alle ruote con le pale. Il ricognitore uscì dall’acqua.

— Sono uscito dal lago — riferì — ma ora mi trovo davanti a un piccolo dilemma. Se faccio avanzare la Kwembly senza rimuovere le pale rischio di rovinarle; d’altro canto, se ci troviamo su un’isola o dobbiamo tornare in acqua per qualsiasi ragione avremmo sprecato un sacco di tempo e fatica per niente. La prima idea che mi viene in mente è di compiere qualche esplorazione a piedi lasciando la Kwembly dove si trova: forse riusciremo a scoprire dove siamo finiti. Penso ci convenga partire adesso, così potremo eventualmente avanzare con la Kwembly alla luce del giorno. In ogni caso gradirei qualche consiglio da voi umani e l’autorizzazione del capitano.

Quando questo gli venne riferito, Dondragmer emise un ordine tassativo. — Non debbono uscire. Debbono rimanere dove si trovano fino a quando i satelliti non diranno se si trovano sul lato corretto del fiume. Se ho capito bene le loro spiegazioni vi sono buone possibilità che il mulinello li abbia spinti verso est, che corrisponderebbe alla riva giusta: noi ci troviamo sulla sinistra. Se riescono ad accertarsene con una certa sicurezza, tornino in acqua e risalgano nel lago puntando verso ovest fino a… no, forse è meglio di no. Forse è meglio arrivare fino alla foce del fiume e provare un po’ a risalirlo. Voglio vedere se possono navigare controcorrente. So benissimo che procederanno molto più lentamente, ma così non correranno il rischio di incontrare ostacoli tali da bloccare l’avanzata della Kwembly.

— Riferirò immediatamente a Beetchermarlf e ai cartografi, capitano — rispose Benj. — Cercherò di farmi dare una copia delle loro mappe e di inquadrare la posizione precisa della Kwembly con l’aiuto dei due timonieri. Questo potrà forse evitare delle noie inutili.

Ma le informazioni sulla loro direzione non erano, si scoprì, complete. La posizione della Kwembly poteva venir determinata con certezza, ma stabilire la direzione del fiume che li aveva trascinati fin là era tutt’altra cosa. I satelliti presero numerose fotografie in punti diversi e queste dimostrarono senza dubbio il corso estremamente tortuoso del fiume. Dopo svariate discussioni venne deciso che Beetchermarlf doveva riportare lo scafo in acqua e puntare verso ovest rimanendo il più possibile vicino a riva, preferibilmente senza perderla di vista. Se riusciva a trovare la foce del fiume doveva provare a risalirla come suggerito da Dondragmer, altrimenti dovevano seguire la costa fino a ricevere conferma dagli umani che la foce era passata; a quel punto dovevano puntare verso sud.

Mantenersi a una certa vicinanza dalla costa grazie alle luci di bordo si dimostrò possibile, ma occorsero più di due ore per raggiungere la foce del fiume. Questi riempiva una larga curva verso ovest che non era stata rilevata dai controlli sulla posizione dello scafo mentre la corrente lo trascinava a valle; subito dopo il fiume si immetteva nel lago piegando in senso opposto verso est e questo dava origine a una penisola e probabilmente all’ampio mulinello. Uno dei pianetografi fece notare che era inutile tirare in ballo la forza di Coriolis per spiegare l’esistenza del mulinello, perché il lago si trovava a soli sette gradi dall’equatore e sul lato meridionale di un pianeta che impiegava due mesi per compiere una rotazione completa.

Il delta, che spostava brevemente a nord la linea costiera, era solo un anticipo. Beetchermarlf al timone e Takoorch sul lato destro del ponte, dove si trovava il portello, cercarono con tutta la prudenza del caso di trovare un passaggio tra i bassi fondali irregolari del grande fiume, invertendo frettolosamente i motori ogni volta che le ruote toccarono il fondo melmoso. Finalmente i due trovarono un passaggio abbastanza profondo e Beetchermarlf vi lanciò la Kwembly con decisione.

La velocità però si ridusse molto rapidamente, sia perché le ruote non toccavano sempre il fondo sia per la corrente contraria. Ma i due mescliniti non avevano fretta. Dondragmer aveva stabilito che dovevano provare a risalire il fiume per sei ore: se continuava così avrebbero percorso nove chilometri, il che significava arrivare alla base provvisoria uno o due giorni dopo la mezzanotte, cioè in una settimana circa in termini umani.

Fu l’impazienza a modificare i programmi di viaggio. Naturalmente i mescliniti non conoscevano il significato di questa parola: furono Aucoin e gli altri a stabilire che un chilometro e mezzo l’ora non andavano bene. Dondragmer si dimostrò alquanto freddo su questo punto e concordò solo sulla possibilità che i due svolgessero qualche ricerca lungo il percorso. Ma dietro insistenza di Aucoin ordinò a Beetchermarlf di puntare verso ovest, verso una sponda che non sembrava particolarmente difficile seguita da un territorio pianeggiante. Non appena approdarono, i due timonieri uscirono a rimuovere le pale con molto rammarico.

Stavolta il lavoro procedette più rapidamente, dato che il veicolo si trovava sulla terraferma. Gli attrezzi e le pale potevano venir appoggiati a terra e le funi di sicurezza non erano più necessarie. Quando tornò nel salone delle comunicazioni Benj trovò la Kwembly in marcia sulla terraferma a più di dieci chilometri l’ora. I fari illuminavano un territorio pianeggiante letteralmente punteggiato di ruvidi cespugli, la forma di vita più complessa trovata sino a quel momento su Dhrawn, la cui monotonia veniva rotta di tanto in tanto da ampie lingue di roccia affioranti in superficie. Pur essendo abbastanza compatto, appariva chiaro che il terreno era composto di sedimenti. Gli scienziati ritennero che si trattava di una pianura alluvionale e dentro di sé Benj si dichiarò d’accordo con loro.

Beetchermarlf aveva voglia di parlare come sempre, ma si capiva che la sua attenzione non andava solo alla conversazione. Sia lui che Takoorch tenevano gli occhi puntati avanti quanto più potevano, cercando di vedere anche oltre le luci. Nessuno dei due riteneva terminato il pericolo. Senza gli elicotteri a esplorare la strada davanti a loro, dieci chilometri l’ora erano fin troppi e aumentare ancora la velocità come suggeriva qualche umano avrebbe significato non riuscire a fermarsi in tempo davanti a qualche ostacolo. Quando bisognava svolgere altri lavori, come pompare l’idrogeno nelle serre, i due fermavano la Kwembly e scendevano di sotto a lavorare insieme. Due soli occhi non bastavano per procedere sicuri.

Di tanto in tanto, mentre passavano le ore, chiunque si trovasse al timone cominciava a provare un’insidiosa sicurezza dovuta alla mancanza di pericoli; dopotutto avevano percorso decine di chilometri senza dover mai cambiare direzione tranne che per mantenere una certa distanza dalle anse del fiume. Un essere umano avrebbe aumentato a poco a poco la velocità. La reazione dei mescliniti invece era fermarsi e riposare. Anche Takoorch sapeva che quando provava l’impulso di andare contro le leggi elementari del buon senso doveva fare qualcosa per se stesso. E così quando Aucoin notò che il ricognitore non avanzava più pensò dapprima che si trattasse di una delle solite fermate di routine, per poi avvicinarsi allo schermo e vedere Takoorch disteso pigramente sul ponte. La telecamera era stata sistemata nella sua vecchia posizione, con l’obbiettivo puntato verso il timone e la grande vetrata. Il responsabile del progetto domandò il motivo di quella fermata inaspettata e Takoorch replicò che l’aveva decisa perché gli stavano venendo strane idee. Aucoin uscì dal salone con un’espressione enigmatica sul volto.

In ogni caso questa fermata tornò decisamente utile, o perlomeno così sembrò.

Da un po’ di tempo ormai le lingue di roccia si facevano più frequenti, divenendo più piccole, più vicine e più spigolose. Gli scienziati discutevano tra loro con un certo accanimento, futile in effetti con le poche informazioni disponibili sulla composizione del sottosuolo, ma di fatto lo strato superficiale di sedimenti compressi si assottigliava. Tutti sospettavano che ben presto la Kwembly avrebbe cominciato ad avanzare sulla stessa nuda roccia che formava il substrato del campo di Dondragmer.

Quando la marcia riprese fu necessario prestare maggiore attenzione per evitare le lingue di roccia e l’andatura si fece più frazionata. Molte volte in quell’ultima ora gli scienziati insistettero per far fermare la Kwembly e raccogliere campioni di terreno anche se le rocce erano troppo grandi. Aucoin rispose però che sarebbe passato un anno o due prima che quei campioni arrivassero alla stazione spaziale e rifiutò. Gli scienziati risposero che un anno era sempre meglio di niente, cioè il risultato di quella politica.

Ma dopo un po’ la Kwembly si fermò nuovamente per iniziativa di Beetchermarlf. Il motivo però non sembrava troppo consistente: il terreno davanti a loro appariva un po’ più scuro, con un confine netto tra la superficie su cui poggiavano e quella appena poco oltre. La differenza non risultava particolarmente visibile dagli schermi ma i due mescliniti la notarono immediatamente e, senza neppure parlarsi, concordarono che la faccenda andava esaminata con attenzione. Beetchermarlf avvisò gli umani e il suo capitano che contavano di uscire per vedere da vicino. Easy, che tradusse il messaggio, fu letteralmente supplicata dagli scienziati affinché chiedesse a Dondragmer di far raccogliere dei campioni. Alla fine si disse che Aucoin non poteva obiettare nulla viste le circostanze e dichiarò che l’avrebbe chiesto non appena ristabilito il contatto per la conferma finale.

Stavolta il capitano approvò l’idea di uscire, limitandosi a suggerire di esplorare prima i dintorni manovrando i fanali sul ponte. Questo si provò utile. Cento metri più avanti, al limite della portata dei fanali, un piccolo torrente attraversava la loro strada per gettarsi poi nel fiume.

Muovendo il fanale a tribordo fu possibile vedere che questo affluente girava attorno alla Kwembly proveniente da nord per poi cambiare improvvisamente direzione in qualche punto a poppa dello scafo e sparire verso nordest. La Kwembly si trovava su una penisola larga circa duecento metri e non molto lunga delimitata a est, a sinistra, dal grande fiume che stava risalendo e sugli altri lati dal piccolo affluente. Subito sembrò evidente, sia agli umani che ai mescliniti, che il cambiamento nel colore del suolo che aveva catturato l’attenzione dei timonieri fosse dovuto all’umidità assorbita dal terreno, ma nessuno si sentì tanto sicuro di questa ipotesi da proporre di cancellare la ricognizione esterna. Aucoin non era presente.

Fuori, anche con l’aiuto di più luci, la linea di demarcazione risultò meno visibile. La responsabilità andava attribuita a un effetto ottico, giudicò Beetchermarlf. I due grattarono via un po’ di terriccio da una parte e dall’altra della linea e avanzarono per raggiungere il torrente stesso. Questi non si dimostrò altro che un fiumiciattolo poco profondo largo quattro o cinque lunghezze corporee al massimo, con una corrente abbastanza forte ma certamente non in grado di impensierirli che ne aveva scavato il letto per una decina di centimetri. Dopo un breve consulto i due mescliniti cominciarono a seguirlo allontanandosi dal fiume. Non avevano modo di conoscere la composizione di quel liquido, ma ne prelevarono un campione per eventuali analisi future.

Procedendo verso il punto in cui il torrente curvava i due si accorsero che doveva essere di recente formazione. La corrente scavava ancora con facilità nelle morbide sponde, trascinandone i sedimenti nel fiume. Quando si trovarono sulla punta della penisola Beetchermarlf ebbe l’occasione di sperimentare di persona la scarsa consistenza di quelle sponde: la terra d’un tratto gli mancò sotto le zampe e il mesclinita si ritrovò in acqua.

Non era più profonda di pochi centimetri, e quindi approfittò dell’occasione per prelevarne un altro campione. I due decisero di risalire il corso d’acqua per altri dieci minuti, Beetchermarlf nell’acqua e Takoorch sulla riva. Ma pochi minuti dopo trovarono la sorgente del ruscello. Si trovava a poco più di mezzo chilometro dalla Kwembly e l’acqua, proveniente dal sottosuolo, zampillava violentemente formando un piccolo bacino. Beetchermarlf vi entrò per raggiungerne il centro ma quando fu a pochi metri l’impeto del getto d’acqua lo travolse trascinandolo per qualche secondo.

Non c’era altro da fare. Non avevano portato la telecamera» anche perché nessuno aveva insistito affinché la portassero, e prelevare altri campioni non sembrava di nessuna utilità. Decisero quindi di ritornare alla Kwembly per descrivere verbalmente quello che avevano visto.

Anche gli scienziati concordarono che la cosa migliore da farsi era far pervenire il più velocemente possibile i campioni alla colonia mesclinita, dove gli scienziati di Borndender avrebbero potuto analizzarli a dovere. I due timonieri si prepararono per ripartire con la Kwembly.

Il ricognitore si avvicinò al corso d’acqua per entrarvi senza indugio. Il materasso pneumatico assorbì facilmente l’urto dei pochi centimetri di sponda e le ruote penetrarono nel fondo melmoso del torrente. Sul ponte nessuno avvertì nulla di speciale.

Non per altri otto secondi.

Lo scafo si trovava ormai nel mezzo del corso d’acqua quando la differenza tra fondo solido e fondo liquido cominciò a svanire. Sul ponte, i due mescliniti avvertirono un vago rollio mentre gli umani videro l’immagine vibrare all’improvviso.

Poi la spinta in avanti cessò del tutto quasi istantaneamente, anche se le ruote giravano ancora; ma difficilmente potevano esercitare forza completamente immerse nel fango colloso subentrato all’improvviso alla superficie solida. Impossibile sia l’appoggio che la trazione. Le ruote della Kwembly sprofondarono completamente nel fango; poi fu la volta del materasso pneumatico; poi il fango salì fino a raggiungere quasi la linea di galleggiamento. La Kwembly avrebbe tranquillamente galleggiato, ma purtroppo s’inclinò incagliandosi in due punti: uno a poppa appena oltre il materasso pneumatico, l’altro a tribordo vicino al portello principale. Vi fu un forte rumore di fasciame sfondato mentre il veicolo sobbalzava in avanti inclinandosi a tribordo, poi più nulla.

E stavolta l’odorato di Beetchermarlf lo avvisò senza dubbio di un pericolo. Lo scafo aveva ceduto da qualche parte. All’interno filtrava ossigeno.

15

Conclusioni

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— La morale è questa — disse Aucoin dalla sua poltroncina a un’estremità del tavolo. — Dobbiamo decidere se inviare la navetta coi soccorsi o no. Se non lo facciamo, la Kwembly e i due mescliniti che si trovano a bordo sono perduti e Dondragmer con tutto l’equipaggio rimarrà fuori dal gioco fino a quando un altro ricognitore, come il Kalliff inviato dalla colonia, non riesce a raggiungerli. Ma purtroppo esiste la seria possibilità che inviare la navetta non serva a molto. Non sappiamo perché il terreno ha ceduto sotto la Kwembly… se lo strato di sedimenti non è abbastanza compatto la stessa cosa può succedere ancora. Perdere la navetta sarebbe un disastro. Anche se atterrassimo dapprima vicino al campo di Dondragmer per trasferire lui e l’equipaggio al ricognitore non siamo affatto certi che riuscirebbero a tirarlo fuori di lì e a ripararlo. Il rapporto di Beetchermarlf mi spinge a dubitarne. Dice che ha trovato e riparato le perdite maggiori, ma l’ossigeno continua a entrare da qualche parte. Alcune vasche idroponiche sono state contaminate da queste infiltrazioni; finora i due sono riusciti a riparare i danni trasferendo idrogeno dalle altre vasche, ma questo non può funzionare per sempre. Debbono trovare e chiudere le ultime infiltrazioni. Tra l’altro né loro né nessun altro ha finora pensato a qualcosa in grado di tirar fuori quel dannato ricognitore dal fango in cui è sprofondato.

— Ma esiste una seconda, buona ragione per non far partire la navetta. Se utilizziamo i comandi a distanza dobbiamo fare i conti con i sessantaquattro secondi dell’intervallo di trasmissione che renderebbero impossibile un atterraggio su un terreno sconosciuto. Certo, potremmo programmare il computer di bordo per fare in modo che gestisca completamente l’atterraggio, ma sappiamo tutti che questo non è un sistema sicuro. Forse la cosa migliore è dare ai mescliniti una veloce lezione su come si conduce una navetta spaziale.

— Non c’è bisogno di usare quel tono ironico, Alan — intervenne Easy con voce pacata.—La Kwembly è solo il primo dei ricognitori a capitare in una situazione veramente difficile. Dhrawn è un pianeta molto grande e quasi completamente sconosciuto, e io sospetto che presto o tardi non vi saranno più ricognitori in eccesso da inviare in missioni di soccorso. Tra l’altro, persino io so che i controlli della navetta sono collegati al computer con un controllo che funziona sul principio del “premi il pulsante per dove vuoi andare”. Certo, anche così le possibilità di condurre la navetta fino al campo di Dondragmer senza precipitare sono di dieci a uno o forse peggio per qualcuno che non ha la minima esperienza di volo spaziale, ma forse Beetchermarlf e Takoorch hanno qualche possibilità in più di cavarsela adesso?

— Secondo me, sì — replicò tranquillo Aucoin.

— E come, in nome di tutto ciò che ha un cuore? — intervenne Mersereau. — Per tutto questo tempo non abbiamo fatto altro che… — e la frase si interruppe davanti alla mano alzata di Easy. Il gesto o l’espressione sul volto della donna lo obbligarono al silenzio.

— Secondo lei allora che cosa si può fare per salvare la Kwembly, i due timonieri e Dondragmer col suo equipaggio? — chiese Easy.

Aucoin arrossì visibilmente, ma ebbe l’accortezza di rispondere con voce ferma.

— Mi pare di averlo già detto e Boyd dovrebbe ricordarselo — disse. — Inviare il Kalliff dalla colonia per raccoglierli tutti.

Queste parole furono seguite da alcuni secondi di silenzio, mentre qua e là sui volti dei presenti comparve qualche sorrisetto divertito. Finalmente Ib Hoffman ruppe il silenzio. — Crede che Barlennan approverà? — chiese con voce innocente.

— La morale è questa — disse Dondragmer a Kabremm. — dobbiamo stare qui e non fare nulla finché la spedizione di soccorso che Barlennan invierà non ci raggiunge. Immagino che ricorrerà a qualche scusa non troppo evidente per insistere con gli umani dopo che l’altra volta, con la Esket, si era rifiutato.

— Questo non dovrebbe costituire un gran problema — replicò il primo ufficiale della Esket. — Uno degli esseri umani era assolutamente contrario all’invio dei soccorsi e Barlennan gli ha fatto credere di aver avuto partita vinta. Ma stavolta le cose andranno in modo diverso.

— Come se l’arrendevolezza della prima volta non avesse già insospettito alcuni umani a sufficienza. Ma lasciamo perdere. Piuttosto, non sappiamo quanto tempo dovrà passare prima che i soccorsi ci raggiungano perché non sappiamo se esiste il modo di raggiungerci via terra dalla colonia. Lei è arrivato qui col dirigibile, mentre noi galleggiando sull’acqua.

“Se decidiamo di non aspettare possiamo scegliere tra due possibilità — continuò Dondragmer. — Una è di raggiungere a marce forzate la Kwembly, trasportando le vasche idroponiche fin dove possibile per poi fermarsi e ripartire qualche ora dopo; immagino che così facendo prima o poi ci arriveremo. L’altra è di marciare verso la colonia per andare incontro ai soccorsi se vengono inviati, altrimenti per tentare di raggiungere la salvezza a piedi. Credo che questa ipotesi non sia poi così folle. Anche se riuscissimo a raggiungere la Kwembly non siamo affatto certi di poterla riparare; se gli umani ci hanno trasmesso le opinioni di Beetchermarlf in modo corretto, mi sembra che sia lui stesso il primo a dubitarne. Nessuna delle due ipotesi mi piace per via della perdita di tempo che entrambe comportano. Esistono centomila cose migliori da fare che non strisciare sulla superficie di questo pianeta per mesi e mesi.

“Infine, forse l’idea migliore è usare il dirigibile per salvare i miei timonieri, oppure per trasportare alla Kwembly l’equipaggio e l’attrezzatura eventualmente compiendo due o tre viaggi.”

— Ma questo…

— Questo chiaramente affonda la zattera per quanto riguarda la faccenda della Esket. Ma anche utilizzare il volatore di Reffel ci farebbe scoprire, perché non riusciremmo mai a spiegare cosa è successo al prendimmagini che si trovava a bordo senza dover ammettere qualcosa, indipendentemente dalla bugia che vogliamo raccontare. Semplicemente, non sono più tanto convinto che la seconda base valga il sacrificio deliberato delle nostre vite, anche se naturalmente ammetto che si potrebbe rischiare. Se il progetto non avesse avuto possibilità di riuscita mi sarei opposto tempo fa.

— Mi è stato detto comunque che ha dimostrato una certa opposizione — rispose Kabremm. — Nessuno è stato in grado di convincerla del rischio che corriamo dipendendo completamente da creature che non ci considerano al loro stesso livello.

— Esatto. Ma dimentica che gli umani spesso sono tanto diversi tra loro quanto lo sono da noi. Mi sono fatto una certa idea di questi alieni quando un giorno uno di essi rispose a una mia domanda su un argano a differenziale in modo semplice e dettagliato, introducendomi senza nulla chiedere all’uso della matematica nella scienza. Solo allora capii che lo faceva per solidarietà, e quindi che l’umano che ha tanto insistito per convincere Barlennan a non inviare soccorsi alla Esket deve essere molto diverso dai tre Hoffman o da Charles Lackand. Quindi io rifiuto e rifiuterò sempre di diffidare di loro come razza, come invece sembra fare lei. Credo che l’opinione di Barlennan sia molto più vicina alla mia perché cambia sempre discorso quando si arriva a questo punto tra noi due; Barlennan non lo farebbe mai se fosse veramente convinto di avere ragione. Comunque, io sono convinto che l’idea migliore consiste nell’arrendersi all’evidenza e domandare l’aiuto degli umani per la Kwembly, oppure correre il rischio di farsi scoprire inviando tutti e tre i dirigibili.

— Non sono più tre, i dirigibili — chiarì Kabremm sapendo che l’obiezione era irrilevante ma ben contento di cambiare argomento.

— Karfregin e il suo equipaggio mancano all’appello ormai da due giorni di questo pianeta.

— Questo non lo sapevo — rispose Dondragmer sorpreso. — Come ha reagito Barlennan? A questo punto credo proprio che farebbe meglio a rivedere la sua politica e a ricorrere all’aiuto degli umani: cominciamo a perdere equipaggi interi uno dopo l’altro!

— Barlennan non lo sa ancora. Stiamo ancora cercandoli usando dei veicoli costruiti con le ruote della Esket e non vogliamo riferire la cosa fino a quando le ricerche non verranno completate.

— Cosa significa “completate”? Karfregin e i suoi sono morti a quest’ora se nessuno li ha ancora trovati. I dirigibili non sono dotati dell’attrezzatura necessaria per una base d’emergenza.

Una leggera vibrazione percorse il corpo di Kabremm dalla testa all’estremità caudale. — Se la veda con Destigmet. Io ho già abbastanza problemi.

— Perché il suo dirigibile non è stato usato per le ricerche? — Lo era fino a quando non è calato il sole. Comunque vi sono altri problemi alla miniera. Un enorme fronte di ghiaccio avanza, per fortuna lentamente, proprio in direzione della seconda colonia travolgendo ogni cosa gli si pari davanti. Ha raggiunto la Esket spostandola di molti metri e rovesciandola: ecco perché siamo riusciti a smontare le ruote tanto facilmente. Destigmet mi ha ordinato di risalire il ghiacciaio per scoprire se avanzerà ancora o se i depositi da cui trae origine stanno per esaurirsi. In effetti non sarei dovuto arrivare tanto lontano, ma non ho voluto interrompere l’esplorazione. È sempre lo stesso fiume per tutto il percorso, a volte liquido e a volte solido; è la cosa più strana che abbia mai visto su questo pianeta tutto strano. Ma mi rendo conto che l’avanzata del ghiaccio non si fermerà mai in tempo: la seconda colonia è spacciata.

— E naturalmente Barlennan non sa nulla di tutto questo.

— Non c’è modo di farglielo sapere! Abbiamo scoperto l’avanzata del ghiaccio solo poco prima che facesse buio… prima di allora era solo una collina all’orizzonte.

— In altre parole non solo abbiamo perso il mio primo ufficiale, un volatore e un dirigibile con cinque marinai, ma perderemo con tutta probabilità l’intera seconda colonia e la Kwembly? E lei è ancora convinto che non dovremmo metter fine al nostro inganno, raccontare agli umani l’intera storia e farci aiutare da loro?

— Ora più che mai. Se sapessero che siamo incorsi in tanti guai deciderebbero che non siamo più utili al progetto e ci abbandonerebbero qui.

— Cosa? Che sciocchezza! Nessuno abbandonerebbe mai un investimento come questo. La trovo


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una convinzione molto futile. In ogni caso è inutile discutere. Vorrei…

— Mi auguro che non vorrà usare i nostri guai come scusa per raccontare tutto ai respira-ossigeno!

— Dovrebbe sapere che non lo farei mai senza autorizzazione. Mi piace giudicare le cose secondo le mie convinzioni personali, ma conosco abbastanza la storia da temere i cambiamenti improvvisi in faccende come queste.

— Meno male. Anch’io trovo gentili alcuni umani, ma pochi sono come gli Hoffman. Questo lo ha ammesso anche lei, no?

— La morale di tutto questo — disse Barlennan a Bendivence — è che abbiamo inviato troppo presto Deeslenver alla Esket per oscurare tutti e quattro i prendimmagini. La faccenda degli oggetti che si muovevano in laboratorio sembra essersi quietata e questo riporterà l’attenzione di tutti su quella storia. Non siamo ancora pronti per l’atto finale e non lo saremo ancora per un altro anno. Non mi sembra tanto grave aver tirato fuori la faccenda della minaccia dei nativi con un certo anticipo, ma Destigmet e i suoi non saranno in grado di interpretare la loro parte fino a quando non possiederanno molti più automi e macchine elettriche, cose che gli umani pensano noi non abbiamo. Chiaramente fino a quando la minaccia dei nativi non sembrerà molto più reale gli umani non prenderanno mai le decisioni che noi vogliamo far loro prendere.

“Se esistesse un modo per raggiungere Deeslenver e cancellare gli ordini non esiterei a utilizzarlo. Come vorrei averle dato l’autorizzazione per continuare gli esperimenti con la radio! Se il Deedee ora avesse uno di quegli arnesi a bordo il problema non si porrebbe neppure.”

— Si possono riprendere — ribatté lo scienziato. — Sarei più che felice di ricominciare. Certo, le onde possono venir captate dagli esseri umani, ma se ci limitassimo a brevi e rari messaggi con un semplice codice a due voci nessuno potrebbe localizzare con certezza la sorgente. In ogni caso è troppo tardi ormai per fermare Deeslenver.

— Già. Mi piacerebbe sapere perché dalla stazione spaziale non è più giunta parola riguardo a Kabremm. L’ultima volta che ho parlato con la signora Hoffman ho ricevuto l’impressione che non fosse più così sicura di averlo visto. Crede possibile che si sia sbagliata veramente? Oppure gli umani ci stanno mettendo alla prova esattamente come noi vogliamo fare con loro? Forse Dondragmer ha fatto qualcosa per distogliere la loro attenzione; ma se la Hoffman si è sbagliata dobbiamo rielaborare completamente le nostre strategie.

— E che ne è dell’altro rapporto, quello in cui si diceva che qualcosa si è mosso sul pavimento della Esket? — aggiunse Bendivence. — Si trattava di un’altra prova oppure sta veramente succedendo qualcosa da quelle parti? Ricordiamoci che gli ultimi contatti con la seconda colonia risalgono a più di centocinquanta ore fa. Ormai se veramente qualcosa sta muovendo la Esket dalla sua posizione siamo troppo in ritardo per rimediare. Sa, pur senza criticare la scelta che sta alla base della seconda colonia, è terribile dover lavorare senza informazioni affidabili.

— Se vi sono seri guai alla Esket dovremo fidarci delle decisioni di Deeslenver — disse Barlennan cercando di ignorare l’ultima frase. — Ma in effetti anche questo non è un problema insormontabile. Il vero punto qui è cosa fare con Dondragmer e la Kwembly. Suppongo che abbia avuto degli ottimi motivi per evacuarla e lasciarla in balia delle correnti, ma i risultati sono stati disastrosi e il fatto che due dei suoi marinai si trovassero ancora a bordo peggiora ancor di più la sua posizione. Se la Kwembly fosse stata abbandonata del tutto avremmo potuto dimenticarcela e inviare il Kalliff a raccogliere i dispersi.

— Ma perché non possiamo farlo comunque? L’umano chiamato Aucoin non l’ha forse suggerito di sua iniziativa? — Esatto. Io ho risposto che ci devo pensare sopra.

— Perché?

— Perché le possibilità che il Kalliff arrivi in tempo a salvare i due timonieri bloccati con la Kwembly sono meno di una su dieci. In effetti, vi sono molte poche possibilità che il Kalliff riesca a raggiungerli del tutto. Ricorda la pianura innevata da cui sono partiti tutti questi guai? Cosa crede che sia diventata adesso quell’area? E quanto crede che quei due marinai, abili e intelligenti finché si vuole ma privi del tutto di preparazione tecnica o scientifica, riescano a mantenere abitabile uno scafo pieno di infiltrazioni di ossigeno?

— Naturalmente — aggiunse Barlennan — potremmo sempre confessare agli umani l’esistenza della seconda colonia e domandare loro di mettersi in contatto con Destigmet, tramite la guardia che tiene sempre d’occhio gli schermi sulla Esket, ordinandogli di organizzare una missione di soccorso con i due dirigibili.

— Questo significherebbe mandare a monte un’impressionante mole di lavoro, rovinando quella che sembra un’esperienza promettente — ribatté Bendivence pensieroso. — Immagino che lei non voglia farlo più di quanto non voglia io, ma d’altro canto non possiamo condannare a morte quei due marinai.

— No, non possiamo — concordò lentamente Barlennan — ma mi chiedo se rischieremmo troppo tentando un’altra strada ancora.

— Quale?

— Se gli umani fossero convinti che noi non riusciremo mai a inviare i soccorsi in tempo è possibile, specialmente se i tre Hoffman insistono, che decidano di intervenire direttamente.

— Ma cosa possono fare? L’oggetto volante che chiamano navetta può atterrare solo qui alla colonia perché nessuno lo comanda. Serve solo per portarci via in caso di emergenza e i comandi sono automatici… non è possibile sorvolare la superficie controllandolo dalla stazione spaziale: con sessanta e più secondi di intervallo, la navetta precipiterebbe al primo errore. Escluderei anche che qualcuno possa guidarlo personalmente. Tutto è predisposto per salvare noi, con la nostra atmosfera, temperatura e pressione; d’altro canto, non va dimenticato che il debole scheletro umano non resisterebbe più di dieci secondi su Dhrawn per via della gravità troppo elevata.

— Non sottostimiamo questi alieni, Bendivence. Forse non hanno dato prova finora di grande ingegnosità ma i loro antenati hanno dovuto inventare e costruire dal nulla tutto quello che vediamo e molto altro ancora. Non ne parlerei se sapessi che esistono delle concrete possibilità di arrivare a salvare i due timonieri in tempo, ma così facendo non mettiamo in pericolo la loro vita più di quanto non lo sia già. Io penso che l’idea migliore sia aspettare che gli umani decidano di andarli a salvare per conto loro e in ogni caso se succede non saremo obbligati a rinunciare a tutto.


— La morale di tutto questo — disse Beetchermarlf a Takoorch — è che dobbiamo sia cercare le infiltrazioni sia pompare il veleno fuori dalle vasche per convincere tutti che vale la pena di salvare la Kwembly. Certo il modo migliore sarebbe riuscire a tirarci fuori di qui da soli, anche se dubito molto che sia possibile. Comunque, sarà la salvezza del ricognitore l’elemento decisivo delle discussioni. La tua vita e la mia non significano nulla per gli umani, tranne che per Benj che non ha grande peso nelle decisioni. Ma se la Kwembly rimane attiva, cioè se riusciamo a salvare le colture e a ricavarne aria e cibo, se evitiamo di rimanere intossicati dall’ossigeno a nostra volta e se compiamo dei progressi sufficienti nell’individuazione e riparazione delle infiltrazioni, allora forse si convinceranno che vale la pena di inviare una missione di soccorso. Se poi non lo facessero, potremo comunque sopravvivere a lungo per conto nostro. Se però riuscissimo a tirar fuori la Kwembly da qui e a proseguire la marcia, il comandante ci darebbe senz’altro un premio.

— Pensi sia possibile riuscirci?

— Noi due siamo i più difficili da convincere — replicò il marinaio più giovane. — Convincere il resto del mondo sarà molto più facile.


— La morale di tutto questo — disse Benj a suo padre — è che non vogliamo rischiare la navetta per due sole vite, anche se si trova qui proprio per quello.

— Spiacente ma entrambe le conclusioni sono sbagliate — rispose Ib Hoffman. — La navetta fa parte di una procedura di emergenza ben specifica, pianificata per scattare se l’intero progetto si fosse dimostrato impossibile, e serve per evacuare la colonia con urgenza. Questa possibilità è sempre presente: la maggior parte del materiale non è stata provata in anticipo per ovvie ragioni e nulla sappiamo della resistenza di cui darà prova qui. Per esempio, il trucco di compensare la pressione nei ricognitori e nelle tute spaziali con quella esterna usando argon è nato dall’esperienza ma non eravamo affatto certi che l’argon fosse del tutto innocuo per i mescliniti. L’argon è un gas inerte secondo gli standard normali, ma lo è anche lo xenon che ha effetti anestetici sugli esseri umani. Gli organismi viventi sono semplicemente troppo complessi per pretendere di sapere tutto in via sperimentale, anche se il metabolismo dei mescliniti è molto più semplice del nostro. Ecco perché sopportano una gamma di temperature molto più ampia.

“Ma il discorso è che la navetta è programmata per atterrare guidata da un trasmettitore in un certo punto vicino alla colonia. Non è possibile farla atterrare da altre parti su Dhrawn. Certo è possibile guidarla a distanza, ma non a questa distanza.

“Risponderai che volendo si potrebbe modificare il programma del computer di bordo per permetterle di atterrare dolcemente su un’altra superficie, supponiamo una distesa rocciosa pianeggiante. Ma questo dovrebbe avvenire tramite comando a distanza o tramite il computer di bordo? Ricorda che la navetta impiega motori a protoni, ha una massa di quindici tonnellate e deve atterrare molto, molto dolcemente in quaranta gravità, anche perché i reattori sono diffusi per evitare la formazione di crateri” concluse Ib. Benj lo guardava pensieroso.

— Perché non possiamo avvicinarci alla superficie del pianeta, in modo da ridurre l’intervallo di trasmissione? — domandò dopo alcuni minuti di silenzio. Ib lo guardò sorpreso.

— Lo sai benissimo il perché, o Perlomeno dovresti. Dhrawn ha una massa pari a tremilasettecentoquarantuno volte la Terra e impiega poco più di millecinquecento ore per compiere una rotazione completa. L’unica orbita sincrona in grado di mantenere la nostra posizione costantemente sull’equatore si trova pertanto a dieci milioni di chilometri dalla superficie del pianeta. Se per esempio stazionassimo a centocinquanta chilometri dal pianeta ci muoveremmo a più di novanta chilometri al secondo e compiremmo il giro di Dhrawn in qualcosa tipo quarantacinque minuti. Qualsiasi area della superficie rimarrebbe visibile ai nostri strumenti per non più di due o tre minuti e dato che il pianeta ha un’area complessiva pari a ottantasette volte quella terrestre, quante stazioni orbitali credi siano necessarie per controllare anche solo un atterraggio?

Benj rispose con un gesto di impazienza.

— Conosco benissimo tutto questo, ma abbiamo già un gran numero di stazioni a poche centinaia di chilometri da Dhrawn: i satelliti artificiali. Persino io so che sono dotati di apparecchiatura ricetrasmittente, dato che sono in collegamento costante con i computer qui alla stazione e in ogni momento la metà di essi deve trovarsi sulla faccia nascosta di Dhrawn. Perché non possiamo usare uno dei satelliti per controllare l’atterraggio della navetta? L’intervallo di trasmissione dalla minima orbita sicura non dovrebbe superare il secondo o due. — Perché… — cominciò Ib, che però non terminò la risposta. Rimase in silenzio per più di due minuti. Benj si guardò bene dall’interromperlo: sapeva che quando il padre faceva così aveva colpito nel segno.

— La trasmissione neutrinica di dati dal satellite dedicato al controllo della navetta si interromperebbe per parecchi minuti — disse finalmente Ib.

— Quanti anni sono che questi dati vengono raccolti per niente? — ribatté pronto Benj. Il ragazzo non appariva mai sarcastico con i genitori, ma i suoi sentimenti stavano di nuovo scaldandosi. Suo padre annui silenziosamente, concedendo questo punto al figlio, e continuò a pensare.

Trascorsero almeno cinque minuti, anche se Benj avrebbe giurato che erano molti di più, prima che Hoffman padre si alzasse all’improvviso dalla sedia.

— Vieni con me, Benj. Hai perfettamente ragione. Funzionerà per un semplice atterraggio su terreno pianeggiante e per un altrettanto semplice ritorno in orbita e questo basta. Per sorvolare la superficie e atterrare nuovamente anche un semplice secondo di intervallo è troppo, ma ne faremo a meno.

— Certo! — rispose Benj entusiasta. — Tornare in orbita, prendere fiato, aggiustare la rotta e scendere nuovamente al punto di atterraggio programmato alla colonia.

— Questo funzionerebbe, ma non farne menzione. Intanto se la cosa divenisse un’abitudine si verificherebbe veramente un’interruzione del travaso di dati dai satelliti; a parte questo, debbo dirti che ho cercato fin da quando mi sono unito al progetto di trovare una scusa plausibile, e ora che l’ho trovata ho intenzione di usarla.

— Una scusa per cosa?

— Per fare esattamente quello che credo Barlennan abbia cercato di farci fare tutto il tempo: far salire un pilota mesclinita sulla navetta. Immagino che voglia assistere ai varo di un’astronave interstellare mesclinita prima di invecchiare, in modo che possa condurre tra le stelle la stessa vita che era abituato a condurre sugli oceani. Forse non sa ancora che può utilizzare solo un balzo quantistico alla volta.

— Tu pensi davvero che Barlennan punti a questo? Ma perché dovrebbe importargli di avere i suoi propri piloti spaziali? E adesso che ci penso, perché non è stato già fatto se i mescliniti possono imparare?

— Perché è andata così. Ma non ci sono dubbi sul fatto che i mescliniti siano in grado di condurre un’astronave.

— Ma perché è andata così? Mi sembra assurdo.

— Preferirei non approfondire troppo l’argomento adesso. Sono un tipo a cui piace cercare quanto di positivo esiste nella gente, e in questa faccenda i miei sentimenti non riflettono molto credito sia sull’intelligenza che sulla razionalità della razza umana.

— Posso solo indovinare, allora — replicò Benj. — Ma cosa ti fa pensare che questa impostazione possa cambiare adesso?

— Perché adesso, al costo insignificante di discendere tutti allo stesso livello di ragionamento emozionale abbiamo un argomento per far leva sui sentimenti dell’uomo, siano essi nobili o meno nobili. Adesso scenderò di sotto al laboratorio di planetologia e mi metterò a protestare. Ho intenzione di chiedere ai chimici perché ancora non sanno come mai la Kwembly è stata risucchiata nel torrente in quel modo e quando mi risponderanno che non potranno mai saperlo fino a quando non hanno per le mani un campione di quel fango domanderò loro come mai non ce l’hanno. Ho intenzione di chiedere come mai perdono tempo con dati sulla sismicità e rifrazione neutrinica quando potrebbero benissimo analizzare campioni di minerali inviati qui ogni volta che un ricognitore si ferma per dieci minuti. Se invece non vogliamo scendere a questo livello e preferiamo lavorare sui sentimenti più nobili, farò appello a quel minimo di sensibilità che dovrebbe esistere in tutti noi per raccontare dell’ingiustizia e della crudeltà insita nella sorte dei due timonieri, condannati a soffocare lentamente su un mondo alieno ad anni luce di distanza da casa. Questo potrebbe funzionare se dobbiamo portare il caso davanti a un’alta autorità o renderlo di dominio pubblico. Mi auguro che non sia il caso, ma non rifiuterei adesso di combattere con tutte le armi per far valere le mie ragioni.

“Se Alan si oppone per gli alti costi di esercizio della navetta (la parsimonia è il suo motto, ma a volte esagera) ribatterò a ogni argomento fino a travolgerlo. L’energia è praticamente illimitata e gratuita da quando abbiamo scoperto i generatori a fusione; quello che costa è il personale. Ma comunque dovrà utilizzare un equipaggio mesclinita, evitando quindi di sobbarcarsi i costi per istruirli eventualmente in futuro. Inoltre, lasciare la navetta inutilizzata significa sprecare comunque una risorsa. So benissimo che esiste un piccolo controsenso in questa logica, ma se tu la farai notare a qualcuno ti sculaccerò per la prima volta da quando avevi sette anni anche se non hai più l’età per queste cose.”

— Non c’è bisogno che te la prenda con me, papà.

— Non me la sto prendendo con te. In effetti, non sono tanto arrabbiato quanto nervoso.

— Nervoso? E per cosa?

— Per quello che può succedere a Barlennan e ai suoi su quello che tua madre chiama “quell’orribile pianeta”.

— Ma perché? Perché adesso più di prima?

— Perché sto lentamente realizzando che Barlennan è una creatura intrepida e intelligente, capace di profondi sentimenti, ambiziosa e ragionevolmente ben educata, proprio come il mio solo figlio sei anni fa: ricordo benissimo la tua abilità alla scuola di volo spaziale. Vieni. Dobbiamo aprire la nostra scuola di astronautica e cominciare a radunare gli studenti.

Epilogo

Lezioni

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A duecentocinquanta chilometri la navetta appariva come una piccola stella che rifletteva la pallida luce di Lalande 21185. Benj osservò l’astronave salire oltre quella quota e sistemarsi in un’orbita considerata sicura dal suo pilota, che di tutto discuteva con l’umano tranne che dei dettagli tecnici. Poter mantenere una vera conversazione senza dover aspettare il solito minuto era un’emozione così nuova da spingere Benj e Beetchermarlf a chiacchierare dimentichi di ogni cosa.

Queste conversazioni comunque dovettero, dopo un po’, diradarsi. Benj era molto occupato col lavoro e, sospettava, McDevitt voleva fargli recuperare il tempo perduto. Beetchermarlf veniva inviato spesso troppo lontano per fare pratica con la navetta per poter rispondere alle chiamate e molto frequentemente era troppo impegnato per poter conversare con chiunque non fosse il suo istruttore.

— Ora di andare, Beetchermarlf — disse il ragazzo sentendo Tebbets fischiettare mentre scendeva le scale. — Il professore di astronomia sta per arrivare.

— Sono pronto in ogni momento — replicò il mesclinita. — Stavolta vuole usare la mia lingua o la vostra?

— Te lo dirà lui. A me non ha detto nulla. Eccolo qui — fece Benj.

L’astronomo invece si rivolse a Benj guardandosi intorno prima di parlare. I due fluttuavano in assenza di peso nella sezione di osservazione diretta che equivaleva al perno centrale della grande stazione circolare e Tebbets aveva pensato che la navetta e il suo studente si trovassero nelle vicinanze. Ma tutto ciò che riuscì a vedere fu la cupa tinta rossastra del sole su un lato e la massa scura di Dhrawn, grande poco più della luna vista dalla Terra, sull’altro.

— Dov’è il mesclinita, Benj? Credevo di avervi sentito parlare e quindi pensavo si trovasse vicino. Spero non arrivi in ritardo. Ormai dovrebbe riuscire a risolvere le orbite d’intercettazione, anche se con l’abaco piuttosto che col computer.

— Infatti si trova vicino — rispose Benj indicando lo spazio vuoto — ad appena duecentocinquanta chilometri su un’orbita di diciassette virgola otto minuti attorno alla stazione.

Tebbets sgranò gli occhi. — Ridicolo. Non credo proprio che questo ammasso di ferraglia riesca a proiettare un oggetto attorno a sé in quel periodo neanche se si trovasse a cinquanta metri. I motori debbono senz’altro essere accesi e probabilmente in accelerazione.

— Infatti, signore. Un’accelerazione di circa duecento G. Il periodo equivale a una rotazione completa di Mesklin e l’accelerazione alla gravità presente sul pianeta. Beetchermarlf dice che non si è sentito così rilassato da quando ha firmato con Barlennan. Peccato solo che la luce sia tanto scarsa.

L’astronomo abbozzò lentamente un sorriso.

— Capisco. Questo sì che ha un senso. Avrei dovuto pensarci subito. Bene, ho qui degli esercizi per lui ma credo proprio che quello che sta facendo vada bene ugualmente. Immagino che possiamo cominciare. Preparerò per lui qualcos’altro sullo stesso genere. Può assistere anche lei, Benj? Non vorrei avere dei problemi per farmi capire… ho provato a tradurre in stennita la maggior parte della lezione per fare in modo che non possano sorgere malintesi importanti, ma è meglio non rischiare.


— Peccato che la Kwembly sia andata persa in quel modo — disse Aucoin — ma Dondragmer e il suo equipaggio stanno compiendo uno studio molto utile su quell’area in attesa dei soccorsi. Rimango convinto che sia stata una buona idea inviare il Kalliff dalla colonia con un equipaggio ridotto all’osso e farli lavorare mentre aspettano piuttosto che riportarli alla colonia con la navetta. Questo avrebbe tra l’altro comportato dei pericoli… almeno fino a quando il corso d’istruzione dei piloti mescliniti non sarà terminato. Atterrare una sola volta vicino alla Kwembly e tornare subito nello spazio si è dimostrato il modo più sicuro di agire.

“Comunque, finalmente questa partita sembra chiusa. Adesso abbiamo questo problema con lo Smof. Se continua così perderemo tutti i ricognitori prima di varcare il confine di Alfa Inferiore. Qualcuno conosce per caso il comandante dello Smof come Easy conosce Dondragmer? Lei no, Easy, lo so. Qualcuno ha idea di che tipo sia e della sua abilità nel cavarsi dai guai? Non ho nessuna voglia di rischiare nuovamente e andare a prenderli con la navetta.”

— Tebbets dice che Beetchermarlf riuscirebbe tranquillamente a gestire un atterraggio, a patto che non subentrino complicazioni ai motori — fece notare un ingegnere. — Io l’ho messo alla prova e penso che non avrà problemi.

— Forse ha ragione. Il guaio però è che non possiamo atterrare su un lastrone di ghiaccio e con quella dannata gravità la navetta non riesce a sollevare un ricognitore. Beetchermarlf e Takoorch continueranno il loro corso d’istruzione per il momento. Quello che invece voglio dai planetologi il più presto possibile è una mappa della zona e la direzione migliore da prendere per l’equipaggio se bisognerà evacuare il ricognitore, cioè quella che porta al punto più vicino in cui la navetta potrebbe atterrare e raccoglierli. Se si trova troppo vicino però è meglio non dir nulla: voglio che facciano l’impossibile per salvare il ricognitore e mi sembra controproducente far balenare la prospettiva di un salvataggio facile.

Ib Hoffmann si tese leggermente ma si astenne dal commentare. Da un certo punto di vista Aucoin era perfettamente giustificabile. Il responsabile del progetto continuò. — Si è poi trovata una spiegazione definitiva per quello che è successo alla Kwembly? Ormai sono settimane che analizzate i campioni di fango che i due mescliniti hanno prelevato. — Sì, l’abbiamo trovata. Si tratta di un affascinante esempio di interazione superficiale. In pratica la Kwembly è sprofondata in un composto sensibile all’azione combinata di temperatura, pressione, percentuali di acqua e ammoniaca e chissà cos’altro. Chiaramente il peso del ricognitore ha oltrepassato il limite di resistenza dello strato superficiale di sedimenti: i due mescliniti hanno potuto camminarvi sopra per mezz’ora senza notare il minimo segno di cedimento. Ma una volta sottoposto a un vigoroso e repentino aumento di pressione la resistenza del terreno è come esplosa verso l’esterno, tipo onda sonora.

— Va bene, va bene. Fatemi pervenire una relazione — disse Aucoin con un cenno della mano. — Come possiamo identificare una superficie simile senza finirci sopra con un ricognitore?

— Be’, innanzitutto bisogna vedere se è possibile, ma immagino di sì. La temperatura locale, Per esempio, potrebbe provarsi un buon sistema almeno per sapere se sono necessarie altre prove. Ecco perché non dobbiamo temere che la navetta vi finisca dentro: il calore dei reattori dovrebbe far evaporare dal terreno l’acqua e l’ammoniaca necessarie alla reazione molto prima che la navetta vi atterri con il suo peso.

Aucoin annuì e passò ad altre questioni. Rapporti dai ricognitori, situazione dei rifornimenti, contatti con l’esterno, prospettive future.

Si sentiva ancora un po’ imbarazzato. Aveva riconosciuto il suo errore, ma come la maggior parte delle persone aveva anche trovato delle scuse e pensava che nessuno lo avrebbe notato. Ma gli Hoffmann sapevano, e forse altra gente ancora. Doveva stare più attento se voleva accedere a una posizione ancora più importante nel progetto. Dopotutto, continuava a ripetere dentro di sé, i mescliniti valevano quanto gli umani anche se sembravano dei grossi bruchi con le chele.

La mente di Ib Hoffmann divagava ormai da un po’, nonostante conoscesse l’importanza di queste riunioni per il buon proseguimento del lavoro. Non riusciva a evitare di pensare alla Kwembly, allo Smof e a un meccanismo sommerso ben studiato e definito sicuro che aveva quasi ucciso un ragazzino di undici anni. I rapporti, illustrati dalla voce acida di Aucoin, si susseguivano uno dietro l’altro. Finalmente, Ib decise cosa fare.

— Tutto sta andando per il meglio — affermò Barlennan. — Abbiamo rimosso i prendimmagini dalla Kwembly con delle scuse veramente convincenti e così adesso possiamo lavorarci indisturbati. Abbiamo inoltre guadagnato il volatore di Reffel, che gli umani credono disperso e che ci tornerà molto comodo. Jemblakee e Deeslenver pensano che basterà un altro giorno di lavoro per rimettere in sesto la Kwembly.

Il comandante mesclinita alzò lo sguardo verso l’alto, verso il pallido sole di Dhrawn. — I chimici umani sono stati molto bravi con quel fango in cui la Kwembly era sprofondata. Mi ha divertito molto vedere quell’umano che parlava con Deeslenver continuare a ripetere tutti i suoi dubbi mentre spiegava cosa era accaduto. Peccato non potergli dire quanto avesse colpito nel segno con le sue analisi.

— Dubitare di se stessi sembra il passatempo preferito di tutti gli umani, se posso permettermi un’osservazione del genere… — ironizzò Guzmeen. — Quando è arrivata la notizia?

— Il Deedee è arrivato un’ora fa ed è già ripartito. Quel dirigibile ha troppo lavoro. Andava già male quando abbiamo perso la Elsh, ma adesso con Kabremm e il suo Gwelf stiamo arrivando al limite. Spero di ritrovarli. Forse il Kalliff tornerà utile anche per questo: deve comunque cercare la strada per raggiungere Dondragmer e uno degli esploratori di Kenaken potrebbe benissimo imbattersi nell’equipaggio. Non è passata più di mezza giornata, quindi esistono ancora delle speranze.

— E ciononostante secondo lei va tutto per il meglio — affermò Guzmeen.

— Ma certo. Non ricordate che lo scopo di tutto l’intrigo della Esket era persuadere gli umani a farci usare la navetta spaziale? La ricerca di una totale autonomia è venuta dopo, anche se ammetto che era una buona idea. Ci aspettavamo di dover lavorare per anni alla finzione di una civiltà locale ostile prima di persuadere Aucoin a lasciarci volare, quindi siamo avanti con il nostro programma. Non solo: non abbiamo subito molte perdite per la strada. La seconda colonia è andata distrutta, ma la ricostruiremo; purtroppo le vere perdite sono due: la Elsh e l’equipaggio e forse Kabremm con il suo.

— Ma non possiamo permetterci il lusso di perdere nessuno, tantomeno Kabremm e Karfregin con i rispettivi dirigibili ed equipaggi. Non siamo in molti qui e se anche Dondragmer con l’equipaggio non dovessero riuscire a farcela fino all’arrivo dei soccorsi le perdite diverrebbero gravissime: perlomeno sui dirigibili non vi erano scienziati e ingegneri.

— Dondragmer non corre pericolo. Beetchermarlf può sempre atterrare e raccoglierli sull’astronave umana… voglio dire, la nostra astronave.

— Se qualcosa va male con quell’operazione perderemmo però i nostri unici piloti.

— Questo mi fa venire in mente — disse Barlennan pensieroso — che bisogna riguadagnare il tempo perduto. Non appena la Kwembly è pronta voglio che cominci a cercare un posto adatto a insediarvi la nuova seconda colonia. Gli scienziati di Dondragmer non dovrebbero avere problemi a trovare una nuova miniera: Dhrawn sembra ricchissima di vene metalliche. Forse possono cercare più vicino a noi, in modo che le comunicazioni risultino più facili.

— Dobbiamo costruire altri dirigibili. L’unico che ci è rimasto non basta per la metà del lavoro che c’è da fare. Secondo me dobbiamo costruirli anche più grandi.

— Ho studiato un po’ il problema — disse un tecnico che prendeva parte alla riunione — e mi chiedo se non sia possibile domandare con molto tatto qualche informazione agli umani. Noi non abbiamo mai discusso questo argomento con loro: solo lei, comandante, ha costruito anni fa un pallone col loro aiuto e vi ha applicato un motore a loro completa insaputa. Però non sappiamo neppure se gli umani li hanno mai usati e forse la perdita dei due equipaggi non va attribuita solo alla sfortuna: forse c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’idea.

Il comandante rispose con un gesto di impazienza.

— Queste sono paure insensate. Per mancanza di tempo non ho potuto imparare tutto ciò che gli alieni volevano insegnarmi, ma una cosa l’ho capita: le regole essenziali delle cose sono semplici. Una volta che gli umani iniziarono a scoprire queste regole essenziali passarono dal veliero all’astronave nel giro di duecento anni. I palloni aerostatici sono invenzioni molto semplici, tanto che riesco a capirli persino io. Dotarli di motore non cambia molto le cose: valg


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ono le stesse regole.

Il tecnico osservò pensieroso il comandante e la sua mente divagò per un attimo tra microchip, circuiti televisivi e fasci di elettroni. — Immagino — disse poi — che una tenda soffiata via dal vento o un galeone spinto fuori rotta da una bufera costituiscano altrettanti esempi di queste regole.

Barlennan non voleva dare subito una risposta affermativa, ma non poté fare altro.

Stava ancora cercando di allontanare i dubbi instillati nella sua mente dall’osservazione del tecnico, ottenendo però solo il risultato di alimentare ancor di più tutte le sue paure, quando un messaggero gli portò notizia di una chiamata degli umani. Erano trascorse circa venti ore dall’ultimo contatto con loro. Non appena entrò in sala radio, Guzmeen parlò brevemente in un microfono e un minuto più tardi il volto di un uomo che nessuno dei due conosceva comparve sullo schermo.

— Sono Ib Hoffmann, il marito di Easy e il padre di Benj — disse lo sconosciuto senza preamboli. — Sto parlando solo con voi due, Barlennan e Dondragmer; tutto il personale è adesso impegnato con la nuova emergenza. Voglio rivolgermi a voi nella vostra lingua, facendo del mio meglio per sbagliare il meno possibile. In ogni caso mia moglie si trova qui di fianco a me; conosce benissimo quello che voglio dirvi e pertanto mi correggerà in caso si renda necessario. Vi ho chiamati in questo modo perché credo sia arrivato il momento di chiarire alcuni malintesi, ma non ho intenzione di parlarne con nessun altro che con voi due. Capirete il perché man mano che il discorso andrà avanti. Mi viene un po’ difficile perché odio dover definire qualcuno un bugiardo in qualsiasi lingua.

“Innanzitutto, Barlennan, volevo farle le mie congratulazioni. Sono praticamente sicuro che consentendo a un mesclinita di pilotare la navetta abbiamo esaudito uno dei suoi più profondi desideri; scommetterei tra l’altro che questo è avvenuto molto prima di quanto i suoi piani più ottimistici lasciassero sperare. Oh, non posso dire che mi dispiaccia, anzi: speravo che succedesse. Immagino che si sia posto l’obbiettivo di costruire un’astronave interstellare per conto suo e la capisco benissimo. Per me va bene: se vuole l’aiuterò.

“Mi sembra però che lei si sia convinto che gli umani farebbero di tutto per impedirglielo e in effetti debbo ammettere che molti ci proverebbero, anche se le dirò che ormai l’unico in grado di ostacolarla veramente si trova sotto il nostro controllo. Le posso assicurare la mia sincerità per quanto riguarda questa faccenda, ma immagino che non mi crederà: lei conosce troppo la doppiezza per fidarsi ancora degli altri. Peccato. Quanto lei creda sincero quello che sto dicendo non è affar mio: io debbo comunque dirlo.

“Non posso sapere fino a che punto la situazione è stata distorta, ma posso provare a indovinare. Sono praticamente certo che quella della Esket non sia altro che una messinscena; per quanto riguarda la Kwembly provo un’istintiva fiducia per Dondragmer, ma esiste la possibilità che anche là i guai siano fasulli. Credo anche che lei conosca Dhrawn molto più a fondo di quanto ci ha fatto credere. Non le dirò che non mi importa, perché non è vero: siamo qui per imparare e tutto quello che lei ci nasconde è una perdita per il progetto. Non posso minacciarla di qualche penale per inadempienza del contratto perché non posso provare che le inadempienze esistano e quindi non mi trovo in posizione da minacciare alcunché. E in ogni caso non nutro alcun desiderio di minacciare ritorsioni. Quello che voglio è persuaderla a lavorare alla luce del sole. Credo che sia molto meglio per tutti non celare segreti imbarazzanti. Forse siamo giunti al punto in cui continuare così può costar caro a noi ma può costare tutto a voi. Per farvi capire meglio questo rischio ho intenzione di raccontarvi una breve storia.

“Voi sapete che gli umani respirano ossigeno come i mescliniti l’idrogeno, anche se viste le nostre dimensioni il nostro sistema cardiorespiratorio è molto più complesso del vostro. Per via di questa complessità, gli umani soffocano in brevissimo tempo se privati di ossigeno entro una gamma di pressioni alquanto ristretta.

“Circa tre quarti della Terra sono coperti d’acqua. Noi non possiamo respirare sott’acqua senza equipaggiamento apposito e l’uso di questo equipaggiamento costituisce un autentico passatempo per gli umani. Consiste essenzialmente di una bombola di aria compressa e di un sistema di valvole che rilasciano ossigeno in risposta alla sollecitazione dei nostri organi respiratori. Semplice ed efficace.

“Sei anni fa, a undici anni, Benj costruì uno di questi sistemi progettandolo da solo con un poco della mia assistenza. Costruì anche la bombola e il meccanismo di regolazione utilizzando normali utensili di lavoro identici a quelli esistenti in tanti altri laboratori, proprio come aveva costruito meccanismi più complicati quali turbine a gas e altro ancora. Provò le parti con la mia assistenza e tutto funzionò alla perfezione. Poi calcolò quanto sarebbe durata l’aria nella bombola e finalmente decise di provare tutto il sistema sott’acqua. Io mi immersi con lui per sicurezza, usando un normale sistema commerciale.

“Sono certo che entrambi conoscete il principio dell’idrostatica e le leggi che regolano l’azione dei gas, o almeno so che nella vostra lingua avete inventato nuove parole per designarne i principi, ma forse non sapete che a una certa profondità una riserva di gas durerà solo la metà rispetto alla superficie. Benj lo sapeva, ma pensò che sarebbe rimasta comunque una riserva di gas per quanto riguardava l’ossigeno e quindi che una bombola di un’ora sarebbe rimasta tale indipendentemente dalla profondità fino a quando la pressione del gas fosse rimasta al di sopra di quella dell’acqua.

“Per farla breve, non fu così. L’aria terminò in un terzo del tempo che aveva calcolato e io riuscii a salvarlo appena in tempo. A causa del veloce cambiamento di pressione e di alcune caratteristiche del corpo umano che voi sembrate non condividere, Benj quasi morì. L’origine del problema era che il metabolismo della respirazione umana non viene controllato dall’ossigeno nel sangue ma dall’anidride carbonica, uno dei prodotti di scarto. Per mantenere costanti i valori di questo scarto dobbiamo inalare un normale volume d’aria nei nostri polmoni tutto il tempo, indipendentemente dal contenuto di ossigeno e dalla pressione. Pertanto un’ora di riserva d’aria a una pressione normale equivarrà a mezz’ora a dieci metri sott’acqua, a venti minuti a venti metri sott’acqua e così via.

“Non voglio offendere l’intelligenza di nessuno domandando se avete capito la mia storia, ma mi piacerebbe sentire cosa ne pensate.”

Le risposte furono interessanti, sia per il loro contenuto sia per il tempo impiegato a elaborarle. La voce di Barlennan uscì dall’amplificatore con poco ritardo rispetto all’intervallo di trasmissione. Dondragmer invece attese parecchio prima di rispondere e prestò attenzione a non sovrapporsi alle parole del suo comandante.

— Mi sembra naturale che una conoscenza incompleta possa condurre a molti errori — disse Barlennan — ma non vedo cosa c’entri questo con le ultime vicende. Sappiamo benissimo che le nostre conoscenze non potranno mai essere complete in così breve tempo; la nostra esistenza qui è costellata di pericoli proprio per questo motivo. Perché enfatizzare adesso l’argomento? Trovo invece più opportuno discutere delle difficoltà dello Smof. Mi viene il sospetto che tutto questo discorso faccia da preludio alla notizia che un altro ricognitore è andato perso per qualcosa che i progettisti non avevano considerato. Se è così non si preoccupi: capisco benissimo che non si possa sapere tutto in anticipo.

Ib rispose con un sorriso amaro alla rivelazione di un’altra caratteristica comune a umani e mescliniti.

— Non era proprio quello che intendevo, comandante, anche se debbo ammettere che i suoi sospetti sono comprensibili. Aspetterò la risposta di Dondragmer prima di aggiungere altro.

Passò un altro minuto pieno prima di sentir risuonare anche la voce di Dondragmer.

— Il suo racconto mi sembra estremamente chiaro e capisco che sarebbe stato più breve se lei non avesse voluto inserirvi diversi significati. Immagino che si voglia mettere in risalto non tanto che suo figlio a momenti perda la vita per uno sbaglio, ma che l’inconveniente sia successo nonostante la supervisione di un adulto. Credo voglia farci capire che anche voi alieni molto più avanzati di noi non pretendete di essere onniscienti e onnipotenti e che il rischio qui è abbastanza grande nonostante la vostra assistenza e supervisione senza dover aggiungere i vari imprevisti dovuti a decisioni prese per conto nostro, come lo studente di chimica che gioca con formule proibite nel laboratorio dell’università — disse Dondragmer, che aveva frequentato l’università di Mesklin molto più del suo comandante.

— Esatto. Proprio quello che intendevo. Io…

— Aspetta un attimo — lo interruppe Easy. — Non credi che sia meglio prima riferire a Barlennan il commento di Dondragmer?

— Hai ragione — rispose suo marito, aggiornando Barlennan con un brevissimo riassunto per poi riprendere a parlare. — Non posso certo obbligarvi a concordare col mio punto di vista e preferirei non insistere se è possibile. Non mi aspetto certo una completa confessione di tutto quello che è successo su Dhrawn da quando avete edificato la colonia. Infatti, vi consiglio di non ammettere mai nulla: mi complichereste la vita non poco con l’amministrazione del progetto. In ogni caso, se Easy potesse scambiare due chiacchiere con i suoi vecchi amici Destigmet e Kabremm io mi farei un’idea migliore di quanto è successo e mi troverei in una posizione migliore per controllare gli sviluppi qui alla stazione orbitale. Non mi aspetto certo una risposta subito positiva, comandante, ma la prego di pensarci su.

Barlennan era un ex capitano di veliero, abituato a prendere decisioni immediate e irreversibili. Le circostanze avevano già forzato simili pensieri nella sua mente e nella vita, in fin dei conti, importava solo la sopravvivenza del capitano e dell’equipaggio. Decise pertanto di rispondere subito a Ib Hoffmann come gli dettava la coscienza.

— Easy può mettersi in contatto con Destigmet ma non subito; la Esket si trova molto distante da qui. Sono anche disposto a raccontare quello che è successo veramente su Dhrawn, ma prima vorrei sapere cosa sta succedendo alla Smof. Vorrei sapere tutta la verità, in modo da capire bene che tipo di aiuto debbo chiedervi.

Easy e Ib Hoffmann si guardarono negli occhi e sorrisero l’uno all’altro con aria di trionfo e di sollievo.

Ma fu Benj a compiere l’osservazione giusta. Successe più tardi nel laboratorio di aerologia, mentre i due raccontavano a McDevitt il contenuto del loro colloquio con Barlennan. Il ragazzo sollevò gli occhi verso la grande sfera che simboleggiava Dhrawn e verso i piccoli puntini che significavano un barlume di conoscenza.

— Adesso immagino siate convinti che laggiù è più sicuro.

L’affermazione fu rilassante. Forse era vero.


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